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Naza: la verità, vi prego, su Gaza

«Perché li uccidete?» «Non lo so». «In Israele la società pensa che dobbiamo ucciderli». «Credi che sia un genocidio?» «Sì, lo è». Naza, il film di Yuval Abraham e Rachel Szor, che a Venezia ha vinto il Premio Speciale della Giuria, toglie finalmente il velo sul massacro di Gaza attraverso le testimonianze di chi vi ha partecipato. È al cinema fino al 30 settembre
di Maurizio Ermisino 5
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«Dopo il 7 ottobre tutti ripetevano: a Gaza non ci sono innocenti». È una delle confessioni che ascoltiamo da un esponente dell’esercito israeliano in Naza, il film di Yuval Abraham e Rachel Szor, due autori israeliani tra i quattro registi di No Other Land. Naza è stato presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, dove ha vinto il Premio Speciale della Giuria, e ora arriva al cinema, fino al 30 settembre. Ma sarà visibile anche sul sito del Guardian e, più avanti, su Rai Storia. È un documentario che toglie ogni velo dal recente massacro di Gaza attraverso le testimonianze di chi vi ha partecipato, membri dell’esercito e dei servizi segreti israeliani. Sui tetti di una Tel Aviv che, mentre la morte continua, dorme tranquilla e ordinata, senza comparire in volto per non essere arrestati, i militari israeliani tirano fuori tutto. E nessuno, adesso, può negare. Nessuno non può non vedere. Naza è il termine che si usa per definire i danni collaterali, le vittime civili, in guerra. Ma quello che ci dice il film è che per Israele oggi i danni collaterali non esistono. Sui loro sofisticati sistemi di controllo, grazie ai quali vedono e conoscono ogni singolo palazzo, premono “play” e appare l’interfaccia “Naza”: vedono esattamente quando un uomo, che credono collegato ad Hamas, ha moglie e figli. E non esitano a bombardare case in cui ci sono anche 4, 5 o 6 bambini. Sono stati emessi ordini per annientare blocchi di abitazioni con 300 o 500 persone. Come se si distruggesse un paese intero. «È come un videogioco» ammette uno di loro.  È così: tutto viene fatto da lontano. Ed è anche qui la disumanizzazione delle vittime.

Il telefono, l’AI e quelle parole chiave

«Papà è a casa» è una frase bellissima. Pensate a ogni volta che l’hanno pronunciata i vostri bambini. Quelle parole, nei sistemi dei servizi segreti israeliani, sono un segnale che mette in allerta un sistema. È il segnale che un uomo, forse di Hamas forse no, ma tanto non importa, è a casa. «Li colpiamo di notte, perché dormono. Perché è più facile» è un’altra disarmante confessione. Ogni telefono di ogni palestinese è controllato e l’AI scopre i collegamenti con altri telefoni e suggerisce i bersagli da bombardare. Gli israeliani dicono che è accettabile un margine del 15% di danni collaterali. Ma, per loro stessa ammissione, sono arrivati a colpire anche 20 Naza per centrare un obiettivo. «Ho predisposto distruzioni di massa su larga scala» è un’altra ammissione.

La banalità del male

Guardare queste persone parlare dà una strana sensazione. Se sono saliti su quei tetti per confessare vuol dire che sono pentiti. O che, almeno, hanno pensato a quello che hanno fatto. Ma ne parlano con una tranquillità e una pacatezza che pare parlino di un tran tan lavorativo qualunque, di una routine quotidiana. C’è in loro, a tratti, una sorta di fatalismo. «Se non l’avessi fatto io l’avrebbe fatto qualcun altro» è il pensiero di uno degli intervistati. E sembra quasi sentire dei tedeschi dopo la Seconda Guerra Mondiale. «Dell’edificio dove sparo non so cosa rimane e cosa succederà dopo» dice un altro soldato, quasi con noncuranza. Disegnano con la matita su un foglio le piantine degli edifici, interi isolati. E, con una croce sopra, due tratti di matita, li eliminano in un colpo solo. Come accade nella realtà con le bombe. È la banalità del male, come scriveva Hannah Arendt.

È un genocidio? Sì

Forse adesso c’è chi è pentito, forse c’è chi ancora non lo è, e vive sospeso tra credulità e incredulità. Ma quello che si capisce, guardando Naza, è che c’è un sistema di odio continuamente alimentato dalla propaganda, un odio che si respira fin da piccoli, dalla mattina alla sera. «Perché li uccidete?» chiede uno degli autori. «Non lo so» è la risposta.  È come se, in Israele, ci fosse un disegno già scritto, un destino pianificato per i palestinesi. E quello va seguito. «In Israele la società pensa che dobbiamo ucciderli» è un’altra disarmante confessione. C’è chi si rende conto perfettamente di quello che ha fatto. E, finalmente, arriva l’ammissione. «Credi che sia un genocidio?» «Sì, lo è».

È come una tempesta ormonale

Quel clima di odio, di guerra perenne, quella formazione che educa alla morte porta a una distorsione di tutti i valori. C’è chi spiega cosa accade nella testa di chi è programmato per uccidere, per essere una macchina di morte, per chi vive per quello. «È come una tempesta ormonale, dormi poco, spari» ammette un soldato. «Ti diverti. È come uno stato d’estasi». Sì, è anche questo che prova chi va in guerra, chi uccide. «Pensavi alle persone che uccidevi?» «No, solo alla missione successiva». «A nessuno è mai venuto un dubbio?» «A nessuno».

La definizione di terrorismo

I testimoni raccontano questa storia sui tetti dei palazzi di Tel Aviv, lontano da tutti. La macchina da presa intanto scruta la città, i palazzi ricchi, le vite agiate. Prova a scrutare anche dentro quelle case, le persone abbracciate sui divani, distese sui letti, sicure. E in ogni casa c’è una tv accesa. Le immagini delle tv, dei discorsi di Netanyahu, scorrono di tanto in tanto per capire qual è la fonte a cui si abbevera l’odio. Chi ha lavorato nel suo dipartimento ha ben chiara la sua strategia. «L’obiettivo di Bibi è impedire la nascita dello stato palestinese». Netanyahu appare anche in immagini di repertorio del passato ancora giovane (si fa per dire), mentre presenta il suo libro e dà la sua definizione di terrorismo. «La deliberata e sistematica uccisione di civili per motivi politici». Ecco. Se queste parole oggi suonano tragicamente ironiche. Ce ne sono atre ancora più amare. Le dice uno dei soldati «Credo ancora che i nazisti siano il male. Ma non so cosa sono io».

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