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DENTRO IL CAMPO ROM, TRA ATTACCHI DI CASAPOUND E PAURA DI PERDERE TUTTO

DENTRO IL CAMPO ROM, TRA ATTACCHI DI CASAPOUND E PAURA DI PERDERE TUTTO

Roma, 26 aprile, Camping River. CasaPound ne chiede la chiusura, gli abitanti chiedono inclusione. Dov'è il Piano Rom di Roma Capitale?

“In un Paese normale gli zingari non dovrebbero manco respirare”: è solo uno degli insulti – e forse uno dei meno volgari – che i militanti di Casa Pound hanno rivolto, tramite Facebook, agli abitanti del Camping River dopo aver saputo che quest’ultimi avevano organizzato una contro-manifestazione in risposta a quella promossa dal movimento politico di estrema destra.

Roma, 26 aprile. Sulla Tiberina, nel XV Municipio di Roma, c’è una bomba a orologeria pronta a esplodere. Quattrocento persone del Camping River che ospita Rom, Sinti e Camminanti, chiedono i propri diritti accusando il Comune di Roma di infrangerli attraverso scelte politiche e interventi duri e ingiustificati. A 800 metri di distanza, circa 70 iscritti di CasaPound si radunano in un sit-in con l’intenzione di marciare verso la struttura. Cercano un confronto, oppure lo scontro? Per fortuna non lo sapremo mai, perché tra le due fazioni ci sono tre posti di blocco e 50 poliziotti in tenuta anti-sommossa. Passano oltre il cordone di sicurezza solo i residenti e i giornalisti. (Qui la foto gallery).

 

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Le incomprensioni vanno avanti da mesi, come vi abbiamo già raccontato su Reti Solidali, ma ora siamo a un punto di non ritorno: il 18 aprile la polizia di Roma Capitale ha fatto un blitz nel campo, fermando dieci persone e mettendo i sigilli a un’area utilizzata come discarica, sequestrando 25 automobili trovate senza assicurazione. CasaPound, che proprio a poche ore dalla manifestazione è stata denunciata insieme al comandante della Polizia Municipale Di Maggio dall’associazione Nazione Rom, ha colto l’occasione per rilanciare la propria idea sui campi, attraverso le parole del vice presidente Antonini: «Vanno chiusi tutti e il prima possibile. Sono luoghi di criminalità e degrado, in cui mancano le condizioni minime di igiene. Il 30 giugno il Camping River deve chiudere».

Non si andrà oltre quella data, parola di Roma Capitale. Quello che succederà dal 1 luglio però è un grande punto interrogativo. Il campo nomadi, oggi “centro di temporanea accoglienza”,  è davvero questo inferno? Siamo entrati per vedere con i nostri occhi.

 

A CAMPING RIVER IN TANTI SONO ITALIANI. Varcato il cancello ecco la prima minaccia: «Attenti che qui vi rubano tutto, anche la macchina fotografica», avvertono due anziani che giocano a carte. Conoscono il pregiudizio che tanti hanno nei loro confronti e ci scherzano su. Marcello Zuinisi, legale rappresentante dell’associazione, ci indica un ragazzo di 15 anni: «Lui è nato in Italia e va a scuola tutti i giorni. Tanti qui sono italiani, rom non vuol dire straniero».

Alla vista di un giornalista si raduna la folla. I bambini osservano curiosi, le donne si lamentano e una di loro si fa avanti: «Che ci fate qui? Ci vogliono ammazzare, quelli là fuori, ma tanto voi raccontate e scrivete solo quello che vi fa comodo». «Hanno paura, stanno vivendo nel terrore», si scusa Zuinisi, «e nessuno li protegge. Non c’è inclusione per queste persone e non è solo colpa loro». Temono lo sgombero, di essere lasciati per strada, perché, quando si pensa al superamento dei campi Rom, si rischia di dimenticare le persone che ci vivono dentro, senza dare loro un’alternativa. Non tutti lavorano («ce lo vedi un imprenditore assumere un Rom?»), ma quei pochi che portano il pane a casa aiutano sempre gli altri.

 

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«Il Comune ti dà assistenza e magari anche una casa, se gli porti un contratto di lavoro, ma la gente ci odia. Come possiamo integrarci? Qui siamo tutti poveri, per fortuna c’è tanta solidarietà tra noi e nessuno viene lasciato solo», spiega una mamma di 4 figli. Anche lei, come quasi la totalità delle persone nella struttura, vive in una roulotte.

Altri hanno allestito una vera e propria baracca in stile favelas. I vestiti sugli stendini, le donne che cucinano e i bambini che giocano a pallone raccontano la quotidianità di 120 famiglie che potrebbero da un giorno all’altro perdere anche le poche cose che possiedono. Si tocca con mano l’estrema povertà, ma all’interno del campo non ci sono né montagne di rifiuti né tantomeno roghi che bruciano ed emettono sostanze tossiche. «Ma quelli di Casa Pound stanno venendo qui? La polizia ci aiuterà?», chiede una ragazza. «Se aspetti la polizia finisce che muori. Io mi difendo da solo» gli risponde un coetaneo.

 

IL PIANO ROM FA SEMPRE PIÙ ACQUA. Ad oggi, nessuno degli abitanti del Camping River è uscito dal campo (come invece prevedeva il piano del Comune) e in pochissimi hanno avuto accesso a misure di sostegno, nonostante le risorse economiche (3,8 milioni di euro dal PON Metro) a disposizione delle autorità locali. Uno tra questi si chiama Giorgio Halilovic, tra i “fortunati”, prima di farsi sorprendere dalla Polizia Municipale con del ferro nella macchina. Denunciato per trasporto illecito di rifiuti, gli sono stati tolti i fondi del progetto e poi, nel pomeriggio del 12 aprile, è stato messo su un aereo che l’ha portato in Bosnia: espulso dall’Italia, dove ha sempre vissuto, si è ritrovato in un Paese che conosceva solo dai ricordi dei genitori.

«Ora vive sul marciapiede dell’aeroporto» ci racconta Zuinisi. Sua moglie Patrizia è disperata. Lei è cittadina italiana, ha 3 bambini (Davinci, Batista e Giacomo) e due bambine (Cristina e Jamaica), di cui una diversamente abile. Senza suo marito è tutto più difficile: «Non ho più notizie. L’hanno portato via da un giorno all’altro senza dirgli nulla e ora non ha un posto in cui vivere. Questi bambini hanno bisogno del papà». Tra poco più di un mese potrebbero non avere più neanche una casa. Il piano di chiusura dei campi rom avviato nel dicembre 2016 da Roma Capitale è in una fase più che critica e, soprattutto, sta scontentando tutti.

Se avete correzioni o suggerimenti da proporci, scrivete a comunicazione@cesv.org

 

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Giorgio Marota
Giorgio Marota

Giornalista e studente di Scienze della Comunicazione, appassionato di radio, di sport e di viaggi. Amo il mio lavoro perché mi permette di stare tra le persone e raccontarne sogni ed emozioni, ma anche problemi e speranze.

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