
Migrazioni, fin dove siamo disposti a spingerci per fermare le persone?
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Cosa siamo disposti a fare per fermare le persone? Fino a dove possiamo spingerci, camminando in equilibrio lungo il confine della legalità ed eludendo le maglie della democrazia, affinché i migranti siano disincentivati a partire, come se partire non fosse un loro diritto – un fatto naturale, come insegna la storia umana – bensì un privilegio insopportabile? Sono solo alcune delle domande che hanno animato “The big wall”, panel all’interno dell’edizione 2026 di Multi in cui attivisti, esperti e giornalisti si sono alternati per portare il loro contributo alla discussione sul ruolo dei rimpatri, delle leggi, dei centri di permanenza, dell’esternalizzazione delle frontiere e, più in generale, di quel sistema d’accoglienza strutturato per essere un labirinto nel quale perdersi.
Riva, Irpi Media: «Per la Libia abbiamo comprato navi, container, radar, persino investito in formazione. Dei 60 milioni dell’accordo Gentiloni-Minniti abbiamo rintracciato poco più della metà degli appalti»
Il primo aspetto evidente sull’approccio all’immigrazione riguarda la dicotomia delle frontiere in Europa. Da una parte, all’interno, si abbattono in nome della libera circolazione; non a caso, sempre più Paesi aderiscono allo spazio Schengen. Dall’altra, all’esterno, si rafforzano tramite accordi con paesi di transito o terzi, come Libia, Tunisia, Marocco e Turchia nel caso dell’Italia, trascurando spesso e volentieri il rispetto dei diritti umani. Nei primi otto mesi dell’anno gli arrivi considerati “irregolari” sono diminuiti del 40% in Europa, un dato di cui le varie istituzioni – Italia inclusa – si sono vantate portandolo a simbolo del funzionamento di quelle politiche di respingimento utili a salvare delle vite. Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, però, nello stesso periodo sono morte o scomparse 2.292 persone cercando di raggiungere l’Europa e la tendenza risulta essere in aumento. L’Italia negli anni ha speso 1 miliardo di denaro pubblico nel tentativo di ridurre o azzerare i movimenti via mare. «Arginare l’immigrazione è un chiaro obiettivo dei governi», ha spiegato il giornalista Paolo Riva, citando il budget europeo di 80 miliardi nei prossimi 7 anni per le politiche legate alla non-migrazione. Seguendo la traccia del denaro, si arriva spesso alla verità più cruda. «Per la Libia, dove nei centri detengono e torturano i migranti, abbiamo comprato navi, container, radar, persino investito in formazione. Dei 60 milioni dell’accordo Gentiloni-Minniti noi di IRPI Media abbiamo rintracciato poco più della metà degli appalti. La mancanza di trasparenza è voluta e dopo i decreti Lamorgese è ancora più complesso accedere agli atti con la sicurezza nazionale messa al primo posto. Ma siccome vengono utilizzati soldi pubblici, quindi di tutti, non sarebbe giusto sapere dove vanno, a chi vanno e cosa ci fanno?». Dalle sue inchieste sono emerse alcune realtà vincitrici di appalti a dir poco opache, una di queste addirittura sotto indagine della magistratura per traffico internazionale di armi. E se in Libia, oltre alle strumentazioni all’avanguardia per permettere alla guardia costiera di andare a caccia di migranti, arrivasse anche altro genere di fornitura?
Sensi, Action Aid: «Non abbiamo potere ispettivo, non c’è responsabilità extraterritoriale. Se la guardia costiera libica spara, non è possibile rintracciare le responsabilità del Paese che ha fornito formazione e navi»
Sulla mancanza di trasparenza nella gestione della cooperazione internazionale è intervenuta anche Adelaide Massimi dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione. «La sinergia tra l’Italia e i Paesi d’origine e di transito è una sorta di gioco di scatole cinesi. Di solito si struttura in un primo accordo quadro pubblico ma in cui non si dice praticamente nulla sui soldi messi sul tavolo o sui dettagli, poi arrivano una serie di altre intese, anche di polizia, inaccessibili. Ci sono limiti invalicabili per consultare questi atti, ne conseguono politiche estremamente torbide sulla gestione delle frontiere esterne». Tra la guardia costiera italiana, quella libica finanziata e formata dall’Italia, la guardia tunisina, quelle di Malta, Spagna e Grecia e poi Frontex, il Mediterraneo si sta trasformando sempre di più in uno spazio militarizzato, dove tutto ciò che avviene è coperto dal segreto delle operazioni. Secondo Roberto Sensi di Action Aid, una parte importante delle risorse dedicate all’esternalizzazione delle frontiere «riguarda la protezione dell’esternalizzazione stessa». Dal controllo dei confini alla gestione dei ritorni, passando per la protezione umanitaria lungo le rotte e le campagne informative sui rischi della migrazione, si spendono milioni per tentare di arginare il vento con le mani, mentre quei soldi sarebbero forse più utili a strutturare, in Italia, una rete di accoglienza forte che possa davvero essere un ponte per l’integrazione. Poi c’è il tema del controllo sulla messa a terra dei memorandum che, una volta ceduto, non è più recuperabile. «Una delegazione italiana parlamentare non può andare a Tunisi a vedere cosa fanno coi migranti che noi respingiamo», ha ricordato Sensi. «Non abbiamo potere ispettivo, non c’è responsabilità extraterritoriale. Se la guardia costiera libica spara e ci scappa il morto, non è possibile rintracciare le responsabilità del Paese che ha fornito formazione e navi». Spendiamo milioni per allontanare da noi il “problema” migratorio, ma il prezzo che stiamo pagando dal punto di vista umano raggiunge cifre inestimabili.
Immagine di copertina Markus Spiske
