
Carcere, Anastasia: «Tra affollamento e ideologia securitaria una situazione senza prospettive»
l'articolo
«Quasi tutti gli istituti di pena della regione hanno tassi di affollamento effettivi superiori al 100%», è l’allarme di Stefano Anastasia, che il 31 luglio 2026 ha terminato dopo dieci anni il suo incarico di Garante delle persone private della libertà personale del Lazio. Sono oltre 6.900 detenuti, mentre il dato nazionale conta 66.063 detenuti a fronte di 51.295 posti disponibili. Le donne sono 2.968, gli stranieri 20.856 (dati del Ministero della Giustizia, aggiornati al 30 settembre 2026).
Non c’è più una speranza per il futuro del carcere
Nella sua relazione di fine mandato, Anastasia ha puntualizzato: «Al 30 giugno 2026 le persone detenute negli istituti penitenziari per adulti del Lazio erano 6.911, di cui 456 donne, collocate nella casa circondariale femminile di Roma e nelle sezioni femminili delle carceri di Civitavecchia, Latina e Paliano, e 2.445 stranieri, pari al 35,38% del totale, quattro punti in più rispetto alla percentuale nazionale del 31,42%».
Il carcere in Italia «non è mai stato in buone condizioni. Però, nel carcere di quando ho iniziato a fare il Garante, c’era molta speranza per il futuro, erano gli anni in cui da poco c’era stata la Sentenza Torregiani (8 gennaio 2013, nda), con la quale la Corte europea dei diritti dell’uomo aveva condannato l’Italia per le condizioni di detenzione in alcune carceri. Di conseguenza, erano stati adottati alcuni provvedimenti per diminuire la popolazione detenuta e, soprattutto, era iniziato il percorso degli Stati generali. C’era, quindi, una mobilitazione molto ampia di partecipazione, di elaborazione. C’era la speranza che si potesse fare qualcosa», prosegue Anastasia. «Oggi la situazione si è molto involuta, anche a causa di un sovraffollamento che non si è contrastato in alcun modo. È stata adottata una ideologia securitaria che ha reso tutto più complicato, qualsiasi cosa deve essere soggetta ad autorizzazioni e controlli. Non ci sono prospettive o speranze di riforma a breve termine».
Lazio: sovraffollamento al 149%
Il sovraffollamento nel Lazio «a fine giugno 2026 è arrivato al 130,23% della capienza regolamentare di 5.307 posti detentivi, e al 149% della capienza regolamentare effettivamente disponibile di 4.638 posti. Per avere termini di paragone, si consideri che alla stessa data il sovraffollamento penitenziario a livello nazionale era al 126,34% della capienza regolamentare (64.773 per 51.180 posti) e al 139,08% della capienza regolamentare effettivamente disponibile. Se si escludono la terza casa circondariale di Roma, destinata ai semiliberi, ai lavoranti all’esterno e al trattamento avanzato per tossicodipendenti, e le case di reclusione di Civitavecchia (istituto a trattamento avanzato) e Paliano (riservato ai collaboratori di giustizia), tutti gli istituti di pena della regione presentano tassi di affollamento effettivi superiori al 100% e sono ben nove quelli dove i detenuti presenti superano la media nazionale del sovraffollamento (139%), sette dei quali oltre la media regionale (149%), fino alla soglia massima di Latina, che raggiunge il 208% del sovraffollamento sui posti regolamentari effettivamente disponibili».
Niente spazi per colloqui in intimità
«Il Lazio è una delle regioni dove la sentenza della Corte costituzionale sull’affettività non ha trovato nessuna applicazione, non c’è nessun istituto dove è previsto che possano esserci colloqui riservati con i propri familiari». La Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità della legge sull’Ordinamento penitenziario nella parte in cui non prevede la possibilità per i detenuti di svolgere colloqui in intimità con il coniuge o il convivente, senza il controllo a vista del personale di custodia. Inoltre il Lazio «è ancora indietro rispetto alle altre regioni d’Italia sul ricorso alle alternative al carcere: solo ora hanno pareggiato il numero di persone detenute, mentre invece nel resto d’Italia ormai le alternative al carcere sono più diffuse del ricorso alla detenzione», prosegue Anastasia. «Ho lavorato come Garante anche per sollecitare e spingere le amministrazioni territoriali, la regione e i comuni a fare quello che era nelle loro possibilità. Un po’ di programmazione, di intervento sulla questione sanitaria, di sostegno alle attività da svolgersi in carcere sono stati fatti». Alcuni comuni hanno attivato una serie di servizi come quelli anagrafici in carcere «che sono fondamentali per accedere a qualsiasi sviluppo sia di assistenza sanitaria che di reintegrazione e di reinserimento sociale. È stato possibile a Roma, dove il merito è della Garante di Roma Valentina Calderone, a Latina e in altri comuni».
Posti diminuiti e suicidi aumentati
Ad agosto 2026 la popolazione detenuta nelle carceri italiane ha registrato un aumento drammatico, con un incremento di oltre 800 presenze in un mese. Secondo i dati diffusi dall’associazione Antigone, si tratta della crescita mensile più marcata dell’ultimo anno. «Da quando il Governo ha approvato il piano straordinario di edilizia penitenziaria, i posti sono addirittura leggermente diminuiti, di 537 unità, perché non si è fatto nulla di nuovo e nel frattempo si sono perse alcune parti di istituti, che non sono più disponibili», dice Alessio Scandurra, coordinatore dell’Osservatorio nazionale dell’associazione Antigone. Un’altra emergenza è quella dei suicidi: «Da un po’ di anni i numeri dei suicidi tra le persone detenute sono molto più alti rispetto a quelli dei decenni precedenti. Addirittura sono parecchio più alti di periodi in cui avevamo più detenuti di oggi, ai tempi della condanna della Corte europea», sottolinea Scandurra. Quest’anno, sono 55 i suicidi tra le persone ristrette, secondo i dati (aggiornati al 4 ottobre 2026) del dossier Morire di carcere di Ristretti Orizzonti. A questi, bisogna aggiungere le 141 morti “per altre cause”. Nel 2025 sono stati 80 i suicidi tra le persone detenute e 174 i decessi per “altre cause”. «Sono proprio tanti. E sono il segno di un sistema che evidentemente non funziona. Non sono solo i suicidi o le morti, sono anche gli autolesionismi e le aggressioni che sono cresciuti. Le scelte di politica penitenziaria di questo Governo, nella direzione della chiusura, dell’irrigidimento, non hanno generato maggiore ordine e maggiore sicurezza, ma hanno generato maggiore caos».
La salute mentale: tanti utenti, personale insufficiente
Scandurra sottolinea che «negli istituti di pena sono sempre state tante e continuano ad esserci tantissime persone con problemi di salute mentale. In questo momento, l’impressione che abbiamo visitando le carceri è che, quando aumenta la difficoltà complessiva della gestione dell’istituto, è più difficile ovviamente la gestione di persone che hanno problemi di salute mentale. A questo si aggiunge, soprattutto in alcune regioni italiane, un problema di copertura dei servizi sanitari», prosegue. «Nel Lazio ci sono diversi istituti di pena che non riescono a garantire la copertura dei servizi sanitari: mancano psichiatri e specialisti in generale. La Asl definisce un organico, poi deve trovare le persone per coprirlo e non si trovano. C’è un problema di personale medico in Italia in generale», conclude Scandurra, «poi il carcere non è il primo luogo in cui un medico corre a lavorare: se è richiesto altrove preferisce un altro posto».
ph: Matthew Ansley
