I figli della scimmia

I Figli della Scimmia, la disabilità e il papà che volevi essere

Il film di Tommaso Landucci con Riccardo Scamarcio, presentato a Venezia parla in modo inedito di disabilità e del nostro rapporto con la disabilità. «Alcune famiglie che ho intervistato per il film parlavano di una specie di lutto per un figlio mai esistito. Mi sono chiesto: che succederebbe se scoprissi in un altro ragazzo un figlio che sulla carta è più vicino a quello che desideravi, con cui essere il papà che volevi essere?»
di Maurizio Ermisino 7

«È bello che hai trasmesso questa passione a tuo figlio». Lo dicono a Dario i vecchi amici con cui faceva motocross, adesso che lo vedono insieme a Giacomo, un ragazzo di 14 anni che ha iniziato a condividere con lui l’amore per le moto. Dario prende questo complimento soddisfatto e non dice niente. Giacomo non è il figlio, ma è il nipote, il figlio del fratello. È una delle scene più significative de I figli della scimmia, opera prima di Tommaso Landucci presentata in concorso nella Sezione Orizzonti dell’83ma Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e vincitrice del premio per il migliore attore a Riccardo Scamarcio e per la migliore sceneggiatura a Tommaso Landucci e Damiano Femfert. È al cinema dal 17 settembre, ed è un film da vedere. Perché parla di disabilità in modo inedito. E del nostro rapporto con la disabilità. È un film universale. È la storia di Dario (Riccardo Scamarcio), un padre amorevole, presente, empatico. Ha un figlio disabile, Enrico (Andrea Aggio), a cui dedica cura ed attenzione. Dario ha un bellissimo rapporto con Giacomo, il figlio adolescente del fratello. Nel crescente legame con il nipote ritrova il figlio che avrebbe voluto avere, e assume il ruolo del padre che avrebbe potuto essere. Il titolo prende spunto dalla fiaba di Esopo: la storia di una scimmia che aveva due cuccioli ma amava e nutriva soltanto il preferito, trascurando l’altro. È un film che riguarda tutti. Soprattutto chi è genitore. Perché, dal momento in cui fai l’amniocentesi o il Bitest, ti chiedi che cosa faresti se sapessi di avere un figlio disabile. E capisci che, se non ti ci trovi, non sei in grado di rispondere. Ti dici che l’ameresti ancora di più. Ma poi, davvero, non puoi sapere come reagiresti a tante cose.

Il papà che volevi essere

Con Giacomo, Dario trova finalmente complicità, affinità. Trova certe soddisfazioni che con il figlio non può avere. Può parlare di sport, di ragazze. Può portarlo a girare in moto, dopo avergli regalato una sua vecchia motocicletta da cross che sembrava dimenticata. Tutte cose che, fino a quel momento, gli sono mancate. A Giacomo può passare il testimone, proprio come si fa “di padre in figlio”. Anche se figlio lui non è. C’è, in questo comportamento, un affastellarsi di sentimenti, controversi ma comprensibili. «Mi ha colpito una cosa che mi è stata detta da alcune famiglie che avevo intervistato nella parte di ricerca che ho fatto per il film» ci ha raccontato Tommaso Landucci. «Parlavano di una specie di lutto per un figlio mai esistito. Mi sono domandato che cosa succederebbe se, questo figlio, lo reincontrassi per caso. Se scoprissi, in un altro ragazzo, un figlio che sulla carta è più vicino a quello che desideravi avere e in cui, soprattutto, tu vivi il ruolo del papà che volevi essere. Tanto qui ruota intorno proprio al ruolo del padre. Uno, nel momento in cui diventa genitore, si crogiola nel fatto che con tuo figlio farai tutta una serie di cose che piacciono a te».

Quel non detto molto esplicito

Ed ecco il senso di quella scena. «È bello che hai trasmesso questa passione a tuo figlio». «È una delle scene in cui mi emoziono di più» ci confessa il regista. «E che, dal punto di vista drammaturgico, è il punto centrale del film, quello in cui il protagonista è ormai più di là che di qua. Infatti non risponde a quella domanda: si crogiola un po’ in quella menzogna. Il suo non detto è una scena molto esplicita».

Ma c’è un altro momento del film che ci ha toccato molto. È uno scambio di battute tra Dario e la moglie. Lei si accorge che qualcosa non va, che Dario è assente. «Però quello che devo fare lo faccio». «Quello che “devi” fare?» sottolinea lei. Anche in questo passaggio c’è molto senso. Perché una disabilità in famiglia porta necessariamente una routine, un’attenzione diversa, continua, degli obblighi. I figli si amano, ma l’amore e la dedizione si mescolano con il dovere, e non capisci più dove inizi uno e finisca l’altro. Anni di fatica accumulati portano a un senso di stanchezza, di nervosismo. «Anche un figlio normodotato porta una stanchezza, dei sacrifici» riflette Landucci. «Immagina un bambino con disabilità quanto possa cambiare le vite dei genitori, quanta fatica, quanto sacrificio. Lui è sul pezzo. È un padre diligente, che fa le cose. Ma che, nel film, dovrà capire perché le sta facendo. Perché ha perso quell’entusiasmo, è diventato un militare, un pedone. In questo Riccardo ha accettato di rasarsi i capelli, di avere un look inedito, proprio per aderire a questo senso del dovere, a questo senso di prigionia». Sia lui che la madre hanno look sobrio, senza fronzoli, senza trucco, rinunciano alla vanità in nome della dedizione totale al figlio. Il lavoro sull’immagine dei personaggi in questo senso è molto importante.

La voglia di formare una famiglia anche sul set

I figli della scimmia ha una struttura circolare, si apre e si chiude con un padre che fa il bagnetto al figlio. E, soprattutto nella scena finale, la sintonia tra Riccardo Scamarcio e il giovane Andrea Aggio è totale, tanto che sembrano davvero un padre e un figlio, sembra di assistere a un documentario. Come si è riusciti a creare questa chimica? «Non ho una formula precisa per questo» spiega il regista. «Ma hai usato una parola, documentario. E noi abbiamo usato uno degli strumenti del documentario che è il tempo. Io ho girato un documentario anni fa. Gran parte del lavoro del film è stato a camera spenta, tutto il tempo che spendi insieme a delle persone per creare un rapporto di fiducia a prescindere da quello che filmerai. Sono stato tanto con Andrea Aggio, con Riccardo, e Riccardo è stato tanto con Andrea. Lidiya Liberman (che interpreta la madre, ndr), che vive a Torino, è stata tanto con lui, lo andava a prendere a scuola e lo accompagnava nelle sue attività. Applicando lo strumento dello stare insieme e del tempo per la fiducia. L’altra cosa che ha funzionato è che avevamo tutti un obiettivo comune. Si sentiva la voglia di formare una famiglia, una famiglia positiva, persone che si volessero bene fra loro. Si volevano bene davvero. In maniera del tutto naturale abbiamo messo i presupposti per essere in sintonia».

Andrea Aggio e l’occasione per fare qualcosa di diverso, non avere limiti

E poi c’è la famiglia di Andrea, la sua famiglia vera. Lo hanno accompagnato in questa avventura, sono stati anche con lui a Venezia sul red carpet. Hanno capito il ruolo che il senso del progetto, che il suo personaggio non venisse né visto con pietismo né sensazionalismo. Ma come una persona e non solo come la sua condizione. «Loro, Sonia e Luca, sono dei grandi» ci ha raccontato Landucci. «E anche Manuela, la sorella di Andrea, che nel film interpreta la fidanzata di Giacomo. Si è mossa tutta la famiglia e ci ha dato una mano in varie forme. Loro l’hanno vista come un’occasione per Andrea di fare qualcosa di diverso, che non si aspettavano Sono persone molto curiose, che cercano in tutti i modi di far sì che il figlio non abbia dei limiti dovuti alla sua condizione. Sin dall’inizio avevano voglia di credere che questo progetto non fosse uno sfruttamento della condizione di Andrea. E credo che abbiano visto che era così, che c’era molta sincerità» Serviva un attore ed è stato trovato. E non è semplicemente il caso di dire che fa stesso. Andrea recita, nella scena quando sta male la notte. O in quella grande gioia di stare di nuovo con il papà, con quei dolcissimi sorrisi. Tutto è così naturale, tutto scorre come la vita, senza drammi e scene madri, anche nelle svolte narrative più nette.

Non togliamo le opportunità ai ragazzi con disabilità

Ma ci sono anche storie più drammatiche quando si parla di disabilità. Il pensiero va alla famiglia di Pietralata, e alla riflessione fatta da Armanda Salvucci, nota attivista su questi temi. Ha fatto notare che si è parlato molto della famiglia, dimenticando che è morta una bambina che non aveva scelto di nascere e non ha scelto di morire e che poteva avere una marea di opportunità che le sono state rubate. Che è proprio il discorso che stiamo facendo. «Lo capisco, è un’osservazione molto puntuale. È vero» ha commentato Tommaso Landucci. «Credo che in generale siamo portati a empatizzare con la fatica dei genitori ma non riusciamo a metterci davvero dal punto di vista della persona con disabilità. Posso dire che Andrea, che ha un grande livello cognitivo, sceglie talmente le sue cose che ha cambiato anche alcune scene con la sua volontà. Andrea la sua opportunità l’ha avuta, l’ha colta e l’ha anche sfruttata. Oltre a essere un ragazzo con disabilità è prima di tutto un ragazzo di 12 anni che ha appena fatto un tappeto rosso a Venezia. Non è facile, ma l’ha fatto».

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