ddl antisemitismo

Human Rights Film Fest, Palestina oggi: vivere, resistere, testimoniare

Per la discussione alla Camera, 330 sigle della società civile si sono riunite a piazza Montecitorio per dire no al Ddl antisemitismo. Alla Palestina ha dedicato la prima giornata lo Human Rights Film Fest, fino al 13 settembre al Parco del Torrione Prenestino a Roma. Maya Issa: «L’ennesimo decreto, dopo il Ddl sicurezza, che riguarda non solo la Palestina ma la libertà di espressione di tutti noi. Vogliono dire che antisemitismo e antisionismo sono la stessa cosa. Ma essere ebrei è anche prendere le distanze dallo stato di Israele»
di Maurizio Ermisino 8
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Quella che è la più grande mistificazione dei nostri tempi, che l’antisionismo sia equivalente all’antisemitismo, ora sta per diventare legge. Il 9 settembre, in occasione della discussione del Ddl antisemitismo nella Commissione affari costituzionali della Camera, 330 sigle della società civile si sono riunite a piazza Montecitorio per dire no al disegno di legge. In tanti si sono poi ritrovati allo Human Rights Film Fest, che, organizzato da Ars Mundi dal 9 al 13 settembre al Parco del Torrione Prenestino a Roma, racconta storie di libertà, giustizia e resistenza attraverso il cinema (qui il programma completo). Un festival che, con un tempismo perfetto, ha dedicato la prima giornata al dibattito sulla Palestina, con il talk Palestina oggi: vivere, resistere, testimoniare, con Sarah Mustafa, scrittrice, e Maya Issa, attivista, e una serie di film e corti dedicati.

Ddl antisemitismo: un decreto che mira a censurare il movimento per la Palestina

Il Ddl antisemitismo arriva dopo che, in altre parti d’Europa, sono già state prese misure analoghe contro il dissenso su Israele. Nel Regno Unito sono stati vietati eventi e movimenti studenteschi pro Palestina e ci sono insegnanti e autori che si autocensurano. In Germania l’accesso ai fondi statali per progetti culturali e scientifici deve avere dei requisiti, tra cui quello di non fare attività per la Palestina. In Austria sono vietati slogan che parlano di Palestina libera. In Italia il Ddl equiparerebbe all’antisemitismo anche il BDS, il movimento internazionale nonviolento a guida palestinese per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele, e anche l’attività di Amnesty International, che ha pubblicato dei report contro Israele. «È un decreto che non mira a contrastare l’antisemitismo ma a censurare il movimento che si è creato intorno alla Palestina» commenta Maya Issa. «Il 4 ottobre dello scorso anno più di un milione di persone hanno messo in difficoltà il governo Meloni con tutte le piazze che chiedevano la fine degli accordi con Israele. Ora si tratta di reprimere e criminalizzare il dissenso. È l’ennesimo decreto, dopo il Ddl sicurezza, fatto ad hoc contro il movimento per la Palestina. È la deriva fascista del governo che sta limitando la libertà di espressione. Riguarda non solo la Palestina, ma la libertà di tutti noi che, secondo l’art. 3 della Costituzione, siamo tutti uguali davanti alla legge. Vogliono dire che antisemitismo e antisionismo sono la stessa cosa. Ma essere ebrei è anche prendere le distanze dallo stato di Israele, ed è in questo che sbagliano le comunità ebraiche di Roma e Milano che non lo fanno. Mentre molti ebrei si stanno distaccando dalle politiche di Israele, molti ebrei scendono a manifestare con i palestinesi anche in Cisgiordania e Palestina».

Maya Issa: «Più di 1300 palestinesi hanno perso la vita dopo gli accordi di pace. Per anni si è parlato dei palestinesi solo come numeri, in una continua deumanizzazione. Ora non si danno neanche i numeri»

La società civile ha fatto molto per provare a fermare il genocidio. E a tanti è stato fatto credere che in Palestina oggi sia tutto finito. Ma a che punto siamo? «Il Board of Peace è arrivato proprio durante i giorni delle manifestazioni in tutto il mondo per farci tornare a casa e farci credere che in Palestina ci fosse una pace e la questione potesse essere dimenticata» spiega Maya Issa. «Ma era un accordo di pace che non teneva conto di oppressi e oppressori, un accordo che i palestinesi non potevano accettare. Si chiedeva la smilitarizzazione del popolo palestinese. Ma a chi dobbiamo chiedere di abbassare le armi è Israele, chi è un pericolo per tutto il mondo e sta portando avanti guerre con Iran e Libano. Ci sono più di 1300 palestinesi che hanno perso la vita dopo gli accordi di pace. Dopo che per anni si parlava dei palestinesi, in una continua deumanizzazione, solo come numeri, adesso non si danno neanche i numeri». Ma è importante capire che cosa sta accadendo in Palestina a livello di geopolitica, nello scacchiere internazionale. «Vogliono dividere Gaza in due per creare un nuovo canale, il canale di Ben Gurion» spiega l’attivista. «Ci dimentichiamo della Cisgiordania dove gli israeliani stano annettendo dei territori. L’E1 (un piano di espansione colonialistica israeliana, ndr) è un tentativo di dividere la Cisgiordania in due, spezzando la continuità territoriale della Palestina in modo che non si possa più parlare di due stati e due popoli.  Israele è l’unica democrazia nel Medio Oriente che non ha confini ben definiti».

Sarah Mustafa: «Quando a 17 anni sono tornata in Italia mi sono scontrata con una narrazione lontana da quella imparata sul campo. Mi sento in dovere di far capire il punto di vista palestinese»

L’arte e la scrittura sono un meccanismo per fare emergere tematiche. Ma quanto è difficile per un artista lavorare in un mondo in cui le parole hanno così tante sfumature? «È sempre stato difficile» riflette Sarah Mustafa.  «Noi palestinesi abbiamo sempre avuto a che fare con la mentalità sionista, molto diffusa in Occidente. Dopo il 7 ottobre vi ricordate la notizia dei 40 bambini decapitati, mai smentita in Italia? In Israele è stata smentita. È stata una delle tante notizie date per preparare l’opinione pubblica al genocidio perpetrato da Israele verso Gaza». Di padre palestinese e madre italiana, dai sei ai sedici anni Sarah Mustafa è vissuta in Palestina. «Quando a 17 anni sono tornata in Italia mi sono scontrata con una narrazione lontana da quella che avevo imparato sul campo. Ho studiato scienze politiche e sui libri di testo di storia tante cose non vengono menzionate. Tutto questo mi fa sentire in dovere di far capire il punto di vista palestinese».

La forza dell’arte, per smascherare le narrazioni false, per andare oltre la notizia, è grande. «Se oggi dovessi chiedervi dei 20mila bambini palestinesi uccisi conoscete qualche nome?» chiede Sarah Mustafa. «Il nome venuto fuori più spesso è Hind. Perché c’è stato il film La voce di Hind Rajab. Il compito di chi scrive e chi fa film è trasformare i numeri in storie che restano dentro. Che quando sei uscito dal cinema non hai dormito per una settimana. Il ruolo di un artista attivista è trasformare le notizie che vediamo al telegiornale in emozioni, di far capire cosa c’è dietro quella notizia, dietro quel numero che viene aggiornato ogni giorno».

A State of Passion: per conoscere Ghassan Abu-Sittah

Ed è questo che hanno fatto i film di questo festival. A cominciare da A State of Passion di Carol Mansour e Muna Khalidi (Libano / Palestina) che ci ha fatto conoscere da vicino Ghassan Abu-Sittah, chirurgo plastico palestinese, oggi Rettore dell’Università di Glasgow, attivista e volontario in Palestina sin dall’intifada del 1989, e tornato più volte a fare il medico in condizioni di emergenza, l’ultima volta durante la guerra a Gaza del 2023, con Medici Senza Frontiere, all’Ospedale Al-Shifa. Un «eroe riluttante» lo definiscono le autrici, «un titolo da western». come dice lui. Il film alterna momenti di vita quotidiana, la sua naturale simpatia, le parole della moglie e della madre, a racconti di guerra di una crudeltà senza pari. In una guerra come quella di Gaza ogni famiglia ha più di un ferito. E sono gli stessi membri della famiglia che decidono chi si deve operare e salvare. Non c’è nessun criterio medico o scientifico: si sceglie se salvare chi deve allevare otto figli piuttosto che chi non ne ha. E gli altri vengono lasciati morire in un angolo. «Non ho mai fatto così tante amputazioni di bambini in vita mia, anche 6 in una sola notte» racconta nel film Abu Sittah.  Un medico che salva vite, ma che, da sempre, fa politica. E ha ben chiaro qual è la tattica di Israele. È quella di sovraccaricare la violenza. Non basta uccidere e fare prigionieri, bisogna umiliarli. Non basta distruggere le case, ma bisogna entrarci, dileggiare i vestiti, farsi le foto. «Israele è un serial killer attento ai dettagli. Gli piace giocare con i particolari» è il suo pensiero.

Between Sky And Sea: la testimonianza di Ismail Abu Hatab

Durante la prima serata del festival sono stati proiettati anche dei cortometraggi. Feel It From My Words di John RG Lacey è la storia di un’Odissea migratoria tra mare e prigioni di un musicista palestinese approdato poi in Nuova Zelanda. Between Sky and Sea di Ismail Abu Hatab, è l’ultimo lavoro del giornalista scomparso il 30 giugno 2025, un ritratto della bellezza di Gaza che stava venendo distrutta, il contrasto tra la meraviglia del mare e delle spiagge e la devastazione dell’intera città, tra la vitalità dei bambini e la desolazione delle macerie. Con quella struggente immagine finale, una giostra di metallo colorata e arrugginita dove giocano i bambini davanti alle macerie di un edificio ridotto a uno scheletro.

Every Grain of Dirt: amare ogni granello della propria terra

Tra i cortometraggi abbiamo visto anche Every Grain of Dirt di Aya Chouaib e Julie Mallat. È ambientato nel sud del Libano, dove le registe seguono un pastore che conosce e chiama per nome ognuna delle sue capre e ama ogni singolo granello della terra dove vive, che non lascerà mai. «Una delle cose peggiori nel girare questo film è che sembra non finire mai» ha spiegato Aya Chouaib. «Da quando ci siamo fermate con il montaggio i numeri hanno continuato a salire. Sono stati colpiti molti più villaggi, molte persone hanno continuato a morire. Uno dei villaggi che abbiamo raccontato è ora distrutto al 95% per cento. E al momento il 75% delle città sul territorio libanese del sud sono distrutte e 7 di loro sono completamente rase al suolo. Con il pastore che avete visto nel film i contatti sono stati perduti, non sappiamo che ne è stato di lui». Il Libano è una terra molto complicata. «Abbiamo una lunga storia fatta di segregazioni e religioni» spiega l’autrice. «Nel sud, da dove vengo io, la guerra c’è da sempre. A causa di questi conflitti religiosi la parte nord del Libano è meno sensibile a quello che avviene nel sud. La nuova generazione sta cercando di cambiare questa situazione. A Beirut sembrano avere una vita normale. Ci si alza la mattina e si vive la propria vita. Con questi film cerchiamo di scardinare questi concetti».

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