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Quarticciolo, per aprire dove tutto ha chiuso

La palestra popolare al Quarticciolo festeggia i dieci anni. Dieci anni di reti, di comunità che resistono e progettano avanti, a due anni dal Decreto Caivano. Le telecamere sono andate via, delle promesse è rimasto poco, le persone ci sono ancora. Di Officine Quarticciolo portiamo a casa i nuovi progetti, la comunità, il diritto a raccontarsi oltre gli stereotipi. Le promesse mancate fanno meno notizia
di Valentina Caldara 6
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Per quattro giorni il Parco Modesto di Veglia a Quarticciolo è stato molto più di uno spazio pubblico. Officine Quarticciolo ha trasformato il quartiere in un luogo di incontri, cinema, musica, e sport, riunendo abitanti, associazioni e artisti vari attorno a un’idea semplice ma ambiziosa: riaprire dove tutto ha chiuso. Il Festival, promosso da Bottega Quarticciolo e Momo Edizioni, nasce proprio per ribaltare una narrazione che troppo spesso riduce la borgata alla cronaca nera, restituendo spazio alle esperienze che continuano a crescere nonostante l’abbandono istituzionale.

Un festival nato quando i riflettori sul quartiere si sono spenti

«L’idea di Officine Quarticciolo è raccontare un po’ quello che succede al Quarticciolo dopo che nessuno parla più di Quarticciolo», semplifica così il festival Pietro Vicali, uno degli organizzatori. Per oltre un anno e mezzo il quartiere è stato infatti al centro dell’attenzione politica dopo l’inserimento tra le aree coinvolte dal cosiddetto Decreto Caivano. «Passata l’onda mediatica è rimasto molto molto poco», soprattutto rispetto agli investimenti annunciati e alle opere pubbliche di riqualificazione promesse, ma di fatto mai realizzate. Le persone, invece, continuano a vivere nel quartiere, anche quando le telecamere se ne vanno, continuano a fare i conti con sfratti, abitazioni deteriorate, infiltrazioni, sovraffollamento e una piazza di spaccio che resta una presenza ingombrante e quotidiana.

Il Decreto Caivano e la sua estensione a territori diversi

Il podcast live Piede sinistro. Cominciare dal lato giusto – moderato dall’autore Fabrizio C. e organizzato insieme a Fandango Podcast a conclusione del ciclo di incontri Ci vuole orecchio – parte così da una domanda precisa: cosa è rimasto del Decreto Caivano? Nato nel 2023 dopo i gravi fatti avvenuti al Parco Verde di Caivano, il provvedimento aveva l’obiettivo dichiarato di contrastare degrado urbano, vulnerabilità sociale e disagio giovanile attraverso interventi straordinari. Successivamente il modello è stato esteso ad altre nove aree considerate prioritarie, tra cui il Quarticciolo e San Cristoforo a Catania. Ma proprio l’idea di un unico modello applicabile a territori così diversi è stata il primo punto messo in discussione dagli ospiti della serata.

Non si lavora abbastanza sul “contenuto”

«Si lavora sul contenitore ma non sul contenuto». Così, in collegamento, il Professore Associato dell’Università di Catania Carlo Colloca, sintetizza la questione. Secondo il sociologo, infatti, il decreto nasceva con l’intenzione di affrontare il disagio sociale, ma nei fatti gran parte delle risorse si è concentrata su interventi di natura fisica e spaziale: «le infrastrutture hanno senso nella misura in cui aiutano a rimuovere alcune diseguaglianze socioeconomiche e culturali». Il rischio, dunque, è quello di trasformare la rigenerazione urbana in una semplice operazione estetica, senza intervenire sulle cause profonde della marginalità. Al Quarticciolo, invece, passati due anni «non è stata posta neanche una pietra». A testimonianza diretta interloquisce Elisa Mattei, abitante dell’ex questura del Quarticciolo, la quale racconta cosa significhi davvero vivere nel quartiere: «c’è un nido che è un cantiere aperto da più di 15 anni e ad oggi con questi soldi che sono stati stanziati non è partito niente». La lista delle attese è lunga: una piscina mai riaperta; abitazioni ATER segnate da infiltrazioni, muffe e problemi fognari, «ogni volta che piove cadono solai» Per gli abitanti, la prima idea di sicurezza non coincide con nuove telecamere o operazioni straordinarie, ma con condizioni di vita dignitose: «Il primo intervento avrebbe dovuto garantire la sicurezza e la salute delle persone che ci vivono», afferma con convinzione Mattei.

La sicurezza cambia significato

È proprio il concetto di sicurezza a essere stato ridefinito. La sicurezza che richiedono i cittadini non è data da maggiori controlli o dall’inasprimento delle sanzioni, «la sicurezza è avere una scuola dove non ti piove in testa, avere una casa dove non ti piova in testa», come emblematicamente riassunto da Fabrizio C. Una prospettiva che attraversa tutte le testimonianze: dalle madri giovanissime di San Cristoforo costrette a rinunciare al lavoro per l’assenza di servizi educativi, fino agli abitanti del Quarticciolo bloccati in case senza ascensore. Per Colloca sarebbe più corretto parlare di “salute pubblica”, ma «salute pubblica non ha la stessa capacità attrattiva di sicurezza». Eppure, è proprio lì, sostiene, che si misura davvero la qualità della vita di un quartiere.

Caivano: il modello che non convince nemmeno chi ci vive

Da Caivano arriva il racconto di Irene Marchetti, che descrive una distanza profonda tra la narrazione istituzionale e l’esperienza quotidiana, una realtà nella quale «non si percepisce questo cambiamento.» Pur riconoscendo alcune opere realizzate, racconta di trasporti insufficienti, scuole sovraffollate e fatiscenti, mancanza di biblioteche e spazi verdi: «le persone non trovano spazio per potersi esprimere». Non mancano tra le altre cose nuove emergenze ambientali sulle quali i media tacciono, come il recente incidente in una fabbrica di vernici.

Al Quarticciolo le reti che resistono

Se il bilancio del decreto Caivano resta dunque critico, il talk individua comunque un elemento comune ai territori coinvolti: la capacità delle reti locali di continuare a esistere anche quando l’attenzione politica si sposta altrove. Per Carlo Colloca il limite principale è stato il mancato coinvolgimento degli abitanti, nonostante il principio di sussidiarietà previsto dalla Costituzione richieda percorsi di coprogettazione con i territori. A San Cristoforo, però, da quella mancanza è nata una risposta dal basso. Numerose realtà si sono unite per chiedere un dialogo con le istituzioni: «la cosa interessante è che non fossero solo organismi del terzo settore, parrocchie, cooperative, volontari o educatori del quartiere, ma che si fosse accesa un’attenzione della città di Catania su questo quartiere». Al Quarticciolo quella rete esiste da anni e continua a costruire spazi concreti di partecipazione.

Officine Quarticciolo: dieci anni di reti e gli obiettivi futuri

Quest’anno, infatti, Officine Quarticciolo festeggia anche i dieci anni dalla fondazione della Palestra Popolare, vero punto di partenza di tutto il progetto. «Dieci anni fa siamo partiti dal fare pugilato e da lì sono venuti fuori tutti i laboratori, le esperienze, le forme di attivazione degli abitanti», racconta Vicali. Progetto che ha colpito in particolar modo i più giovani, i quali vivono un rapporto “conflittuale” con il quartiere, spesso segnato da una soglia critica, dopo la quale «chi continua a vivere il quartiere spesso si abbrutisce», mentre chi prosegue gli studi finisce spesso per costruire il proprio percorso lontano dalla borgata. Per questo la palestra e i progetti nati negli anni sono diventati «spazi di possibilità», luoghi in cui respirare, e sperimentare che un rapporto diverso con il territorio è possibile.

Il festival guarda però soprattutto al futuro. Al centro c’è il progetto di recupero degli ex magazzini del Teatro dell’Opera, destinati a diventare «un hub dell’economia locale con un birrificio popolare», un fab lab e la sede di una futura comunità energetica. L’obiettivo, spiega Vicali, è anche quello di «iniziare a lavorare su quali economie vogliamo costruire in un quartiere in cui l’unica economia presente è quella dello spaccio di crack».

L’augurio degli organizzatori è che queste esperienze non restino parentesi temporanee, ma diventino presidi permanenti e che «ogni anno ci siano nuovi spazi aperti». Non solo eventi, dunque, ma serrande rialzate, campi sportivi restituiti al quartiere e luoghi in cui le persone possano incontrarsi anche dopo il Festival.

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