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LIGABUE: AMO L’ITALIA, NONOSTANTE LA FRUSTRAZIONE

LIGABUE: AMO L’ITALIA, NONOSTANTE LA FRUSTRAZIONE

Made in Italy, nelle sale il 25 gennaio, è il terzo film da regista del Liga. Una storia di persone perbene, quelle che il cinema non racconta, e un atto d’amore per il nostro Paese

Un film “sentimentale”. Così Luciano Ligabue definisce il suo ultimo film, Made In Italy, che arriva, a 16 anni dal precedente Da zero a dieci, nelle nostre sale il 25 gennaio. “Sentimentale” non nel senso di storia d’amore, ma perché racconta un sentimento, quello verso il nostro Paese. «Lo vedo in una fase di incertezza importante» spiega Ligabue.

«Ma non è tanto importante come lo vedo, quanto piuttosto il sentimento che continuo a provare. Ho cominciato a raccontare il mio sentimento dieci anni fa con una canzone, Buonanotte all’Italia. Poi ci sono stati Il sale della terra e Il muro del suono, che avevano la stessa intenzione, raccontare il mio amore per questo Paese, che non viene meno nonostante la frustrazione».

 

IN RIVA AL FOSSO. Made In Italy, che trae spunto dal suo album omonimo, il più recente, è la storia di Riko, interpretato dall’alter ego cinematografico di Luciano, Stefano Accorsi. Camice improbabili alla texana, jeans e cinturone, il look di chi è cresciuto con dentro i sogni di rock’n’roll, Riko lavora in una fabbrica che produce mortadella, orgogliosamente Made In Italy, ma sempre sospesa a un filo a causa della globalizzazione.

Ligabue sceglie di raccontare vite normali, mondi normali, lavori normali. Che poi sono quelli dei suoi amici. E che potevano essere i suoi. Foto Chico De Luigi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E, infatti, in quella fabbrica, gli operai stanno come d’autunno sugli alberi le foglie: un soffio di vento, e perdere il lavoro è un attimo. Riko ha una moglie, Sara (Kasia Smutniak), forte e fragile allo stesso tempo, con cui forse è finita, forse no. Il solito gruppo di amici, rifugio ma anche fonte di dolori. Tutto diventa sempre più precario. Fino a quando trova la forza di cambiare.

 

SOLO UNA VITA. Quello che colpisce subito, nel film di Luciano Ligabue, è la scelta di raccontare vite normali, mondi normali, lavori normali. Che poi sono quelli dei suoi amici. E che potevano essere i suoi, se solo non avesse imparato un altro lavoro, fatto di tre accordi e la verità. E non è solo una citazione da buttare lì. Il punto è proprio questo: la verità. Tutto si può dire di Luciano Ligabue tranne che non sia uno vero, uno sincero. Un’artista, forse uno dei pochi, che non ha mai perso il contatto con la realtà, che non ha mai scordato da dove viene.

«Volevo raccontare questo sentimento attraverso un personaggio che ha meno privilegi di me» ci racconta il regista. «Riko vive una vita normale, e guardandola la troviamo straordinaria. E ha un rapporto molto forte con le sue radici e anche con il Paese. Nessun italiano ormai fa le vacanze a Roma, nessuno fa la luna di miele in Italia. È il Paese più bello del mondo, siamo assuefatti alla sua bellezza e abituati al suo malfunzionamento. Più di tutto mi interessava raccontare gli stati d’animo. Quelli di un gruppo di persone perbene che non hanno voce in capitolo, non vengono raccontati perché definiti non interessanti. Volevo raccontare quello che conosco, amici di vecchia data che sono brave persone e che dicono che in questo Paese essere brave persone non paga».

 

UN RACCONTO DA MEDIANO. È vero anche che, a parlare delle persone comuni, si finisce a volte a parlare come le persone comuni. E il rischio è quello di finire nel luogo comune, nello scontato, nel prevedibile. E di cose di questo tipo, in Made In Italy, ce ne sono davvero tante. Ma ci sono tanti aspetti in cui molti di noi si possono identificare. Quante volte, come Riko, abbiamo detto, o pensato “io non sono quello lì”, guardandoci dall’esterno, guardando il nostro lavoro? Quante volte ci siamo sentiti di affermare “io non faccio parte di nessuna categoria”?

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«Sono interessato a storie specifiche, non di tutti, ma se in molti si riconoscono, vuol dire che l’opera di fantasia ha funzionato». Foto Chico De Luigi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Certo, oggi le categorie non ci sono più. Eppure, pur parlando solo di una persona, o di un gruppo, Ligabue, come nessuno faceva da tempo, ci racconta quella classe operaia che, oggi più che mai, non va in paradiso. «C’è una scena tagliata in cui il personaggio del commercialista si trova a lamentarsi del fatto che i sui due amici operai sono lì a “menarla”. “La classe operaia, come se esistesse ancora…” dice. Non è che non esista, ma oggi la vedo poco rappresentata» riflette il regista. «Ma non è compito mio parlare di questo. Il mio compito è parlare di questa persona».

La forza di Ligabue è proprio in questa umiltà, in questo understatement, questa sua vita da mediano. Ed evidentemente è anche quella di riuscire ad essere universale. «C’è sempre stato il tentativo di essere più specifici possibili» spiega il rocker di Correggio. «Con Radiofreccia mettevo la macchina da presa a picco per schiacciare i personaggi sul suolo, per dire siamo a Correggio negli anni Settanta, in un momento preciso, è la storia di uno solo. L’aggettivo più usato per Radiofreccia alla fine è stato “ritratto generazionale”. Sono interessato a storie specifiche, non di tutti, ma se in molti si riconoscono, vuol dire che l’opera di fantasia ha funzionato».

 

UN PAESE CI VUOLE. E poi ci sono la musica e la voce di Ligabue. Piacciano o meno, sono un mood, uno stato d’animo, un pulsante su cui premi on ed entri in un mondo. Inconfondibili, ti accompagnano e dettano una linea. I brani che ascoltiamo in Made In Italy forse non sono i suoi migliori, anche se Non ho che te è un ritratto piuttosto centrato su cosa voglia dire perdere un lavoro oggi e cosa accada in una famiglia. «Tutto questo progetto nasce da un seme che ho ripreso, una canzone che si chiama Non ho che te”» spiega Ligabue.

«Mi sono ritrovato a cantare in prima persona la storia di una persona che perde il posto di lavoro. Mi piaceva poter raccontare come una persona, nel momento in cui perde il posto di lavoro, perde il proprio senso di identità. È qualcosa che ha a che fare con chi sei”.

Ma in Made In Italy non ci sono soltanto le parole di Luciano Ligabue. A chi parte, a chi resta, a chi ama l’Italia, nonostante tutto, dedica anche le parole di Cesare Pavese, che riassumono il senso del film. E il sentimento di molti di noi. “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

La foto di copertina è di jarnoiotti©ZooAperto

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Maurizio Ermisino
Maurizio Ermisino

Curioso fin da piccolo, è sempre stato attratto da tutto ciò che è immagine in movimento e suono elettrico. In due parole: cinema e rock. In un master ha incontrato le altre due passioni della sua vita: Chiara e il sociale. Oggi si occupa della comunicazione del progetto Well-Fare | Tra mediazione e comunità, costruire il welfare locale. http://www.well-farecomunita.it/

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