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calcio e violenza

CALCIO E VIOLENZA: PRIMA DI TUTTO UN PROBLEMA CULTURALE

CALCIO E VIOLENZA: PRIMA DI TUTTO UN PROBLEMA CULTURALE

Contro il calcio violento un tavolo tecnico e un decalogo. Si punta sulla sicurezza, ma manca un lavoro culturale e una presa di posizione contro il razzismo

Tra la fine del 2018 e le prime settimane del 2019 il calcio si è ritrovato più razzista, sessista e violento del solito. In poco più di un mese si è visto di tutto, dai campi di Serie A a quelli dilettantistici: le aggressioni agli arbitri, gli “ululati” razzisti ai calciatori di colore e persino la discriminazione nei confronti delle donne in occasione della Supercoppa italiana giocata a Jeddah, in Arabia Saudita.

 

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Riccardo Bernardini, il giovane arbitro aggredito nel novembre scorso

L’11 novembre un ragazzo di nome Riccardo Bernardini, 24 anni, è stato aggredito con calci e pugni da due uomini (uno è stato già arrestato, sull’altro gli inquirenti starebbero stringendo il cerchio proprio in questi giorni) al termine della gara di Promozione tra Virtus Olympia e Atletico Torrenova, giocata al “Francesca Gianni” di San Basilio, un quartiere di Roma. Bernardini ha espulso due giocatori della formazione di casa e nel finale gli ospiti hanno trovato il gol-vittoria del 2-3. Tanto è bastato per far scattare il raid. Il fischietto ha sbattuto violentemente la testa a terra in seguito all’aggressione ed è stato portato con il codice rosso al policlinico Umberto I di Roma. Ha rischiato la vita e se l’è cavata con lesioni al setto nasale e un ematoma nella parte posteriore del cranio. A dicembre altri due episodi di violenza, a Viterbo: un direttore di gara minorenne, Fahrnane S. E., e il 35enne Antonio Leonetti sono finiti entrambi in ospedale; il primo è stato colpito con dei calci e insultato con epiteti quali “negro” e “scimmia”, il secondo ha ricevuto una testata e subito dopo ha accusato un malore. A breve toccheremo il terribile numero di 1000 arbitri aggrediti in tutta Italia negli ultimi tre anni.

 

IL TAVOLO TECNICO. Le scene da far west non ci sono soltanto in provincia. Il 26 dicembre in occasione di Inter-Napoli a Milano, un ultras, Daniele Belardinelli, è morto investito da un SUV. Fuggiva dagli scontri tra tifosi, a cui lui stesso stava partecipando secondo le prime ricostruzioni. Nel corso dei 90 minuti è scoppiata anche la polemica per i cori razzisti che hanno bersagliato Kalidou Koulibaly, calciatore senegalese della squadra partenopea. Scene di ordinaria follia e maleducazione che hanno spinto i vertici dello sport italiano (dal presidente del CONI Malagò a quelli di Federcalcio, Leghe di A, B, C e D, più associazione arbitri e calciatori e ordine dei giornalisti) a riunirsi in un tavolo convocato dal ministro degli interni Matteo Salvini.

Sul tavolo del vice premier c’è ora un decalogo che qui riportiamo:

  • Un nuovo testo unico contro la violenza
  • Una legge per avere impianti di proprietà (al concetto di “sicurezza” è stato associato quello di “gestione”, come se la responsabilità diretta dei singoli club potesse in qualche modo fare da deterrente alla violenza)
  • Camere di sicurezza negli stadi (come nel modello inglese di Margaret Thatcher che ha eliminato, o quasi, la violenza degli hooligans)
  • Evitare gare considerate “a rischio” in notturna
  • No a chiusura degli stadi o dei settori come le curve in caso di episodi violenti
  • Condivisione dei club alle spese per la sicurezza negli eventi (attualmente vengono spesi 40 milioni all’anno per garantirla, totalmente a carico della comunità. In una stagione calcistica vengono impiegati 75 mila poliziotti)
  • Ritorno alle trasferte collettive (più controllabili, secondo l’Esecutivo, rispetto ai singoli tifosi che si muovono autonomamente per raggiungere gli stadi)
  • Poteri più ampi a steward e Supporter Liaison Officer, i delegati delle società responsabili delle relazioni con i tifosi
  • Maggiore attenzione al linguaggio dei tesserati (che con le loro dichiarazioni, troppo spesso, accendono i toni anziché calmare le acque)
  • DASPO (Divieto di Accedere alle manifestazioni SPOrtive) più severo rispetto ai 5 anni massimi previsti dall’ordinamento attuale

 

NON SOLO SICUREZZA. Proposte e idee che richiamano al concetto di “sicurezza” tante volte sbandierato da Salvini e che avranno lunghissimi tempi di attuazione. Dall’elenco mancano però almeno un paio di questioni: quella culturale (non ci sono tracce di progetti nelle scuole, ad esempio, o di percorsi di sensibilizzazione strutturati) e quella di una presa di posizione netta contro i cori razzisti. Salvini si è espresso così sull’argomento: “Come giudichiamo se un ululato è razzista o di semplice sfottò? C’è un criterio oggettivo? In questo caso non sono d’accordo sulla sospensione delle gare, perché si rischia di mettere il destino di molti nelle mani di pochi. Negli stadi ci sono pochi deficienti razzisti, ma non confondiamo questi cori con le rivalità territoriali”.

 

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Adesivi razzisti a Roma

Eppure durante le partite di calcio si continuano a sentire “buu” nei confronti di calciatori di colore, cori contro le forze dell’ordine e a ripetizione e insulti, ad esempio, ai napoletani (“Vesuvio lavali col fuoco” e “Odio Napoli”, “Colerosi”). Allo stadio ci sono anche tanti bambini e il problema, oltre che di ordine pubblico, è soprattutto educativo e culturale. Perché il razzismo ha un volto chiaro e dei contorni definiti, molto meno sfumati di quanto ha lasciato intendere, tra le righe, Salvini. Lo stesso ministro è apparso invece molto più “sensibile” sulla Supercoppa Italiana che si è giocata in Arabia Saudita. Questa volta le dinamiche culturali hanno giocato a favore della comunicazione politica: “Non sono d’accordo con la scelta di fare Juventus-Milan in un Paese islamico che da anni limita i diritti fondamentali delle donne. È una schifezza” ha detto nelle scorse settimane. A scatenare le polemiche per la gara che si è disputata il 16 gennaio, vinta 1-0 dai bianconeri, è stata la disposizione dei posti nello stadio di Jeddah, divisi in settori indicati come singles per gli uomini e families, per uomini e donne, che in Arabia Saudita possono assistere alle partite solo dal 2018 e non in tutti i settori. La domanda che ci poniamo è la seguente: il razzismo e i diritti delle donne non andrebbero messi sullo stesso piano culturale? Il calcio è stato sempre strumentalizzato anche e soprattutto da chi detiene il potere che, attraverso lo sport, cerca di legittimarlo. A chi stiamo chiedendo un vero cambiamento?

 

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Giorgio Marota
Giorgio Marota

Giornalista e studente di Scienze della Comunicazione, appassionato di radio, di sport e di viaggi. Amo il mio lavoro perché mi permette di stare tra le persone e raccontarne sogni ed emozioni, ma anche problemi e speranze.

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