logo reti solidali
Home » IL GIARDINO SEGRETO, PER I FIGLI DELLE VITTIME DI FEMMINICIDIO
Figli delle vittime di femminicidio

IL GIARDINO SEGRETO, PER I FIGLI DELLE VITTIME DI FEMMINICIDIO

IL GIARDINO SEGRETO, PER I FIGLI DELLE VITTIME DI FEMMINICIDIO

Hanno bisogno di supporto psicologico, ma anche legale ed economico. Purtroppo lo Stato è assente e i fondi sono bloccati, tranne che nel lazio

«Nella mia esperienza di avvocato mi sono sempre dedicata al volontariato, in particolare per donne e bambini. Mentre seguivo un progetto per aiutare le donne in fuga dalla violenza, ho iniziato a chiedermi dove fossero i figli delle vittime di femminicidio, quanti fossero e chi si prendeva cura di loro, con quali aiuti … Così nel 2015 mi è venuta l’idea di costituire un’associazione», racconta l’avvocato Patrizia Schiarizza, fondatrice e presidente dell’associazione Il Giardino Segreto.

L’esperienza sul femminicidio ci racconta di figli ai quali viene uccisa la madre a volte anche davanti ai loro occhi, spesso con modalità cruente e premeditate, di una violenza che ha costretto questi bambini e adolescenti ad anni di abusi. Il Giardino Segreto nasce per aiutare questi bambini, e tutti coloro che si occupano di loro, vittime invisibili, per «restituire a questi bambini quell’incanto e quella protezione di cui nessun bambino dovrebbe mai essere privato», si legge sul sito dell’associazione Il Giardino Segreto. «Vogliamo rendere visibili questi bambini e ridurre le differenze tra loro e tutti gli altri. Non esistono dati certi su questi bambini. Dopo un breve cenno sulla loro esistenza da parte dei media, al momento dell’uccisione della loro madre, nessuno si occupa più di loro e dei familiari chiamati ad accudirli».

 

figli delle vittime di femminicidio
Patrizia Schiarizza, presidente dell’associazione Il Giardino Segreto

Come nasce “Il Giardino Segreto”?
«Nel giugno del 2015 abbiamo fatto un evento di inaugurazione in Campidoglio che ha riscosso un grande successo, sia a livello istituzionale che sociale: da lì ho capito che c’era bisogno di qualcuno che colmasse una mancanza, che nello specifico si occupasse di questi bambini e dei loro familiari. Il nome si ispira al celebre romanzo di Frances Hodgson Burnett e l’idea, richiamata anche dal nostro logo/marchio, è quella di un luogo nel quale i bambini, pur accomunati da tristi esperienze, possano ritrovare l’incanto e la serenità dell’infanzia».

Solo a gennaio 2018 il Parlamento ha approvato la legge n. 4 sui cosiddetti “orfani” di crimini domestici. Con la nuova legge, cosa cambia?
«Cambiano moltissime cose: la legge, per quanto presenti alcune criticità, è di certo un buon punto di partenza. È stato introdotto il gratuito patrocinio, il che consentirà agli orfani di accedere alla difesa gratuitamente. Sono state introdotte alcune tutele, per garantire il risarcimento del danno subìto dai figli che restano, l’esclusione del reo (una volta accertata la responsabilità) dall’asse ereditario della vittima: fino all’entrata in vigore della legge l’autore del reato ed i figli concorrevano nell’eredità della donna uccisa. E soprattutto è stato stanziato un fondo. Il problema però è che la legge, entrata in vigore a febbraio 2018, prevedeva che entro tre mesi i Ministeri indicati (Interno, Giustizia, Istruzione) avrebbero dovuto emanare un regolamento per consentire alle famiglie di accedere concretamente ai fondi. Al di là dell’entità dei fondi, che hanno subìto una riduzione nell’ultima legge di bilancio, l’aspetto gravissimo è che le risorse, seppur poche, oggi disponibili, non sono accessibili alle famiglie, perché quel regolamento non è stato ancora emanato. Ma a conti fatti credo che la corresponsione delle somme previste, quando i fondi verranno erogati, non basterebbero a coprire i bisogni di questi bambini e delle loro famiglie.
I più fortunati sono coloro che vivono nel Lazio, in quanto la Regione si è dotata di una propria legge e con questa ha stanziato dei fondi regionali con i quali si “accompagnano” i figli delle vittime di femminicidio sino al compimento del 29esimo anno di età, con un contributo annuo di 5mila euro».

 

Figli delle vittime di femminicidio
Il logo dell’associazione

L’aspetto su cui è necessario intervenire è soprattutto il recupero dei bambini figli delle vittime di femminicidio e le loro famiglie, e il loro sostegno psicologico…
«Oltre all’aspetto economico, per il quale è fondamentale che lo Stato intervenga e si attivi concretamente, la priorità è l’assistenza psicologica per i figli, ma anche per i familiari che non hanno nemmeno avuto il tempo di piangere le loro figlie. La legge 4/2018 prevede l’obbligo per lo Stato, le regioni e gli enti locali di “attrezzarsi” e fornire servizi medico-assistenziali. Ad ogni non mi risulta che vi siano servizi. Mancano le strutture, manca il personale e soprattutto mancano professionalità che siano preparate a gestire le emergenze che queste famiglie si trovano ad affrontare. Tutti i familiari ricorrono a servizi privati, perché c’è maggiore possibilità di trovare la competenza e la professionalità che i singoli casi richiedono. Molti di questi bambini hanno assistito all’uccisione della madre, che molte volte è stata premeditata e realizzata con una efferatezza che non immaginate. Ci sono bambini che hanno assistito a scene di corpi martoriati con roncole ed altri strumenti terribili. Immaginate che trauma possa essere un’esperienza del genere e quanto possa essere difficile aiutare questi bambini? Conosco alcune situazioni in cui le cure psicologiche non bastano, ma sono necessari ricoveri in cliniche psichiatriche, che sappiano gestire l’emergenza di un bambino. Gli ospedali pubblici non sempre hanno competenza. Ed è anche capitato che siano verificati ricoveri in strutture pubbliche, che hanno cagionato più guai di prima. Molti bambini poi arrivano da storie di violenza assistita, prove di coraggio alle quali sono stati costretti sin da piccoli da padri esaltati, che li costringevano, ad esempio, a svegliarsi nel cuore della notte ed a stare sospesi appesi alle finestre per i piedini, o a mettere uccelli morti o altri volatili nel frigo per spaventare la mamma. Provate ad immaginare cosa possa rappresentare un tale vissuto per un bambino, al quale poi la mamma viene uccisa, e cosa possa voler dire, anche in termini di impegno per le famiglie. Lo Stato ad oggi è assente. Ovviamente poi ci sono anche moltissime persone di gran cuore che hanno esperienza. Ma la vera forza è data dal gruppo e da interventi collettivi che siano di supporto ai figli, ma anche alle famiglie. Le vittime invisibili del femminicidio sono tutti loro».

State sperimentando supporti esterni di famiglie alle famiglie. Può raccontarci di cosa si tratta?
«Famiglie che decidono di aiutare, anche economicamente, altre famiglie. Noi ci limitiamo solo a fare da tramite nella trasmissione delle elargizioni, dopo che abbiamo individuato le famiglie con maggiori difficoltà. Molte persone, inoltre, ci contattano per mettere a disposizione quel che possono o serve. Anche solo una casa per la villeggiatura a volte può fare molte per famiglie, che si ritrovano con 5 figli da mantenere. Altre volte mettiamo in contatto le famiglie con persone disponibili ad aiutarle concretamente, anche solo per andarle a trovare e confrontarsi/sfogarsi, o magari sostenerle in pratiche quotidiane. A volte basta anche poco per dare conforto a queste famiglie, altrimenti sole».

Come si gestisce il rapporto con i padri? 
«Il rapporto con il padre e con la famiglia dello stesso è inesistente. Molti figli delle vittime di femminicidio, diventati adulti, dicono di aver voluto cambiare nome, perché quel nome evocava “il mostro” che gli ha portato via la mamma. Spesso il bisogno di chiudere con il padre e la famiglia di origine è legato alla paura che dentro di loro possa esserci qualcosa di quella mostruosità, che ha portato ad uccidere la madre. Conosco la storia di due bambini, che da piccoli hanno assistito all’uccisione della madre da parte del padre, e si sono salvati perché la madre gli ha urlato di fuggire, che la sera si addormentano abbracciati e si rassicurano a vicenda che loro non diventeranno mai come il padre. I nonni che li hanno in affidamento mi raccontano che chiedono di togliersi il nome perché non lo vogliono. Alcuni padri cercano dei contatti con i figli che restano. Ma sino ad oggi non mi è mai capitato che fosse per dare un segno di pentimento. Chissà magari in futuro possa accadere anche questo miracolo…».

 

Print Friendly, PDF & Email
Ilaria Dioguardi
Avatar

Laureata in Scienze della Comunicazione, sono una giornalista pubblicista freelance, vivo a Roma. Ho avuto ed ho molte esperienze professionali nel giornalismo, nell’editoria, nel non profit. Le mie passioni: il mio lavoro, la lettura, il nuoto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *