vent'anni

Avere vent’anni in un mondo che richiede, ma non aspetta

Un’analisi silenziosa sulla strada tra la cara, potente adolescenza e il grande, incerto dopo. Quando ci si sente trascinati, un po’ persi e soli. Ma con una voce che ha bisogno di essere ascoltata e il diritto e il desiderio ad uno spazio da occupare
di Giulia Angelucci 3
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Tutti, tra i giovani come me con i quali ho avuto modo, piacere e sollievo di confrontarmi, si sono sentiti catapultare, tra i 19 e i vent’anni, in un mondo nuovo. Un mondo grande, che richiede, non aspetta, lascia soli.

Non più cullati dalla madre scuola, nostro tempio e guida fin dall’infanzia, che per quanto a volte abbiamo odiato, ci ha donato il bene della cultura. Scuola come luogo, certezza, intorno alla quale, nei migliori dei casi, si è avuto modo di conoscere e legare con chi ci ha segnati per la vita.

Convinti della nostra potenza, aggrappati, in maniera meravigliosa, alla voglia di indipendenza, custodiamo, crediamo nelle nostre capacità, in quello che saremo. Sarebbe bellissimo non scordare mai questa speranza data per certa, di poter essere e fare qualunque cosa, propria dell’età che coincide per molti con gli ultimi anni di scuola.

Vent’anni ed essere scaraventati nel mondo reale

Accade però che questo ardore riscontri ostacoli, e si ritrovi ad essere trascinato, perso, impaurito, spento. Di punto in bianco siamo costretti a scegliere, stavolta senza seguire una linea tracciata. È l’età dell’incertezza, che bussa alla porta e scuote.

Mai come quell’anno io, e tante delle persone accanto a me, abbiamo vissuto un dolore così grande. Seppur ad esserci dentro si è in così tanti, si viene pervasi da un senso immenso di solitudine. Incapaci, inetti, trascinati. Siamo ibridi, uscendo dalla travagliata e splendida adolescenza, inseguiamo il desiderio di autodeterminazione, sotto doveri e leggi adulte, nuove.

Sembrava brutale, essere scaraventati nel mondo reale, ed iniziare ad eseguire senza un piano preciso. Scontrarsi con le aspettative dei familiari, le proprie.

Libero arbitrio, decidere per sé (diritto sacro, ma che spaventa). Università, lavorare, prendere una pausa, o essere costretti a prenderla come conseguenza di una scelta non proprio adatta a noi.

È rassicurante però sapere che sì, si può tornare indietro. Proprio in nome del libero arbitrio è possibile cambiare, fermarsi. Tanto piccoli non lo siamo più, ma non per questo allora ci si deve autoflagellare.

Abbiamo una voce che ha bisogno di essere ascoltata

Mai fino a quel momento sono stata consapevole di cosa significasse occupare uno spazio, crearsi il proprio. Fatico ancora ad avere un quadro completo della strada che percorrerò. Ma quella voce, bambina e fiera, messaggera di radici e desideri, può e deve guidarci. L’unica carezza che rimane, custodita in noi, è la possibilità di esserci fedeli. La voce conosce, prima del conscio, chi siamo e siamo stati. Ed è per istinto che lotterà per far comprendere, (o ricordare), prima a noi, poi al mondo, che abbiamo diritto di prendere quello spazio, che abbiamo valore, solo per essere chi siamo.

L’ambizione più idealista degli anni precedenti di autodeterminarsi diviene concreta, si è fortificata. E seppur più consapevoli delle ansie, precarietà e delusioni del mondo reale, ritroviamo una voglia del tutto nuova di esprimerci, creare, essere e stare. Mi rassereno, sapendo che non tutto può essere chiaro, a vent’anni.

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