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passeggiando nella periferia romana

PASSEGGIANDO NELLA PERIFERIA ROMANA: LA CAMMINATA È RIVOLUZIONE

PASSEGGIANDO NELLA PERIFERIA ROMANA: LA CAMMINATA È RIVOLUZIONE

Irene Ranaldi propone una personale guida turistica delle borgate romane, luoghi lontani dal centro, fatti di contraddizioni e bellezza

«È agosto. Dice che Roma è più bella d’agosto. Ci sono meno automobili in giro, c’è quell’atmosfera sospesa delle cicale che cantano in maniera piatta e noiosamente uguale, tutto questo ti fa illudere di vivere in un eterno presente, un po’ come era il tempo dell’infanzia e della noia. Io però mi sento come Carlo Verdone e l’amico Martucci, che si danno appuntamento in borgata, al “palo della morte”, nel giorno di Ferragosto, per condividere un po’ di solitudine.

 

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Il palo della morte, a Roma

Che poi, dove starà questo palo della morte? L’oracolo di Delfi contemporaneo –Google –, interrogato dalla tastiera, naturalmente lo sa: si trova tra via delle Vigne Nuove, la Bufalotta e il Tufello. Non fa eccessivamente caldo stamattina, il cielo è ancora incerto… prima che l’afa prenda possesso di tutti i miei neuroni, cerco di capire con l’aiuto di Google map esattamente dove si trova il Tufello. Google mi suggerisce che era una “borgata” e che, in qualche modo, ha a che fare col Fascismo». Inizia così Passeggiando nella periferia romana – La nascita delle borgate storiche (Iacobelli Editore), il libro di Irene Ranaldi, una guida turistica alternativa che punti l’attenzione sui luoghi meno conosciuti di Roma.  «Con questo libro volevo porre l’attenzione sul turismo nelle periferie, sul fatto che anche le periferie sono meritevoli di percorsi turistici» ci spiega l’autrice. «E sul fatto che lo storytelling urbano le racconta in maniera meravigliosa, pensando di fare del bene, ma alla fine facendo del male. In questo modo si pensa che vada tutto bene, a volte è così, a volte no. Mi interessava fare la provocazione di una guida turistica non dei Fori Romani, ma delle borgate. E ho trovato in Jacobelli un ottimo interlocutore». Quello di Irene Ranaldi non è un saggio. È un libro molto personale, passionale, impressionista, sentito, soggettivo. Si legge come un romanzo, tanto è avvincente.

 

NON SOLO STREET ART. «Ho degli amici che arriveranno da New York, dice che hanno letto in giro che la periferia romana sta diventando molto cool e riqualificata grazie alla Street art e mi chiedono se riesco a trovargli un appartamento su Airbnb in borgata. Non lo sanno mica che la metropolitana a Roma ha tre linee ridicole che sommate faranno, sì e no, quanto mezza delle loro ventisei linee, sei treni metropolitani e quattrocentosettanta stazioni che esistono in quella meravigliosa città. E che raggiungere il fantomatico centro di sera con i mezzi pubblici a Roma è praticamente impossibile. In inglese forse suburb può risuonare meglio, chissà». In un altro passo del suo libro Irene Ranaldi tocca un tasto piuttosto delicato. Si è diffusa questa immagine che le borgate siano di moda, grazie alla street art. Ma questo non significa che siano riqualificate. Una pennellata di arte, una mano di vernice abbellisce luoghi che però rimangono lontani dal centro, non solo in senso fisico. «Quegli amici sono reali, e li ho portati davvero a fare dei giri nelle periferie con Ottavo Colle» ci racconta l’autrice.  «Per quanto riguarda questo accenno al mio approccio alla street art, ho avuto un’esperienza spiacevole a Primavalle, quando degli artisti mi fecero la guerra sui social dicendo che le passeggiate andavano a sfruttare la loro opera. A New York una cosa del genere non accadrebbe mai, sono molto avanti sul turismo, anche nelle periferie. Qui i quartieri si chiudono. E Primavalle è una delle borgate ufficiali più isolate, e anni fa se ne parlava molto soltanto per la street art, quando invece è messa male dal punto di vista delle strutture e della microcriminalità».

 

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A San Basilio l’associazione Walls trasforma i muri in opere d’arte. E crea comunità

«Portare iniezioni di persone che vengono là e camminano porta invece dei piccoli cambiamenti» continua. «Fai vedere, come quando porto le persone al Corviale, che torni a casa sano e salvo. E racconterai che quel quartiere ha delle difficoltà ma ci puoi andare. E che non c’è solo la street art. Jane Jacobs dice che la camminata è rivoluzione». «Quando faccio queste passeggiate mi capita che la gente mi chieda: da dove vieni? Da Testaccio, rispondo» aggiunge l’autrice. «Da Testaccio al Quarticciolo sono 7 chilometri, che però sono l’abisso, anche di pratiche quotidiane: spesso le persone, per motivi vari, soprattutto per quanto è difficile muoversi a Roma, fanno tutta una vita nello stesso quartiere. Un abitante del Quarticciolo magari va a piazza Navona nell’Epifania, va a vedere quella che chiama “Roma” una volta l’anno».

 

BORGATE E PERIFERIE. Digitando il vocabolo borgata correlato a “immagini”, scrive Irene Ranaldi, compare la mappa del Piano regolatore del 1931 che, per la prima volta, stabilisce la costruzione di dodici borgate ufficiali a Roma. Il termine “borgata” a Roma ha una declinazione particolare, lo dice il vocabolario Devoto-Oli: «In un caso specifico, quello delle borgate di Roma, il nome è un’alterazione di “borgo” che, con origine tedesca (burg), indicava il quartiere delle guardie svizzere a servizio del Papa e successivamente una serie di centri minori attorno alla città, dotati di un microclima sociale ben individuato. La borgata, almeno nelle aspettative dei suoi creatori (negli anni Venti e Trenta del XX secolo), avrebbe quindi voluto essere riconoscibile per certi aspetti caratteristici di spontaneità e vita semplice; dietro a questa lettura ideologica si tentava però di nascondere gli aspetti più degradati dell’agglomerato stesso, compresa l’alienazione sociale dalla vita pulsante del nucleo cittadino di Roma». «Borgata è proprio un termine romano» commenta l’autrice. «Non usiamo un termine simile per le altre città. Le nuove periferie sono città satellite. La borgata va riconosciuta agli architetti del Fascismo che nel progettarle avevano dei criteri: una certa cura dei cortili, il fatto che al centro dei quartieri ci sia sempre una piazza. Il Tufello o il Quarticciolo sono posti piacevoli in cui camminare, a Bufalotta ci sono solo palazzi e centri commerciali». In quell’idea, insomma, c’era un’attenzione alla comunità, alla socializzazione che poi nell’urbanizzazione più recente si è persa.  «Il Fascismo, in realtà, non lo fece per questi motivi, l’ideologia era quella del controllo, controllare tutto con uno sguardo» precisa Irene Ranaldi.

 

1931: LA PRIMA GENTRIFICATION. Da dove è iniziata l’edificazione incontrollata delle periferie a Roma? È iniziata dai Piani regolatori e da tutte le varie deroghe al Piano. Per le borgate storiche romane si deve risalire al Piano regolatore nato durante il Fascismo, nel 1931, che porta la firma di Marcello Piacentini. «Col piano regolatore del 1931 per la prima volta nella città di Roma vengono istituite queste borgate ufficiali per dare varie risposte alla necessità di case» ricorda Irene Ranaldi. «Perché i ceti popolari erano stati allontanati dal centro e perché si diedero alle ruspe baracche e baraccamenti che erano considerati un brutto spettacolo, ma la situazione richiedeva poi delle abitazioni per le persone sfrattate. Nascevano così degli agglomerati intorno ai quali non c’era nulla: i film di Pasolini ce li ricordano. È stata una prima gentrification perché è stata un’operazione di allontanamento dei ceti popolari. Da lì iniziò anche lo smantellamento delle attività artigianali».

 

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Anfore in una foto di Ottavo Colle. Irene Ranaldi ha lanciato anche un’altra petizione, per l’apertura del Monte dei Cocci a Testaccio

UN MUSEO DIFFUSO. L’offerta turistica romana, scrive Irene Ranaldi nel suo libro, potrebbe notevolmente svilupparsi quando e se smetterà di nascondere e conferirà alle periferie l’attenzione e la dignità che meritano. «In realtà questa città necessiterebbe di un ripensamento del proprio brand» commenta l’autrice. «Pensiamo a “I Love NY”: chi è che non riconosce nel mondo quella scritta con il cuore? Per quanto riguarda le periferie ho lanciato una petizione su Change.org, e ho cercato anche di portare il progetto a varie fondazioni bancarie, per un museo diffuso delle periferie romane, che possa offrire al turista una serie di tasselli di un mosaico. Insieme al volantino chespiega che cos’è il Foro Romano, potrebbe esserci anche uno che spieghi cos’è stato San Basilio, il Quarticciolo e così via. Si dovrebbe lavorare molto sulla comunicazione, ma non si fa nemmeno per il centro storico».

Acilia, Primavalle, Val Melaina, Tufello, San Basilio, Pietralata, Tiburtino III, Borghetto Prenestino, Quarticciolo, Borgata Gordiani, Tor Marancia, Trullo. In ogni borgata c’è qualcosa che vale la pena di vedere.  «È bello vederle tutte, e ritrovare una certa ricorrenza negli stili, perché gli architetti incaricati da Piacentini erano sempre gli stessi» ci spiega l’autrice. «Sei al Trullo e ti trovi a fare una fotografia uguale al Tufello, perché l’architetto Nicolosi è lo stesso. Una cosa bella, che accomuna tutte le borgate, è vedere i cortili, il tipo di persiane. Ogni borgata ha la sua bellezza. A Pietralata mi viene in mente il film L’onorevole Angelina, con Anna Magnani, il film sulla gentrification per eccellenza, o Ragazzi di vita di Pasolini. Il Trullo è speciale per i suoi bellissimi cortili, il Quarticciolo per quella che era la caserma, con le feritoie per i fucili che controllavano, aimè, l’adunata il sabato, però è una piazza molto bella. A Tiburtino III ci sono le case popolari che sono ancora così com’erano un tempo».

 

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passeggiando nella periferia romanaIrene Ranaldi
Passeggiando nella periferia romana
La nascita delle borgate storiche
Iacobelli Editore, 2018
pp. 112, € 12,00

 

 

 

 

 

Se avete correzioni o suggerimenti da proporci, scrivete a comunicazione@cesv.org

Foto di copertina di Maritza Bianchini, fotografa dell’associazione culturale Ottavo Colle

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Maurizio Ermisino
Maurizio Ermisino

Curioso fin da piccolo, è sempre stato attratto da tutto ciò che è immagine in movimento e suono elettrico. In due parole: cinema e rock. In un master ha incontrato le altre due passioni della sua vita: Chiara e il sociale. Oggi si occupa della comunicazione del progetto Well-Fare | Tra mediazione e comunità, costruire il welfare locale. http://www.well-farecomunita.it/

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