
Gianni Amelio: «Migranti, si può e si deve trovare un’intesa, almeno in un’Europa che si definisca unita»
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«Quando un libro è bello, credi a tutto». Un personaggio, a un certo punto di Nessun dolore, sta leggendo Furore di Steinbeck. È vero. Ed è anche vero che quando un film è bello, credi a tutto. Nessun dolore, il nuovo film di Gianni Amelio, presentato fuori concorso alla Mostra e al cinema di Venezia e al cinema dal 24 settembre, nasce da «una storia che non è ancora realmente accaduta». Ma è verosimile. E allora ci credi perché il film è bello, ma anche perché potrebbe accadere vicino a noi ogni giorno. Si parla di migranti e di accoglienza. Un nervo scoperto della società di oggi. Davide (Alessandro Borghi) è un trentenne con la passione dei libri: non ne legge tanti ma li vende. A volte li regala, pur di far leggere gli altri. Ha una bancarella in una piazza di Roma. La sua cliente più fedele, Elsa (Valeria Golino), è anche sua complice, gli fornisce i volumi di seconda mano e lo colma di affetto e tenerezza. Qualcosa però s’incrina in un giorno come tanti: a Davide viene “consegnato” d’improvviso, per strada, come un pacco, un bambino che viene dal Nordafrica, e che non lo molla più, lo segue in silenzio. Un incidente, la corsa in ospedale con il piccolo sconosciuto tra la vita e la morte. E Davide che entra in un inferno personale fatto di reticenze, rimorsi, smarrimento. Al pronto soccorso, una notte Davide incontra Aminah, appena arrivata dall’Algeria su un barcone d’immigrati. Davide non può che darle rifugio in casa sua. Ma siamo appena all’inizio di una storia spiazzante, piena di sorprese. Una storia scomoda, che parla di solidarietà e accoglienza, raccontata dal punto di vista di un uomo comune, che potrebbe essere ognuno di noi. Nessun dolore è un film che, dopo la visione, resta dentro a lungo. Ci costringe a porci delle domande. A fare i conti con noi stessi. È il segno che si tratta di un grande film, un’opera morale. Ne abbiamo parlato con Gianni Amelio.
Una storia che non è ancora realmente accaduta
«La storia che vi raccontiamo non è ancora realmente accaduta». Il film parte con questo avviso. Una storia così può davvero accadere? «C’è in quella frase una piccola frecciata ironica» ci risponde Gianni Amelio. «Spesso si legge, all’inizio di un film, “tratto da una storia vera”. Ma quest’affermazione che cosa vuol dire? È un alibi, una richiesta di complicità allo spettatore? La verità la devi trovare sullo schermo, in quello che racconti e per come lo racconti. I fatti reali posso essere solo un punto di partenza. Io ho in parte vissuto la storia di questo film, e forse la può vivere qualcun altro. Però non basta. Lo spettatore deve credere a quello che vede e sente attraverso le immagini. La verità del cinema sta nell’invenzione».
La storia di migrazioni ce l’ho dentro dalla nascita
Nessun dolore riflette sul senso profondo dell’accoglienza. Sui suoi limiti, sui suoi paradossi. Si sente che il film nasce da un’urgenza, un sentimento forte. Chiediamo a Gianni Amelio che cosa abbia scatenato in lui il bisogno di fare proprio questo film e proprio in questo momento. «La storia delle migrazioni ce l’ho dentro dalla nascita» ci risponde il regista. «Riguarda la mia famiglia, mio padre che è stato quindici anni in Argentina, mio nonno che non è mai più tornato, i miei zii che non sono riusciti a fare fortuna. Negli anni Novanta ho adottato un ragazzo albanese e ho fatto venire a Roma tutti i suoi parenti, cercando per loro un lavoro e una casa. L’accoglienza è un bene che personalmente ho avuto bisogno di restituire. Peccato che, come dice Michele Serra, “per l’accoglienza basta il cuore, ma per l’integrazione serve la politica”».
Il senso di colpa del mondo intero
Davide si muove nella Roma che al cinema non vediamo mai. Quella di via Giolitti, dei dintorni della Stazione Termini. Quella sotto ai cavalcavia. Si muove febbrile. Davide è preso dal senso di colpa. È una metafora di tutti noi che sentiamo il tema, ci teniamo, ma forse non facciamo abbastanza? O il senso di colpa di tutto l’Occidente? «Cerco di usare il più possibile un discorso diretto, fatto di emozioni e sentimenti espressi con la massima semplicità, in modo che arrivino a più gente possibile» risponde Amelio. «Ma le sue domande hanno una ragione seria, e forse le risposte sono implicite. Il senso di colpa del protagonista dovrebbe essere il senso di colpa di un mondo intero (ha ancora senso parlare di Occidente?) verso quello che una volta si definiva terzo mondo e che oggi viene calpestato, quando non rimosso con fastidio e prepotenza».
Le soluzioni sono difficili, complesse
È sempre il senso di colpa a far sì che Davide subisca l’accoglienza ai migranti, non li accolga esplicitamente ma trovi la sua casa occupata sempre di più? Perché lo fa? «Il verbo “subire” è quello giusto» spiega Amelio. «Davide non va in cerca di santità, non accoglie l’estraneo perché glielo impone una fede. È un individuo che, senza pregiudizi, porta in casa propria una ragazza maltrattata. Poi ospita i suoi familiari. E fin qui siamo nella sfera dell’accoglienza, a cui tutti dovremmo essere disposti (io l’ho fatto…). Il problema cambia quando “casa tua” diventa “casa d’altri” e tu non hai più posto. Il problema è di proporzioni troppo vaste perché possa risolverlo un uomo solo. L’inserimento dopo l’accoglienza si potrebbe e si dovrebbe fare. E non solo per ragioni umanitarie, che contano, altroché». Non c’è il rischio che quello che accade nel film rafforzi l’idea di chi, quando si parla di migranti, parla di “invasione”? «Questo rischio si corre ogni volta che si dice la verità, che non si cerca di edulcorare le cose» risponde Amelio. «I migranti non fanno una gita di piacere. E per chi deve affrontare l’esodo degli stranieri le soluzioni sono difficili, complesse. Ma si può e si deve trovare un’intesa, almeno in un’Europa che si definisca unita, non a parole ma concretamente».
Lamerica e la migrazione dall’Albania: che cosa è cambiato?
È immediato vedere questo film e pensare a Lamerica, il film di Amelio che raccontava un’altra migrazione, quella dall’Albania all’Italia negli anni Novanta. È proprio il caso di chiederselo. Che cosa è cambiato da allora? E perché? Quell’ondata di migrazioni era stata accolta in ben altro modo, con solidarietà. Oggi sembra tutto molto diverso. «C’era, in Lamerica, paradossalmente, anche un senso di avventura» riflette Amelio. «C’era, sottintesa, la speranza che il migrante venisse accolto non solo per senso di umanità, ma come risorsa sociale importante. Non c’erano solo gli albanesi su quella nave, ma anche mio nonno che sognava di sbarcare negli Stati Uniti. Oggi l’America (con l’apostrofo) è diventata più spaventosa di un lager».
Io sono diventato Davide
Nessun dolore è un film ipnotico, assorto, misterioso. È un film che ha un andamento sorprendente e insolito. Ogni volta che si pensa di aver capito dove va, cambia direzione. Si pensa che sarà sul rapporto tra lui e il bambino. Si pensa che Davide metterà in atto solidarietà e accoglienza in modo normale, mentre avviene in modo insolito. Chiediamo ad Amelio come ha lavorato alle svolte narrative e a sorprendere lo spettatore. «Per tutta la durata della scrittura, e poi delle riprese, io “sono diventato” Davide, ho pensato e agito come lui, cercando di dare coerenza alle sue azioni» ci ha spiegato il regista. «Ogni sequenza ha al suo culmine una sorpresa, una scoperta interiore che il personaggio è costretto a fare proprio per il peso di quello che gli accade e che si porta dentro. Questa totale adesione al personaggio mi ha aiutato a trovare il finale giusto, dove, come dicono i versi citati nel film, “si tocca il punto fermo dove anche il dolore è gioia piena”».
Immagini Claudio Iannone










