
Pietro Bartolo: «Quella dei corridoi lavorativi è la remigrazione che può funzionare»
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Anche Pietro Bartolo, il medico degli ultimi, è stato un naufrago. Aveva sedici anni e stava imparando il mestiere di pescatore quando cadde da una imbarcazione a largo di Lampedusa. «Eravamo in venti, dormivano tutti, in un attimo mi ritrovai giù. Quando hanno capito che non ero più a bordo, sono venuti a cercarmi: non c’erano ancora i gps, è stato come trovare un ago in un pagliaio. Ho avuto un culo grande come una casa. Quante volte mi sono chiesto “perché io sono qui e altri esseri umani no?”. Il mare è tanto buio di notte».
«Più di 50mila morti in mare dal 2009? Balle»
Se è vero che Dio mette alla prova gli animi migliori perché si rafforzino nella virtù, forse soltanto chi ha conosciuto la paura più profonda può vivere una vita come la sua. Il destino lo ha sempre riportato a quel mare, «meraviglioso e crudele», dal quale ha raccolto e medicato corpi vivi ma anche analizzato e seppellito corpi morti. «Più di 50mila morti in mare dal 2009? Balle. Quelle di cui abbiamo contezza sono più di 70mila. Ma di oltre la metà dei naufragi non sappiamo nulla. Oggi le ong vengono cacciate via dalla zona del delitto». Nella sua esperienza di frontiera gli è persino capitato di far venire al mondo un bambino su una motovedetta. «Dicono io abbia il record infame di autopsie», ci racconta con la voce tremante. «Un medico di morte. Proprio io, pensate, io che scelsi la vita con la specializzazione in ginecologia. Tante volte ho pianto e vomitato tagliando i corpi dei bambini». La voce tremante diventa a questo punto singhiozzante. È l’emozione a guidare ogni singola parola: «Il 3 ottobre 2013 sulle coste di Lampedusa sono morte 368 persone. Alcuni non avevano i documenti. Cercavamo di dare loro un’identità, ma soprattutto una dignità. Quando mettevo i numeri non finivano mai: 50, 55, 200, 203, 205, 300, non finivano mai. Ho visto bambini morti a 500 metri dal porto». Parlare con lui di immigrazione significa parlare di umanità senza confini. Di uomini, donne e minori che sperano e che non sempre arrivano. Ma che vivono costantemente sotto il faro acceso del giudizio.
«Tra paura e odio può nascere una miscela esplosiva. L’Europa era unita e ha cominciato a litigare quando ha smesso di accogliere. Entro il 2050 ci sarà bisogno di più di 55 milioni di persone, in tutti i settori. Lo sa anche il nostro governo, che mentre parla alla pancia della gente fa i decreti flussi per gli imprenditori»
Lui ne ha visti arrivare a migliaia, dal 1991 al 2019, gestendo l’ambulatorio dell’isola siciliana più vicina all’Africa che all’Italia. La prima volta la ricorda ancora, come se fosse ieri. «Erano tre ragazzi nordafricani, sbarcarono di notte e si rifugiarono in un albergo in costruzione. I muratori al mattino hanno visto tre disgraziati buttati per terra. Fuggirono. Fui il primo a visitarli. Non riuscivamo a capire da dove venivano, cosa volevano, perché erano venuti. Avevamo davanti tre alieni. Poi sono arrivati in 10, dopo ancora in 15, in 20, in 100. A un certo punto abbiamo creato un protocollo di intervento: quando sbarcavano, mi chiamavano al molo. Dal 1991 ho visitato più di 350 mila migranti». Da quelle migrazioni si può ricostruire la storia del mondo del nuovo secolo, il secolo delle migrazioni: la guerra in Sud Sudan, la fuga della Sira, il maghreb e la primavera araba, gli arrivi dal Sub-Sahara. Quasi tutti sono finiti nelle mani dei trafficanti. C’è l’invasione, dicono. Portano le malattie, aggiungono. Gli accusatori sono gli stessi che vedono queste persone come terroristi e prostitute, che delinquono e che guadagnano 35 euro al giorno, più o meno mille al mese, mentre gli italiani patiscono il caro bollette e l’inflazione. Le bugie sull’immigrazione sono tornate a essere un fortissimo argomento elettorale. «Tra paura e odio può nascere una miscela esplosiva» è l’allarme che il dottore, divenuto parlamentare europeo, scrittore e oggi attivista lancia attraverso Reti Solidali. Nelle sue tante vite lui la migrazione l’ha compresa, accolta, capita, spiegata. Oggi la difende, provando a invertire la rotta di una narrazione che definisce «tossica». «L’Europa era unita e ha cominciato a litigare quando ha smesso di accogliere», è il suo pensiero. «Entro il 2050 ci sarà bisogno di più di 55 milioni di persone, in tutti i settori. Lo sa anche il nostro governo, che mentre parla alla pancia della gente fa i decreti flussi per gli imprenditori». Dagli ospedali alle pensioni, dall’edilizia alla zootecnia, dalla ristorazione all’agricoltura, senza dimenticare badanti e caregiver, «pensate cosa potrebbe succedere nel mondo del lavoro se queste persone incrociassero le braccia. Ve lo dico io: non arriverebbe più il cibo sulle nostre tavole, nessuno costruirebbe le case in cui viviamo o si prenderebbe cura dei nostri anziani o dei nostri figli. In alcuni paesi chiuderebbero anche le scuole per mancanza di bambini, o i punti nascita sotto i 500 parti l’anno», aggiunge Bartolo.
«La migrazione dovrebbe essere nei programmi scolastici. La differenza tra migranti economici e richiedenti asilo qual è? Non sono riuscito ancora a capirla»
Nella sua esperienza al “fronte” ha capito che «la migrazione non si può risolvere, che non è un fatto emergenziale ma strutturale». Considera infatti certi numeri «ridicoli». «Il record in Italia è del 2016: 186mila arrivi. Sono fiero di aver sostenuto l’accoglienza degli ucraini dopo la guerra di Putin, ma sapete quanti erano? Cinque milioni in un mese e l’Europa di cui dobbiamo essere orgogliosi li ha accolti dislocandoli nei 27 Paesi». Bartolo proietta le sue idee e i suoi pensieri in un flusso di coscienza che registriamo: «La migrazione dovrebbe essere nei programmi scolastici. La differenza tra migranti economici e richiedenti asilo qual è? Non sono riuscito ancora a capirlo. Come muoiono quelli che scappano dalla guerra, muoiono quelli che vivono nella miseria. I migranti economici per la legge devono tornare indietro e sono il 90%. Invece dovrebbero arrivare tramite canali regolari, con una formazione pre-partenza di sei mesi. Le aziende li stanno aspettando a braccia aperte».
«La responsabilità di saperne più degli altri e di essere stato in trincea la sento forte, ma ho trovato sempre muri. La rete che ho sognato serve a dare forza questo messaggio. Così voglio riunire tutte le associazioni, che fanno cose straordinarie. Siamo disordinati, ma siamo molto più di loro»
Rete Lampedusa è il suo ultimo progetto: si tratta di una vera e propria rete sociale che punta a creare una comunità sensibile e attiva. «Ho curato, fatto film, scritto libri e provato a cambiare le cose in Ue. Il patto asilo e migrazione è stato un buco nell’acqua, anziché migliorare il regolamento di Dublino l’hanno peggiorato. Credetemi, ho sofferto la solitudine. La responsabilità di saperne più degli altri e di essere stato in trincea la sento forte, ma ho trovato sempre muri. La rete che ho sognato serve a dare forza questo messaggio. Mi sono detto “riparti dal basso”. Così voglio riunire tutte le associazioni del terzo settore che fanno cose straordinarie. Siamo disordinati, ma siamo molto più di loro». Quella dei corridoi lavorativi è la strada che secondo Bartolo può migliorare un sistema di accoglienza fragile e complicato. «Se diamo un pezzo di carta e un lavoro a queste persone, ne avremmo tutti dei vantaggi. Senza, vanno a finire nelle mani dei delinquenti o a lavorare come schiavi. Dopo qualche anno, quando hanno acquisito esperienza e capacità, li aiutiamo, se lo vogliono, a tornare indietro. Questa è la remigrazione che può funzionare. Ecco cosa significa aiutarli a casa loro. E nel frattempo, ci aiutano a casa nostra».
