Karawan: Ghost School, il mistero delle scuole fantasma

Ghost School di Seemab Gul, visto al Karawan Fest, che si è da poco concluso a Roma, racconta con un tocco di realismo magico perché in Pakistan ci sono migliaia di scuole abbandonate. È stato lo spunto per parlare di abbandono scolastico in Italia

di Maurizio Ermisino

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«Perché sta picchiando l’asino?» «Perché non ha fatto i compiti» «Ma l’asino non va a scuola». È il dialogo tra Rabia, dieci anni, e la madre. Rabia ancora non lo sa, ma tra poco a scuola non potrà andarci neanche lei. È una delle prime scene di Ghost School di Seemab Gul, regista pakistana di stanza a Londra che abbiamo incontrato nella penultima giornata di Karawan – Festa di Cinema, Commedie e Culture, al Parco Sangalli a Torpignattara, a Roma.  In un villaggio rurale del Pakistan, Rabia guarda il mondo con la curiosità e l’ingenuità della sua età. Quando la sua scuola, l’unica del villaggio, viene chiusa perché ritenuta posseduta dai jinn, gli spiriti soprannaturali del folklore islamico, la bambina decide di scoprire la verità. Inizia così un percorso che la condurrà a confrontarsi con superstizione, corruzione e ingiustizie sociali. Quello che racconta il film non è un caso isolato. «Le ghost school, le scuole fantasma, sono una realtà. Ce ne sono migliaia in Pakistan» ci ha spiegato la regista. «Sono un po’ un mistero. Nessuno sa come sono diventate delle scuole fantasma, in che modo sono state create, in che modo sono state abbandonate. Il film è nato dalla mia volontà di avere delle risposte».

Lo sguardo di una bambina

Rabia è una ragazzina con delle lunghe trecce nere, alla Mercoledì Addams, e una elegante uniforme scolastica, rossa con una sciarpa dorata, i colori di Hogwarths. Non è una maga, ma in qualche modo le magie le fa. Una di queste è smascherare l’inedia e la corruzione degli adulti, dei politici, dei potenti. «Avevo pensato di fare un classico documentario, di andare in un villaggio dove c’era una scuola abbandonata e fare domande alle persone» spiega Seemab Gul. «Ma poi ho scelto di raccontare questa storia dalla prospettiva innocente di una bambina che cerca di comprendere gli schemi della società degli adulti, le cose orribili che contiene, come la corruzione».

Una scuola senza acqua né elettricità

Rabia attraversa tutto il film con un’aria fiera, un’innocenza e un candore unici. È l’occhio di Candido, del bambino che dice che il re è nudo. È curiosa, è ferma, è decisa. È piccola, ma grande. «Abbiamo fatto dei casting a Karachi e altri villaggi a più di 200 attori» racconta la regista. «Sono stata fortunata a incontrare questa bambina, Nazualiya Arsalan, che al tempo aveva 11 anni ed era più preparata di me sul copione. E mi ha insegnato a recitare. I bambini che avete visto sono i veri bambini che frequentavano una scuola che stava per diventare una ghost school. Era gestita in parte da volontari  di una Ong, alcuni professori già non venivano più pagati. Arrivati alle vacanze estive i bambini non sapevano se sarebbero rientrati a scuola o se avrebbero dovuto trovarsi un lavoro. La scuola era già senza acqua e senza elettricità».

Conoscenza contro ignoranza

Rabia crede che i cavalli possano volare. Ma non crede che la scuola sia davvero infestata dai fantasmi. I fantasmi e i cavalli alati sono due elementi, uno negativo e uno positivo, che danno a questo “road movie di formazione” un tocco particolare. A un certo punto, Rabia li affronta davvero i fantasmi. Entra nella scuola per capire se ci sono veramente. E qui la regia, sapientemente, gioca con gli stilemi della ghost story, il vento che muove le tende e gira le pagine del libro, come accade quando c’è qualche presenza soprannaturale. Ma è davvero il vento. E, davvero, non c’è nessuno spirito nella scuola. Ghost School ha un tocco di horror da un lato, di realismo magico dall’altro. «L’idea era quella di contrapporre l’ignoranza alla conoscenza» ci spiega Seemab Gul. «L’ignoranza è il mistero l’oscurità, gli spiriti maligni. La conoscenza è quello che Rabia ottiene facendo domande. Fare domande è il primo passo verso l’educazione».

Pakistan: 25 milioni di bambini non vanno a scuola

Ghost School scorre verso una serie di finali. Un sottofinale in cui l’irrazionalità della folla e l’ignoranza portano a un eccesso. E il finale vero e proprio, sorprendente e dolceamaro. «La realtà è dura. Ci sono milioni di bambini che non hanno accesso alla scuola in nessun modo: più di 8 milioni lavorano e 10 milioni sono spose bambine. Ma volevo un finale positivo. Ed è lì che viene in aiuto il realismo magico, il potere dell’infanzia e dell’immaginazione. L’elemento soprannaturale, il cavallo alato, è uno strumento per trovare una soluzione al dramma della mancanza di istruzione. Il finale deve essere dolceamaro: volevo far nascere un dibattito, sul perché più di 25 milioni di bambini non vanno a scuola, sul perché le bambine non possono andare a scuola. E su qual è la nostra responsabilità di adulti oggi». «L’istruzione non è un problema di cultura» continua. «I genitori, che siano religiosi o meno, tradizionalisti o meno, poveri o ricchi, vogliono che i bambini studino. È un problema di povertà, di distribuzione delle ricchezze. Il sistema non funziona perché non è accessibile. Ci sono situazioni che vanno risolte in maniera strutturale e ci sono organizzazioni che aiutano in questo. C’è ancora speranza. Molti si muovono perché le cose cambino».

La scuola a Roma

In Pakistan ci sono le scuole fantasma. E in Italia? Prendendo spunto dal tema del film, nel pomeriggio al Karawan si è svolto il dibattito Ghost School: nessuno resti invisibile sulla dispersione scolastica a cura di ÀP Antimafia Pop Academy. È importante che se ne parli qui, perché questo municipio è il secondo a Roma con il reddito più basso, quello con il più alto tasso di bambini con background migratorio e quello con il più alto tasso di bambini con bisogni educativi speciali e con disabilità, come ha ricordato Cecilia Fannunza, Assessora alla scuola del Municipio V che ha parlato dell’alleanza tra istituzioni e Terzo Settore. «La scuola ha molte risorse interne, ma da sola non può sopperire a tutto quello che le ruota intorno, famiglie, povertà, bisogni abitativi» ha spiegato. «La scuola accoglie il bambino, ma la vera sfida della scuola e della comunità educante è abbracciare le famiglie e contrastare le diseguaglianze economiche e sociali». La scuola, ovviamente, fa la sua parte. «Il mandato della scuola è dare a tutti i ragazzi le stesse possibilità di crescita, di apprendimento e mezzi per capire il mondo» ha spiegato Eleonora De Piro, docente dell’IC Laparelli. «Insegnare vuol dire fare di questa scuola un presidio. Ed è quello che abbiamo cercato di fare con le istituzioni e il Terzo Settore. Il mio compito di docente è ascoltare i ragazzi e dare loro una possibilità: non farli uscire dalla scuola senza che la scuola li abbia attraversati minimamente». Anche Stefania Mancini, Presidente della Fondazione Charlemagne, è tornata sul ruolo del Terzo Settore e della società civile. «Un assessore municipale non può lavorare da solo. Nessuno si salva da solo. Una città si salva se tutti lavorano insieme» ha dichiarato. «Noi come fondazione abbiamo cercato di avere uno sguardo apertissimo. Trovare non una soluzione ma delle soluzioni, dei modus vivendi, delle prassi di comunità e di interazione».

Sappiamo ascoltare i ragazzi?

Ma è giusto che di scuola parlino anche gli studenti. Samuel Stroveglia, del CSK, Collettivo studentesco del liceo I. Kant, ha parlato in modo abbastanza chiaro di abbandono scolastico. «Molti ragazzi vogliono abbandonare la scuola perché dovrebbe esser un posto in cui si impara e non dove si deve rincorrere i voti perché sennò si rischia la bocciatura» spiega. «Il problema è anche che alcuni professori non riescono a capire gli studenti. Sarebbe necessario poi fare dei corsi alle medie per indirizzare gli studenti a una scuola a cui siano interessati. Molti si trovano in una scuola in cui non sono capiti perché è differente da come l’avevano immaginata. E invece di mettersi in gioco, cambiare scuola, decidono di lasciarla per fare dei lavoretti che si porteranno dietro per tutta la vita». «Abbiamo un grande problema come adulti» ha sintetizzato Claudio Tosi, Presidente CEMEA del Mezzogiorno. «Saper ascoltare e accogliere i ragazzi e portarli dove vogliono andare, non dove noi sappiamo portare la gente. Con la vecchiaia uno non è più flessibile, è anchilosato. Come la curiamo la poca flessibilità di una classe di adulti che dovrebbe invece saper parlare ai giovani? Questa è una questione importante che è legata alla scuola e all’ascolto, e allo sguardo che vogliamo avere sulla nostra città».

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