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Balcanica: nel limbo della rotta da cui non si va avanti né indietro

La rotta balcanica è la rotta di terra spesso dimenticata: Nicola Sorcinelli la racconta nella sua opera prima, Balcanica. Il film è stato presentato alle Giornate degli Autori a Venezia ed è un inno alla riscoperta dell’umanità che abbiamo perduto
di Maurizio Ermisino 5 MINUTI
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Siamo in un bosco fitto, tra filari di alberi che altissimi che si stagliano nella notte, come fanno quelle due ombre che si muovono nel buio. Poi, l’abbaiare dei cani, il rumore di qualcuno che arriva, un’aggressione. Non sono le immagini che siamo soliti associare alle migrazioni, non c’è il mare, non ci sono le barche, i naufragi. Ma è ugualmente doloroso, e pericoloso. È la rotta di terra, la rotta balcanica, quella meno nota, quella spesso dimenticata. Nicola Sorcinelli la racconta in un film dal titolo inequivocabile, Balcanica, la sua opera prima Balcanica, prodotto da Nightswim e Wildside, presentato alle Giornate degli Autori a Venezia, dove si è aggiudicato il Premio del Pubblico e il Premio Internazionale Carlo Lizzani – Film 2026, ed è nelle sale con Fandango Distribuzione. «È una rotta che c’è sempre stata, ma in qualche modo più silenziosa, o che silenziano, » riflette Nicola Sorcinelli, che ha scritto anche la sceneggiatura con Andrea Brusa. «Ho voluto accendere un lumino su quella rotta, su quel pezzo di mondo così vicino a noi. Sono sempre stato legato a queste storie di viaggio e libertà negate, le ho affrontate anche con dei corti per Emergency».

Ispirato a quella dottoressa di Trieste…

Quando la musica viene messa al bando in Afghanistan, il direttore d’orchestra Nazar e suo figlio Jalil, giovane suonatore di tuba, sono costretti ad abbandonare tutto ciò che conoscono. Intraprendono così un viaggio lungo la rotta balcanica verso l’Italia, un cammino segnato dall’incertezza ma illuminato dalla speranza di poter tornare a suonare. Durante il percorso incontrano Greta, una dottoressa italiana. A interpretarla è Matilda De Angelis, qui spogliata del suo fascino e calata, in modo molto credibile, in un ruolo concreto, terreno, quello della volontaria. «Avendo collaborato con Emergency in passato, ho coinvolto e intervistato molte persone alla ricerca di testimonianze diverse, sia tecniche, che umane» ci ha spiegato. «Volevo riportare anche questo lato dell’esperienza; ci sono persone che scelgono di andare, di superare quel confine al contrario, di mettersi in gioco. Greta lo fa. Il suo personaggio è ispirato, anche se lei non lo sa, a Lorena Fornasir, una dottoressa di Trieste che accoglie tutti i giorni i ragazzi che arrivano dalla rotta balcanica a Trieste, nella Piazza del Mondo (Piazza della Libertà, lo spazio situato proprio di fronte alla Stazione Ferroviaria Centrale, ndr). Con Matilda De Angelis ho raccolto tutto quello che potevo, interviste e video, per far arrivare quel personaggio reale.  Lei si lega molto a questo padre e questo figlio. E la storia si concentra su questi tre esseri umani e sul loro legame».

In cerca di un luogo dove poter suonare

Accanto a Greta, i due personaggi principali (interpretati da Babak Karimi e Ivar Wafaei) sono musicisti. Hanno portato con loro le tube, perché sperano che l’Italia sia il luogo dove finalmente potranno continuare a suonare. «Partiamo da racconti e storie vere, quello della musica è un fatto vero» ci spiega il regista.  «Dal 2021, con il ritorno dei talebani in Afghanistan, il divieto di fare musica, di esprimersi con la propria arte mi ha turbato. La rotta balcanica ha visto ini questi anni la presenza di molti afghani e si è assistito a un grande esodo di musicisti e artisti che hanno lasciato la propria terra». A proposito di musica, la colonna sonora  del sempre prezioso Michele Braga.

Il limbo

C’è una parola che, più di ogni altra, definisce quella che è la vita di chi arriva al confine più duro di tutti, quello con la Croazia, il muro di quella “fortezza” d’Europa, un’Europa che ha demandato a quella nazione il ruolo del “cattivo” per mantenere pulita una coscienza che non potrà mai esserlo. Quella parola è “limbo”. E una delle cose che il film racconta bene è  proprio la sensazione di essere “tra color che son sospesi”, bloccato, fermo, prigioniero. Una volta superati molti monti e molti muri, arrivare al confine più duro, quello impenetrabile, che non si passa mai, porta a un senso di attesa insostenibile. «Il tentativo di superare il confine, da chi fa questa rotta, è chiamato “The Game”. È un limbo, un’attesa per provare a superare quel muro, e sperare, anche se tanti non hanno idea di cosa ci sia oltre quel confine. Come sappiamo, in Italia e altri Paesi la situazione poi non è così rosea» spiega il regista. «Era importante raccontare quell’attesa, che poi è la realtà».

Togliere le scarpe, uccidere in un altro modo

C’è un gesto che chi ferma i migranti fa deliberatamente e scientemente. È togliere loro e scarpe in modo che non possano camminare, perché l’unico mezzo che hanno sono i piedi. «Lo dice chiunque affronta quel viaggio». racconta Sorcinelli. «Togliere il mezzo per poter tornare, camminare, fare. Ucciderti, anche se in un altro modo». Chi fa la rotta balcanica racconta tante storie di percosse, ferite inferte in modo quasi scientifico, azioni che possano fare da deterrente. Nicola Sorcinelli sceglie di non mostrare niente, di velare, suggerire, nelle ferite, nei lividi, nella paura di tornare a quel confine. «Temevo la retorica, la pornografia del dolore. Ho cercato un approccio il più delicato, non volevo cadere in un facile utilizzo di tutto questo. Ci soni altri film che lo fanno, e in modo magistrale» spiega.

La solidarietà. E la mancanza di umanità

C’è nel finale del film, un senso di solidarietà, impegno. In una parola: umanità. C’è il bisogno da parte di chi si impegna come volontario di andare oltre quello che sarebbe il proprio compito. «Il finale del film è un omaggio all’empatia. È dove finisce un lavoro preziosissimo e inizia altro». Sono in tanti, oggi, ad impegnarsi in questo senso. Tanta umanità che con ancora più forza cerca di rispondere alle derive disumanizzanti che stanno attraversando il nostro tempo. «Mi sembra assurdo che una persona non riesca a vedere in quelle storie un proprio padre, un proprio figlio, un’amica, e e spendersi in parole così atroci. Mi sembra disumano. Volevo portare queste storie proprio in questo momento storico. Volevo portare empatia e ragionamento. In questo periodo così pericoloso. Là dentro c’è la mia risposta».

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