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LA TENEREZZA: INVECCHIARE OGGI SECONDO GIANNI AMELIO

LA TENEREZZA: INVECCHIARE OGGI SECONDO GIANNI AMELIO

In un’intervista Amelio racconta il suo nuovo film, storia di un settantenne, dei suoi legami e bisogni. Un film intimista, che racconta la terza età con un occhio al nostro tempo

Quei palazzi del centro di Napoli hanno un fascino unico. Ma quelle scale, in quei palazzi senza ascensore, sono così faticose da salire. A 72 anni, e appena ripreso da un infarto, Lorenzo, ex avvocato, vive da solo in un grande appartamento d’epoca. È lui, interpretato da Renato Carpentieri, il protagonista de La tenerezza, il nuovo film di Gianni Amelio, liberamente tratto dal romanzo La tentazione di essere felici di Lorenzo Marone (la nuova opera di Gianni Amelio è nelle nostre sale dal 24 aprile).

Lorenzo affronta il mondo con distacco e disincanto: distacco anche dai suoi figli, Saverio ed Elena (Giovanna Mezzogiorno), uno interessato solo ai soldi, l’altra che ci tiene, ma che lui allontana. Perché, dice lui, può accadere di smettere di amare i figli quando crescono. Così Lorenzo trova un po’ di gioia nei bambini più piccoli: nel nipote, il figlio di Elena, che va a prendere a scuola di nascosto per stare un po’ di più con lui. E nei bambini di una giovane coppia, Fabio e Michela (Elio Germano e Micaela Ramazzotti), che vengono ad abitare nell’appartamento di fronte al suo. È come se con loro si venisse a formare una rete di affetti che intorno a lui era venuta a mancare.

La terza età secondo Gianni Amelio

Il mondo del cinema, e quello dei media, raccontano pochissimo, e male, la terza età. Ci voleva un giovane di settant’anni, come Gianni Amelio, per raccontarne i bisogni, i rimpianti, i dubbi e i sentimenti. Gianni Amelio firma un film intimista, ma con un occhio alle ansie del nostro tempo: la paura dello straniero, la paura di non farcela, il non saper parlare ai figli, l’ansia. La tenerezza, che sia un gesto o un sentimento, può essere la risposta alle ansie di oggi. Dobbiamo provarci, aprirci. E magari tornare sui nostri passi, per Gianni Amelio. Perché, come dice un proverbio arabo, la felicità non è una meta da raggiungere. Ma una casa in cui tornare.

È la prima volta che racconta un protagonista che è un suo coetaneo. In che cosa si identifica con Lorenzo?
«Nel disagio dell’età. Penso a Mario Monicelli: nonostante la differenza generazionale eravamo molto amici e affiatati. E lui mi diceva quanto gli facesse male non avere la libertà di fare tutto da solo, pulirsi casa, fare la spesa, cucinare, di portare i sacchetti della spesa in una casa senza ascensore. Diceva: mi fa orrore il gesto di chi cerca di aiutarmi. La premura mi sembra un’affermazione doppia del fatto che sono invecchiato. E io non voglio sentimi vecchio. E lo condivido. Lo scorso anno ho captato un dibattito tra le mie tre nipotine: una diceva “nonno è vecchio o è anziano?”. La più piccola ha detto: “no, nonno è maturo”, e ha salvato la situazione. Questa cosa l’ho messa nel film.

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Nel film «c’è tutta la gamma dell’universo femminile, che spero di aver rappresentato con amore».Gianni Amelio con Giovanna Mezzogiorno in una foto di Claudio Iannone

Non arrivo alla chiusura verso gli altri di Lorenzo: i miei rapporti familiari sono completamente all’opposto. Ho un figlio adottivo da 25 anni, che sono stati 25 anni di accordo perfetto, e lui è un uomo molto solido, è sposato da 24 anni con la stessa donna. Ho intorno una famiglia felice: sarei un imbecille a respingere un calore che mi arriva in modo sincero. E non sono un imbroglione come Lorenzo. Ma c’è un elemento che me lo fa sentire umanamente vicino. Quando confessa di aver abbandonato la donna che amava per tornare dalla moglie che non amava. È un gesto raro, strano da capire: ha fatto qualcosa contro se stesso, si è autoflagellato. E questo fa parte di questa sua natura controversa, che lo fa reagire in modo brusco a tutte le attenzioni che ha la figlia. La premura secondo lui è il contrario della tenerezza, è una tenerezza eccessiva che gli fa male invece che bene. Credo che il sentimento o il gesto della tenerezza vada addossato nel modo giusto, in modo che non diventi qualcosa che poi viene contro. È un età particolare dove basta poco a farti sentire fuori gioco. Non ho voluto fare un film autobiografico, anche se c’è una parte di me in tutti i personaggi».

Come mai può succedere di smettere di amare i figli quando crescono?
«Credo che sia un atto di estrema debolezza, di immaturità anche a settant’anni. Nella vita ci sono tante vicende che portano ad essere nemici, ma come dice in un altro momento del film il personaggio della Ramazzotti, bisogna imparare ad amare i figli in un altro modo. Fino a che sono bambini è facile amarli perché rispondono come bambini, ti guardano ma non ti giudicano. Un figlio grande ti giudica, bisogna rapportarsi in un’altra maniera. Non dimostra allo stesso modo l’affetto verso un padre, è padre a sua volta, sembra più freddo. I figli piccoli ti stanno accanto e crescono con te. Tanto che Lorenzo ha un bel rapporto con il nipotino, si trova a suo agio, lo “ruba” dalla scuola e si dà arie da maestro di vita perché crede che per il bambino siano più formative le sue lezioni di via.

E questo è segno di fragilità. È un uomo fragile. E da questo lato mi auguro di non somigliargli. È un uomo che capisco: l’età non ci fortifica, ma ci rende più deboli, ci rende più vicini a quella che sarà la fine. Un uomo dovrebbe fermarsi, se davvero esistesse giustizia, almeno a cinquant’anni. Poi inizia una lenta decadenza e c’è quella tristezza dell’abbandono che comunque fa male. Che ti porta ad essere arido, a difenderti. Lorenzo cerca una difesa e la fa in modo sbagliato. Essendo una persona che ha una sensibilità, quando arriva la coppia giovane con i bambini di fronte a casa sua, allora tutto cambia. Nasce un’altra cosa, che però non dura».

La terza età è raccontata poco e male dai media. Perché? E quale può essere il modo giusto di raccontarla secondo Gianni Amelio?
«Io penso che forse si ha paura di raccontare questa età e quindi la si esorcizza pensando ad altro, a quando si hanno vent’anni.

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«nel disagio dell’età mi identifico con Lorenzo, il protagonista del mio film». Un momento dal backstage. Ph Claudio Iannone

Da una vita sono commosso da un film di Bergman, Il posto delle fragole, che ho visto a quindici anni, e che mi ha toccato molto, nonostante non fosse quello il tema più urgente per me. Per la prima volta ho fatto un film dove il protagonista ha la mia stessa età. Ho fatto da giovane film su persone più grandi di me, ma non è mai coincisa l’età del regista con quella del protagonista.

Questo è stato un valore aggiunto, perché mi sono lasciato andare senza pregiudizi, cercando di capire anche le cose che non condividevo. Mi ha aiutato il fatto che non fosse un film su un solo personaggio, ma anche un film corale. Mi ha aiutato raccontare i personaggi femminili, che sono quattro, quattro sfaccettature diverse di donne: una madre in età, una giovane madre e moglie, un figlia, un’amante. C’è tutta la gamma dell’universo femminile, che spero di aver rappresentato con amore. Anche perché ho trovato le attici che mi sembravano perfette per le rispettive parti. Per la prima volta ho gli attori di prima scelta, quelli che volevo, e per un regista significa non dovere imporre a un attore il proprio personaggio, ma far sì che personaggio e attore si incontrino».

Gli episodi di follia e di violenza domestica oggi accadono sempre più spesso…
«C’è una grande differenza nella rappresentazione che rende il mio film particolare. Se fa riferimento alla cronaca o romanzi o film che hanno raccontato la violenza domestica, tutti l’hanno raccontata dall’interno, e sviscerando tutte le ragioni. Niente di tutto questo è nel mio film: noi assistiamo a qualcosa che accade ma non è preparato, non viene svelato, cade sui personaggi e ci fa interrogare sulla vita. Ci fa interrogare tutti, tutti abbiamo qualcosa di imponderabile, di ineluttabile che sta covando dentro di noi da quando eravamo bambini. E solo quando, nella seconda parte del film, entra in scena la madre di Fabio sappiamo cosa accade in lui».

La tenerezza è una storia intimista, ma legge bene anche i nostri tempi. Più volte sono in scena degli stranieri, e la nostra paura di fronte a loro. E poi c’è la società dell’immagine, con quella foto con il telefonino all’ospedale…
«Quando racconto una storia cerco di ragionare prima, quando scrivo, ma quando realizzo il film mi faccio guidare da altre cose, che sono di pancia, di cuore. E allora certe cose le scopro a film finito, o strada facendo. Non mi pongo questi problemi mentre faccio il film, faccio quasi irrazionalmente il mio lavoro, quando ho un copione scritto: per me è importante l’improvvisazione, il rapporto con gli attori. E allora è giusto che questo ragionamento sul film lo facciano gli altri».

Ha detto che abbiamo bisogno della tenerezza per scacciare l’ansia, specialmente oggi, in questo mondo di trappole e inganni. È un messaggio di solidarietà, in fondo. Come si mette in atto in concreto?
«La tenerezza si attua con il rispetto dell’altro, soprattutto quando l’altro è diverso da te.

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«Bisogna guardare gli altri negli occhi, e non porgere la mano distrattamente. Il rispetto è alla base della tenerezza». Elio Germano, Ph Claudio Iannone

C’è un momento, nel film, che più di altri mostra quello che volevo trasmettere. È quando Fabio, Elio Germano si mette di fronte a un venditore senegalese: dopo averlo trattato male gli va di fronte e lo guarda negli occhi. E in quello sguardo c’è tutto. C’è soprattutto il sentire che sono uguali. Mi sembra un gesto fortissimo, che oggi quasi nessuno è capace di fare. Forse in questa chiave Papa Francesco intendeva la tenerezza quando ne ha parlato qualche settimana fa: diceva che la tenerezza ci rende più liberi. È vero: la tenerezza ci apre all’altro, e ci toglie questo affanno che tutti quanti abbiamo ogni mattina quando ci svegliamo per affrontare una giornata. Noi che siamo molto più privilegiati di tanti altri, sicuramente più del ragazzo senegalese. Di queste cose spesso ci dimentichiamo. Bisogna guardare gli altri negli occhi, e non porgere la mano distrattamente. Il rispetto è alla base della tenerezza. Altrimenti la tenerezza diventa qualcosa di sdolcinato ed ipocrita, qualcosa di falso che è meglio non praticare».

In copertina Renato Carpentieri in una foto di Claudio Iannone. Grazie a Kinoweb

Maurizio Ermisino
Maurizio Ermisino

Curioso fin da piccolo, è sempre stato attratto da tutto ciò che è immagine in movimento e suono elettrico. In due parole: cinema e rock. In un master ha incontrato le altre due passioni della sua vita: Chiara e il sociale. Oggi si occupa della comunicazione del progetto Well-Fare | Tra mediazione e comunità, costruire il welfare locale. http://www.well-farecomunita.it/

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