raccontare la guerra

Raccontare la guerra tra la crisi di un’idea comune di verità e l’economia dell’attenzione

A Multi sul racconto della guerra in questi anni in cui è cambiato tutto: le stesse guerre, la politica internazionale, i media. Sala: «Esiste un’economia dell’attenzione, una competizione tra massacrati». Camilli: «È in crisi un’idea comune di realtà in un momento in cui i poteri esecutivi si stanno riprendendo tutto l’arbitrio possibile». Giordano: «Vittime di questi anni sono il multiculturalismo e il multilateralismo»
di Maurizio Ermisino 6
Ascolta
l'articolo
0:00 / --:--

Davanti al dolore degli altri è il titolo di un famoso libro di Susan Sontag (Nottetempo), che si interrogava su come immagini e parole dovessero porsi di fronte alla sofferenza, alle vittime e alla guerra. Su quale fosse la giusta distanza, fisica ed emotiva, da cui raccontare. È questo il tema di Da vicino: raccontare la guerra oggi, titolo di un libro curato da Paolo Giordano (Einaudi) e di un incontro che, a Multi 2026, a Piazza Vittorio a Roma fino al 27 settembre, ha coinvolto giornalisti e reporter –  Paolo Giordano, Annalisa Camilli e Cecilia Sala, moderati da Nicola Lagioia – che hanno vissuto e raccontato le zone di guerra, la violenza e le conseguenze del suo passaggio, spesso interrogando le persone che subiscono o combattono, per capire se e quanto sia ancora possibile restituire ai lettori i conflitti anche più irrisolvibili del nostro presente. In questi ultimi anni è cambiato tutto: le guerre, il sistema politico internazionale, i media. È nata una nuova generazione di cronisti e di inviati di guerra che si sono formati e agiscono in maniera diversa e che in maniera diversa  raccontano la guerra. «È strano parlare di questi argomenti in un Festival votato al multiculturalismo, là dove vittime di questi anni sono proprio il multiculturalismo, e il multilateralismo» esordisce Giordano. «In questi giorni è in corso la conferenza dell’ONU ma è come se non ci aspettassimo più niente da questi organi internazionali». È proprio così. C’era una volta il diritto internazionale, c’erano delle regole condivise. C’era una volta l’ONU. C’erano e non ci sono più. E noi, oggi, non crediamo più in niente.

La fine di una realtà condivisa

Il flusso di comunicazione sulle guerre è continuo. Ci sono i social con la propaganda e le fake news, ci sono i talk show che mettono in confronto un filoisraeliano e un filopalestinese. Poi ci sono ancora persone che hanno continuato a fare il vecchio mestiere, andare nei luoghi dei conflitti e parlare delle vittime. Ma è cambiato tutto. Ed è tutto più difficile. «Chi fa il nostro lavoro fa i conti con la fine di una realtà condivisa» ragiona Annalisa Camilli. «La realtà è sempre stata contesa tra i vari poteri, ma in questo momento è andata in crisi un’idea comune e intersoggettiva di realtà e verità. Quello che dovrebbero fare i giornalisti è andare a vedere per conto dell’opinione pubblica mondiale qual è la realtà nei territori contesi. Ma è qualcosa che diventa complicatissimo: stiamo vivendo un momento storico in cui i poteri esecutivi si stanno riprendendo tutto l’arbitrio possibile. Una delle mission fondamentali dei giornalisti è fare da cani da guardia al potere. Ma è come se quello spazio, e quello delle Nazioni Unite e delle Ong, si sia ridotto, sia sparito. È evidente che le democrazie moderne si erano dotate di uno spazio di controllo del potere e del suo arbitrio e tutto questo stia saltando».

Il caso di Ceuta

I social network e i telefoni hanno preso il posto dei tg e dei giornali. Sono infestati di false notizie, nuovi modi di fare propaganda. «In tutti i regimi, in tutte le guerre c’è sempre stato un forte investimento del potere per fare propaganda e raccontare la propria versione dei fatti. Ma oggi i giornalisti devono fare i conti con una propaganda più pervasiva che acquista sempre forme nuove» riflette la giornalista. «Pensiamo all’arrivo a Ceuta di 70mila persone in poche ore. Credevamo di vedere quello che stava accadendo. In realtà quelle immagini erano vecchi video, o video modificati con l’AI, che hanno avuto un impatto emotivo fortissimo. «I giornalisti sul campo sono riusciti subito a capire che c’era una regia intervistando le persone, che hanno raccontato che era tutt’altro che spontanea la decisione di andare lì, ma che erano stati colpiti da tanti messaggi on line che raccontavano che la frontiera della Spagna era aperta. Facendo il vecchio mestiere del giornalista i cronisti hanno capito che era una forma di guerra ibrida, che c’era una regia, che non era un attraversamento spontaneo. Era il cinismo del potere che si serve delle persone e del loro desiderio di uscire dalla povertà per colpire un altro stato, un compendio alle guerre combattute dagli eserciti».

L’economia dell’attenzione

Ma il problema non è solo quello di raccontare le guerre nel modo giusto. È che alcune guerre non vengono proprio raccontate. Esiste un’economia dell’attenzione, una competizione tra massacrati per cogliere la nostra attenzione e diventare un caso politico internazionale. Perché di Sudan non si parla mai?  «La nostra attenzione è una risorsa limitata: i massacrati lo sanno» riflette Cecilia Sala. «Il 7 ottobre del 2023 dovevo andare in Ucraina e ho cambiato viaggio. Era chiaro per gli ucraini che l’attenzione si sarebbe spostata altrove e le donazioni si sarebbero fermate. Così è stato: le piccole Ong ucraine da 500 dollari a settimana sono passate a zero in quell’autunno. E ci sono posti ancora più sfortunati dell’Ucraina». Non sono più i tempi d’oro del giornalismo e degli inviati di guerra, ma si deve provare a raccontare le guerre. «Non abbiamo il potere di cancellare le bombe, di portare gli aiuti umanitari» ragiona la reporter. «Ma dove l’attenzione mediatica c’è e i giornalisti vanno le tragedie vengono arginate un po’ di più».

Perché non parliamo del Sudan?

E così c’è la guerra in Ucraina e la guerra in Palestina, ma c’è un’altra guerra iniziata in contemporanea in Sudan. Le nazioni unite dicono da tempo che c’è un rischio carestia, adulti e bambini che muoiono di fame. «Se sul Sudan ci fosse stata attenzione avemmo visto soluzioni come le air drop, sì insufficienti, ma utili a salvare almeno qualche vita» commenta Cecilia Sala. «La causa di tutto è la Rapid Support Forces (RSF), una milizia finanziata tempo fa dall’Unione Europea perché i migranti non arrivassero nelle nostre coste. I 150mila morti in Darfur sono qualcosa di cui non parliamo, anche perché di immagini non ce ne sono, e spesso queste hanno più forza della parla scritta. O forse non le vediamo perché sono troppo crude: madri con bambini impiccati con la stessa corda sullo stesso albero sono immagini che non potrebbero apparire nei tg e sui giornali. Il Massacro a El Fasher è stato visto perché il sangue era talmente tanto da poterlo vedere dai satelliti».

Raccontare la guerra, Giordano: «Le foto dei cadaveri dovrebbero vederle solo i medici»

«Le foto dei cadaveri dovrebbero vederle solo i medici, dice qualcuno» come ricorda Paolo Giordano. «Dopo che per anni abbiamo visto le immagini di Gaza o i droni dei safari in Ucraina siamo arrivati a un livello di violenza che penso si possa fare un salto di qualità. Scegliere cosa guardare e cosa non guardare, e scegliere cosa farsi solo raccontare. A volte è meglio la mediazione di un giornalista che un’immagine brutale disintermediata che mi fa indignare solo all’inizio».

Rimpiangere i tempi di Angelina Jolie

«La competizione tra i massacrati esiste. E ne sono consapevoli anche loro» conclude Cecilia Sala. «Il soldato ucraino in trincea sa come deve fare le riprese affinché funzionino per l’algoritmo e la sua unità possa raccogliere abbastanza donazioni. Quando ero ragazzina e c’erano i massacri in Darfur io che ero un adolescente che faceva politica mi vergognavo che venisse Angelina Jolie a raccogliere i fondi per questa causa» riflette la reporter. «Visto che succedono le stesse cose e non ne parla nessuno non sai quanto rimpiango i tempi in cui Angelina Jolie si preoccupava di noi».

Foto di copertina Rete Pace e Disarmo

raccontare la guerraPaolo Giordano
Da vicino: raccontare la guerra oggi
Einaudi, 2026
160 pagine, 18,00 euro

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *