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Rapporto ombra

VIOLENZA SULLE DONNE: LE LEGGI CI SONO, MA È DIFFICILE APPLICARLE

VIOLENZA SULLE DONNE: LE LEGGI CI SONO, MA È DIFFICILE APPLICARLE

Presentato il "Rapporto Ombra" sull'applicazione della Convenzione di Istanbul: tanti problemi aperti e una cultura sessista che complica tutto

Il 26 febbraio a Roma è stato presentato a Roma il “Rapporto Ombra” delle associazioni di donne sull’applicazione della Convenzione di Istanbul, cioè la (Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica del 2011, ratificata dall’Italia con la Legge 77/13). Il rapporto è frutto del lavoro di esperte di 25 associazioni di donne e di professioniste singole coordinate da D.i.Re, Donne in Rete contro la violenza, che si sono unite per approfondire lo stato dell’applicazione della Convenzione del Consiglio d’Europa (ratificata in Italia nel 2013) sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica in Italia.

Dal “Rapporto Ombra” emerge come la legislazione in materia in Italia non sia attivata in modo efficace per dare risposte concrete alle donne e ai figli, che chiedono aiuto per uscire dalla violenza. Il “Rapporto Ombra”, peraltro, non è solo una raccolta dati, ma è la dimostrazione della grande cultura delle realtà coinvolte, la prova della grande risorsa di esperienze e di competenze delle associazioni, coordinate da D.i.Re e dai centri antiviolenza. Fotografa l’Italia come capace di intervenire in materia in campo normativo, ma incapace di applicare le leggi. E l’informazione è attenta al tema, ma lo racconta in termini spesso voyeuristici.

 

Rapporto Ombra
Da sinistra: Claudia Signoretti (Parteciparte),
Maria Rosa Lotti (D.i.Re / Le onde), Paola Sdao (D.i.Re / Centro Roberta Lanzino)

IL MONITORAGGIO EUROPEO.  «Dal 13 al 21 marzo prossimi l’Italia è sotto monitoraggio, saranno presenti le esperte del Grevio, Gruppo di esperte sulla violenza contro le donne del Consiglio d’Europa», dice l’avvocata Marcella Pirrone, del Centro di Ascolto GEA di Bolzano. Il Consiglio d’Europa vuole infatti controllare l’implementazione della Convenzione di Istanbul. «Lo Stato monitorato ha il dovere di fare un’autovalutazione nei confronti della Convenzione. Per fortuna il meccanismo prevede di far sentire la propria voce: ad ottobre abbiamo presentato il Rapporto delle Associazioni di donne: si tratta del primo report rispetto alle Convenzioni di Istanbul. Le esperte gireranno a Roma, in Lombardia e in Puglia, incontreranno le istituzioni e il mondo della società civile».

 

LE CRITICITÀ. «Sono molto orgogliosa di rappresentare i centri antiviolenza. Quando i lavori per la realizzazione del Report sono iniziati avevamo sotto gli occhi una serie di criticità», dice Lella Palladino, Presidente D.i.Re. «Le difficoltà che già c’erano, per la mancata attuazione della Convenzione di Istanbul, erano quelle di un paese che stava scivolando nella deriva della libertà di tutte e tutti, che stava negando i principi della Costituzione. I limiti alla libertà sono sempre più evidenti. Spesso le donne che hanno accesso alla giustizia sono rivittimizzate, si verifica una vera delegittimazione della parola delle donne. Viene già applicata l’alienazione parentale, come se il disegno di legge Pillon fosse già diventato legge. E manca l’integrazione tra le varie politiche».

Continua Palladino: «Il filo rosso che lega tutte le criticità è una cultura sessista, che si vede dal linguaggio dei media e che rende inutili i programmi di prevenzione. Le criticità che riscontriamo sono in tre ambiti: protezione, prevenzione e diritto sostanziale. Presentiamo il rapporto con un grido d’allarme, ma anche con una speranza: l’aspetto positivo è che le donne sanno lavorare insieme e sanno superare le differenze e le frammentazioni. Le donne sanno anche mettersi in un sistema di forte coesione per contrastare le politiche che si stanno portando avanti in questo momento. Dobbiamo lavorare insieme per dare vita ad un quadro politico che possa ribaltare quello che vediamo sotto i nostri occhi”.

 

Rapporto Ombra
Da sinistra: Marcella Pirrone, Elena Biaggioni, Angela Azzaro, Lella Palladino, Linda Laura Sabbadini

IL RUOLO DELLE ASSOCIAZIONI. Uno dei messaggi chiave del “Rapporto Ombra” è che tutti i temi affrontati hanno bisogno di investimento, culturale ed economico in questo Paese, non di criminalizzazione. La rivendicazione alla base è che il ruolo delle associazioni di donne debba essere sempre di più riconosciuto, potenziato e consolidato come strumento imprescindibile per la lotta contro la violenza maschile sulle donne.

Donne e bambini trovano nel loro percorso ancora troppi ostacoli, sia con le forze dell’ordine, che con professionisti dell’ambito sociale e sanitario. Questi problemi sono causati soprattutto dalla scarsa preparazione e formazione sul fenomeno della violenza, ma soprattutto dai profondi stereotipi sessisti, disuguaglianze tra i generi, pregiudizi nei confronti delle donne che denunciano violenze, cui ancora si ha, troppe volte, resistenza a credere.

 

CHE COSA MANCA. Nel “Rapporto ombra” si è scelto di evidenziare i problemi che in Italia ostacolano l’applicazione della Convenzione.  Prima di tutto, emerge la mancanza di educazione sin dalla scuola e un’adeguata formazione di tutte le figure professionali, che sarebbero fondamentali per il superamento della visione stereotipata e sessista dei ruoli uomo-donna.

Un punto da sottolineare è la precarietà dei fondi per le case rifugio e i centri antiviolenza, la maggior parte delle risorse è distribuita sul territorio attraverso le Regioni, senza nessun criterio di individuazione dei servizi specialistici o vincolo predeterminato. Questo crea una situazione molto disomogenea nella destinazione delle risorse a livello regionale.

Si riscontra anche una distribuzione non uniforme dei centri antiviolenza: 47% al Nord, 27% al Centro, 18% al Sud, 8% nelle Isole. La disomogeneità è riscontrata anche nei dati richiesti e raccolti, che risultano insufficienti ad inquadrare in modo efficace il fenomeno: sono state solo due le ricerche dello Stato (ISTAT 2006 e 2014) sulla violenza alle donne.

 

Rapporto Ombra
La “raccomandazione” emersa dal Rapporto Ombra

IL PROBLEMA DELLA GIUSTIZIA. Il “Rapporto Ombra” segnala il grande problema dell’accesso alla giustizia per le donne vittime di violenza, le criticità in particolare nel procedimento civile per quanto riguarda l‘interpretazione della regolamentazione dell’affidamento dei figli nei casi di violenza. Nelle cause civili non vengono considerati gli aspetti di rilevanza penale dei fatti accaduti tra le parti.

Molto spesso la denuncia viene ritenuta strumentale e la donna è accusata di alienazione genitoriale. «Vengono disposte CTU (Consulenti Tecnici d’Ufficio) dai costi elevati, dove i consulenti non sono preparati allo specifico tema della violenza tra i coniugi e delle sue conseguenze», sostiene Manuela Ulivi, presidente del CADMI, Casa delle Donne Maltrattate di Milano. «La violenza viene ridotta “a grave conflitto” tra le parti, soprattutto in presenza di minori, rispetto ai quali viene spesso proposto o un affido condiviso o un affido ai servizi, in violazione dell’art 31 della Convenzione di Istanbul. È importante la menzione specifica della violenza domestica e violenza assistita, come elemento motivante la decisione sull’affido/custodia del minore, sono fondamentali il divieto assoluto di mediazione diretta o occulta e la formazione specifica dei CTU sulle dinamiche della violenza. Abbiamo finalmente messo in discussione tutte le criticità del sistema e ci troviamo ancora di fronte a frasi come “i bambini devono vedere anche il padre”, in ogni situazione, senza considerare i danni e le conseguenze».

«La “vittimizzazione secondaria” delle donne che chiedono giustizia è ancora un grave problema, che scoraggia l’emersione della violenza. Solo una formazione qualificata dei magistrati, della polizia giudiziaria e degli assistenti sociali consentirà dei processi adeguati», commenta Francesca Garisto, avvocata CADMI.

 

LA CRISI. E intanto, le donne sembrano sempre più sfiancate dalla crisi: «è diminuito il part time volontario, è aumentato il part time involontario, è cresciuta l’occupazione precaria e non a tempo indeterminato: le donne sono uscite sfiancate da questa crisi, dalla quale siamo usciti solo da un punto di vista economico, ma non sociale», denuncia Linda Laura Sabbadini, statistica e editorialista de “La Stampa”. «Combinandosi questa situazione con il grande sommovimento politico, siamo di fronte ad una maggiore difficoltà anche a far fronte ai tentativi di tornare indietro, è più difficile riuscire a resistere. Le differenze tra uomini e donne sono diminuite (i tassi di disoccupazione si sono avvicinati perché gli uomini, da un punto di vista lavorativo, stanno peggio), ma le differenze tra le donne sono aumentate: i divari sono cresciuti tra donne del Nord e del Sud, tra donne che non hanno un’istruzione elevata e donne che sono laureate. È più difficile essere unite, a fronte di attacchi nei confronti delle donne, mentre la chiave per vincere è sempre stata l’unità».

 

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Ilaria Dioguardi
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Laureata in Scienze della Comunicazione, sono una giornalista pubblicista freelance, vivo a Roma. Ho avuto ed ho molte esperienze professionali nel giornalismo, nell’editoria, nel non profit. Le mie passioni: il mio lavoro, la lettura, il nuoto.

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