
CPR, Yasmine Accardo: «Le nuove istituzioni totali, la punta dell’iceberg, l’effetto finale di politiche che durano da trent’anni»
In Italia i manicomi sono chiusi, ma le istituzioni totali ci sono ancora, solo che si sono trasformate. La logica è la stessa: neutralizzare e nascondere ciò che disturba l’ordine. «Invece di rendere più semplice il passaggio delle persone, la possibilità che il mondo sia per tutte e per tutti, lo rendiamo detenzione»
04 Agosto 2026
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In Italia i manicomi sono chiusi dal 1978, per merito di un certo Franco Basaglia. Ma la logica del manicomio non è finita con la chiusura degli ospedali psichiatrici. Le istituzioni totali ci sono ancora, solo che si sono trasformate. La logica è la stessa, ci sono solo nuovi muri. E la logica è neutralizzare e nascondere ciò che disturba l’ordine. Alle Giornate Basagliane, l’attivista Yasmine Accardo, di Telefono SOS CPR e Mem.Med, Memoria Mediterranea, ha dimostrato come le nuove istituzioni totali oggi sono i CPR, i Centri di Permanenza per il Rimpatrio. «Sono luoghi che di invisibilità» ci spiega. «In questi luoghi è sempre più difficile entrare e la comunicazione con chi è dentro è sempre più complessa, visto che tolgono loro i telefoni da anni. Ma mentre prima avevamo dei contatti quotidiani, oggi è sempre più difficile, soprattutto con alcuni luoghi come Bari e Brindisi. I CPR sono uno strumento per rendere invisibili, ma soprattutto per nascondere l’aver reso sempre più complessa la regolarizzazione delle persone in arrivo». Come funzionano questi luoghi? «Io sistema ti faccio arrivare dopo aver trattato con libici e tunisini, quindi cercando di aumentare il respingimento e le morti in mare» spiega l’attivista. «Chi arriva, chi riesce a vincere questa lotteria di morte, lo incanalo in un sistema di accoglienza che non garantisce diritti. È un sistema che porta irregolarità. Essere irregolari in questo Paese significa essere gente facilmente sfruttabile e marginalizzabile. Il Cpr è la punta dell’iceberg di questo sistema. Vi facciamo entrare, vi togliamo tutti i diritti, vi rendiamo sempre più difficile essere regolarizzati e poi vi rinchiudiamo persino. Non solo chi arriva dal mare, ma anche chi è stato sul territorio per anni, è stato sfruttato e non è riuscito a regolarizzare la sua situazione a causa delle politiche vigenti. Io sistema ti uso, ti spolpo vivo e poi ti rinchiudo. È una macchina di espulsione non solo fisica, ma anche di quello che sono le persone in quanto presenza. Io, lì dentro, non sono più una persona. Sono un essere nelle mani dello Stato che di me fa quello che vuole. Mi toglie l’unica cosa che mi resta: la libertà di muovermi. È l’effetto finale di politiche che durano da trent’anni».
I Cpr come i manicomi: si crea la visione del nemico
Perché assimiliamo questa pratica a quella manicomiale? «Perché vengo colpito io come persona che sono altro, penso altro e combatto questo sistema. Cosa si fa contro chi fa vedere al sistema la propria ferocia, contro chi si oppone all’idea che ci siano persone di serie A e serie Z?» si domanda Yasmine Accardo. «Si rende invisibili, si umilia. Proprio come accadeva alle donne che combattevano il patriarcato e finivano in manicomio. E, oltretutto, credo la visione del nemico. Così la persona che era all’interno del manicomio era qualcuno di cui si aveva paura, c’era la costruzione del folle che ammazza, dell’esclamazione “quello è pazzo”. Per il sistema il migrante è il nemico, uno che ha osato oltrepassare quel confine». Quel confine che, lo sappiamo, esiste solo per chi è nato in certi posti del mondo, mentre per altri la libertà di muoversi è assoluta. «Noi, in virtù di essere nati, con la lotteria della vita, in Europa, ci prendiamo la briga di dire chi può passare il confine e chi no» aggiunge l’attivista. «E comunque anche questa è una politica coloniale, siamo rimasti coloniali sotto tutti gli aspetti, e siamo ulteriormente inferociti. Utilizzando degli strumenti sempre più precisi portiamo avanti questo tema – controllo, sicurezza, detenzione – verso chi arriva in quello che consideriamo il nostro territorio. Chi arriva, chi supera il confine, chi non riesce a regolarizzarsi è il nemico. Ma il nemico non è invece, il sistema che irregolarizza, sfrutta, marginalizza?».
«Il sistema ti seda perché ogni volta che protesti dimostri la ferocia del sistema stesso»
Come i manicomi, anche i Cpr sono luoghi chiusi, sovraffollati disumani e disumanizzanti. E dove il controllo passa anche attraverso gli psicofarmaci, che vengono somministrati in molte di queste strutture semplicemente per sedare persone che reagiscono alle condizioni di forte stress e sovraffollamento. Sono logiche che rimandano ai manicomi dell’era pre-Basaglia. «Tu mi sottrai la libertà individuale che è una lesione di diritto, lo fai perché sono di un altro Paese La sottrazione di quella libertà individuale provoca in chi la subisce la protesta. È chiaro. Vorrei vedere chiunque» spiega Yasmine Accardo. «Il sistema ti seda perché ogni volta che protesti dimostri la ferocia del sistema stesso. La sottrazione della libertà individuale è di una tale ferocia che questa necessità di protesta, questa non accettazione è fortissima. Per sedarli ci sono gli psicofarmaci. Già nel 2000 Sergio Serraino con la rete siciliana denunciava questo nel suo libro bianco. C’erano delle siringhe di sedativo che potremmo chiamare TSO, ma non sono neanche questo, somministrate alle persone. Ma a volte i farmaci sono richiesti dalle persone rinchiuse. Chi si trova detenuto, per sopportare il peso e la violenza della detenzione, un posto in cui entri e non sai se e quando uscirai, spesso chiede di poter dormire, perché non riesce ad accettare una condizione del genere. Per cui in molti casi queste persone richiedono la sedazione. E quando escono hanno una dipendenza da queste sostanze».
La protesta del corpo, l’unica cosa che rimane
Sta cambiando anche il modo di protestare, di far sentire il dissenso. «Una volta c’erano delle proteste precise, come le bocche cucite, il fuoco» ci racconta Yasmine Accardo. «In questo periodo aumentano le proteste derubricate come dimostrative, ma che non lo sono. Che sono quelle sui corpi, perché queste persone hanno solo il corpo. L’autolesionismo, il tentativo di suicidio. Ci sono persone che si sono rotte da sole le gambe pur di non stare lì dentro. Siamo passati da una protesta che facesse leva sull’esterno a una protesta che si accanisce sul corpo. È come dire: mi resta solo questo per dirti quanto è ingiusto questo sistema».
Il Cpr sul modello del Panopticon
A Castelvolturno è previsto un progetto per costruire un Cpr sul modello dell’antico Panopticon, il progetto di carcere ideato nel 1791 dal filosofo inglese Jeremy Bentham, la cui struttura circolare permette a un solo guardiano al centro di controllare tutti i prigionieri. È il simbolo di un controllo totale che ritorna. Ed è davvero inquietante. «Da anni si combatte per chiudere i CPR» commenta l’attivista. «Invece che chiuderli si arriva a forme, come quelle che si vorrebbe fare a Castelvolturno, di disciplinazione grave. Costruire di fatto un istituto penale, in cui la polizia mi guarda, sono nel mio modulo all’interno del Panopticon, senza comunicare con nessuno, e continuamente osservato. È quello che diceva Foucault: sai di essere osservato e questo ti mette già in una condizione di disciplina, di continua ossessione del potere. Il potere negativo della detenzione, con questa idea di CPR, vince contro le persone. C’è una mobilitazione sul territorio che prende non solo gli attivisti, ma anche le istituzioni locali. Il Comune di Castelvolturno, con una delibera, si è posto contro il CPR. Che dovrebbe sorgere in un luogo isolato. Un altro modo per dire: ti cancello dal mondo».
Rendiamo il mondo detenzione
Tutto questo fa parte di un disegno e di una direzione che il mondo sta prendendo, che è sempre più disumana. «Invece di rendere più semplice il passaggio delle persone, la possibilità che il mondo sia per tutte e per tutti, lo rendiamo detenzione» conclude l’attivista. «La cosa impressionante è che sta aumentando la discrezionalità di violenza della polizia, le persone prelevate in casa, il tema dei Paesi sicuri. Già non valgo niente come persona che attraversa un confine; se sono tunisino valgo zero. È un sistema costruisce detenzione, insicurezza, la visione del nemico per mantenere uno status quo che vuole sfruttare al massimo tutte le persone in arrivo nei campi di raccolta, nell’edilizia e costruire una società di serie a che prende tutto e una di serie z che viene massacrata».






