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Decreto scuola: non c’è bisogno di tetti o obblighi, ma di risorse e relazioni

Dal primo ottobre è in vigore il Decreto scuola. Annarita Marino, già coordinatrice della scuola d'infanzia Pisacane di Roma: «Rinforzare le relazioni è il primo obiettivo della scuola. Questa norma respinge e divide». Cristina Brugnano (Cemea del Mezzogiorno): «Ciò di cui abbiamo bisogno sono maggiori risorse e più intelligenza strategica nell'immaginare risposte alle esigenze dei singoli territori»
di Ilaria Dioguardi 8
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Il Decreto scuola, entrato in vigore il primo ottobre, prevede, lo ricordiamo, un tetto massimo del 30% di studenti stranieri nelle classi prime della scuola primaria e secondaria che esclude chi ha già svolto un percorso di studi pregresso in Italia, e corsi di italiano obbligatori per i genitori degli alunni stranieri in difficoltà, oltre al divieto di coprire il volto con burqa e niqad durante le attività scolastiche.

«Il Decreto scuola», contro il quale ieri la società civile – con, tra gli altri, realtà come Spin Time e Rete degli Studenti Medi – si è mobilitata dandosi appuntamento in Piazza Capranica per ribadire che “A scuola nessun* è stranier*”, «esprime la lontananza, in maniera totale, dalle persone in carne ed ossa. Dimostra quanto una parte della politica non sappia quello che si fa nei territori. Ogni persona, bambina o adulta, nel suo modo, nel suo tempo, nella sua maniera, nel suo spazio, con i suoi legami ha un bisogno fondamentale: rinforzare la relazione», sottolinea con decisione Annarita Marino, già coordinatrice della scuola d’infanzia Pisacane di Roma, l’istituto nel quartiere Tor Pignattara riconosciuto come un laboratorio storico di integrazione interculturale e partecipazione civica. «La scuola deve cercare di favorire il bisogno di relazione. Il Decreto scuola dimostra il contrario: respingimento e divisione. Chi fa un decreto del genere non conosce la più totale accoglienza che si fa dei bimbi di origine migrante che passano nelle scuole, come da 25 anni nella scuola Carlo Pisacane. Con i corsi di italiano per sole donne iniziammo nel 2000, 26 anni fa».

Inventarsi formule per le esigenze delle famiglie

«Noi lavoriamo in tanti quartieri di Roma Est, al Pigneto, a Torpignattara. Qui c’è una grande concentrazione abitativa di famiglie con background migratorio, per cui è ovvio che nelle scuole il tetto del 30% si superi. È proprio irrealizzabile quello che propone il Governo», dice Cristina Brugnano, educatrice, coordinatrice e formatrice, presidente Cemea del Mezzogiorno, membro del direttivo CSV Lazio. «Nella mia esperienza insegno italiano, coordino servizi educativi. Seguo tutta l’area intercultura. Ultimamente abbiamo sperimentato dei moduli di family literacy e trovato formule che vanno incontro alle esigenze delle mamme e delle famiglie». Brugnano racconta che, in accordo con le scuole, le mamme di origine straniera dei bambini di una classe della scuola materna accompagnano i figli a scuola e poi vanno a seguire lezioni di italiano. «In questo modo gli orari sono compatibili con la loro giornata, vanno incontro alle loro esigenze e ciò permette che ci sia una partecipazione molto alta ai corsi».

Servono più insegnanti e più risorse

Per i corsi di italiano ai genitori stranieri «servono più insegnanti, servono più risorse perché la nostra e molte altre sono formule sperimentali che il Terzo settore si inventa. Abbiamo visto che funzionano, sicuramente con più risorse si possono fare cose migliori , anche là dove la scuola o i Centri provinciali per l’istruzione degli adulti-Cpia non arrivano. Nel nostro territorio le domande per seguire corsi di lingua italiana sono tantissime, se non ci fosse l’associazionismo saremmo messi molto male», prosegue Brugnano. «Per quanto riguarda i corsi in orario scolastico ed extrascolastico con i ragazzi stranieri, sono sempre pieni. Incrementare questi fondi sarebbe fondamentale, se vogliamo parlare di investimento in questo campo. Quello di cui abbiamo bisogno sono maggiori risorse e più intelligenza strategica nell’immaginare risposte alle esigenze dei singoli territori». Per quanto riguarda la risposta dei ragazzi, «è sempre fantastica. Questi studenti stranieri sono enormi portatori di altre conoscenze, parlano anche tre lingue. Li vediamo sempre mancanti di qualcosa, in verità nelle scuole dove si pensa all’intercultura in maniera diversa si hanno dei risultati molto belli». Per Brugnano «è necessario fare un passaggio, bisogna passare allo step della valorizzazione. È una responsabilità che ormai dovrebbe essere diffusa e allargata: occorre cominciare a cambiare il linguaggio, quando si parla di queste questioni. Perché non cominciamo a chiamare “scuole internazionali” le scuole di periferia, ad alto tasso di studenti stranieri? Ribaltiamo il linguaggio, il punto di vista. Le scuole internazionali sono molto ambite, per chi se le può permettere». Lì dove ci sono forze che si mettono insieme, i risultati si raggiungono e sono anche molto positivi, sottolinea ancora Brugnano, che chiude: «Non neghiamo i problemi, ma credo che in questo momento sia importante contribuire a creare una narrazione un po’ diversa».

«Di una valorizzazione della comunità educante, delle persone  beneficia la collettività. Abbiamo tante giovani mamme che sono molto competenti da un punto di vista linguistico, conoscono bene due-tre lingue». La presidente del Cemea afferma che «ci sono delle classi nel nostro municipio in cui la percentuale degli alunni stranieri è maggiore del 30%, questo è un arricchimento. E non è una questione che si può risolvere con la bacchetta magica, è ovvio che in alcuni territori si concentrano più famiglie con background migratorio. La scuola non può chiedere a una famiglia di portare il figlio a una scuola che dista 20 chilometri la mattina, è proprio sbagliato porre la questione in questi termini perché tanto è irrisolvibile». La presidente sottolinea che Cemea del Mezzogiorno «fa parte di una rete di associazioni del territorio, che ci teniamo molto a promuovere per far capire che, al di là delle singole associazioni, c’è un movimento in questo senso: siamo tante a lavorare in un’unica direzione».

«Chiediamo meno slogan e più attenzione alla discriminazione veicolata che produce ferite indelebili»

Cemea del Mezzogiorno, Altramente scuola per tutti, Asinitas, A Sud – Ecologia e cooperazione, Pisacane 0-99, hanno diffuso una lettera all’indomani delle dichiarazioni della presidente del Consiglio Giorgia Meloni rilasciate durante la festa nazionale di Gioventù Nazionale sulle previsioni del Decreto scuola. «Siamo una rete di educatrici ed educatori, psicologhe e psicologi, operatori e operatrici e insegnanti, viviamo e lavoriamo da anni in un territorio ad alta densità di persone con background migratorio (Municipio V di Roma)», dichiarano nell’incipit.  «Come rete educativa chiediamo che le istituzioni pratichino maggiormente ciò che in pedagogia è un principio cardine: osservazione e ascolto. Chiediamo che facciano politiche concrete di potenziamento della formazione linguistica, tenendo conto di quanto esprime la ricerca in linguistica, psicolinguistica, glottodidattica, chiediamo comprensione dei territori, approfondimento delle dinamiche sociali e situate. Chiediamo meno slogan e soprattutto più attenzione ai bambini e alle bambine, ai ragazzi e alle ragazze, alla discriminazione veicolata che produce ferite indelebili nella loro crescita e offende il loro desiderio di coesione e partecipazione sociale», prosegue la lettera.

L’Italia spende meno della media Ue per gli studenti e ha “tagliato” sugli insegnanti di italiano

«La spesa pubblica per l’istruzione è scesa dal 4,3% del 2020 al 3,9% del 2023, rimanendo stabile su questi livelli ridotti anche nel biennio successivo, a fronte di una media Ue intorno al 4,7%. L’Italia spende circa 8.500 euro per studente, un valore inferiore del 15% rispetto alla media delle grandi economie europee. Nelle manovre recenti (2024-2026), il Governo ha stanziato fondi importanti per il rinnovo contrattuale del personale scolastico (con aumenti a regime del 5,4%) e incrementi nominali di bilancio, sebbene parte dei sindacati e la Corte dei Conti abbiano evidenziato come l’aumento effettivo dei fondi per la gestione ordinaria e l’edilizia della scuola pubblica resti spesso inferiore o pari al tasso d’inflazione. Negli stessi anni si è registrato un incremento percentuale più marcato (+10%) dei fondi destinati alle scuole paritarie, passati da circa 800 a quasi 886 milioni di euro», scrivono i promotori della lettera. Sulla questione linguistica «la classe di concorso A023, quella che riguarda l’insegnamento della lingua italiana a discenti di origine straniera, è tra quelle più colpite dai tagli negli ultimi anni e comunque i numeri sono largamente insufficienti: 1.268, 506 nei Cpia e 762 nelle classi primarie, con un taglio di 175 posti».

«I nostri bambini non sono quote da distribuire»

Sono stati tanti gli appelli con cui la società civile ha tentato di prendere voce contro il Decreto scuola, come ha fatto l’Associazione Genitori Scuola Di Donato all’Esquilino, un istituto simbolo dell’integrazione e della multiculturalità, parte dell’Istituto scolastico Daniele Manin. «I nostri bambini non sono quote da distribuire. Alcuni hanno la cittadinanza italiana, altri no; alcuni sono nati qui, altri sono arrivati dopo; molte famiglie hanno storie che attraversano più paesi e più lingue. Una classificazione giuridica non dice quanto una bambina conosca l’italiano, quali sostegni le servano, quali legami abbia costruito con i compagni. La cittadinanza non impedisce che un nome, un’origine familiare o il colore della pelle espongano un bambino allo sguardo di chi continua a considerarlo straniero».

Decreto scuola: dalla bozza al testo definitivo, cosa è cambiato

Il decreto-legge è entrato in vigore ma, rispetto alle bozze che circolavano, è stata rimossa dal testo definitivo la misura estrema del collocamento dei minori fuori dalla famiglia d’origine nel caso in cui i genitori si fossero sottratti ai corsi di lingua italiana obbligatori. Nelle anticipazioni e nelle bozze il limite del 30% per classe agli alunni con background migratorio sembrava estendersi genericamente a qualsiasi studente straniero. Nel testo approvato la norma è stata resa più specifica, escludendo chi è nato in Italia o ha completato percorsi di scolarizzazione precoce (come almeno due anni di scuola dell’infanzia), concentrandosi sui non nativi con barriere linguistiche e partendo dall’anno scolastico 2027/2028. Il provvedimento ha subito un attento vaglio istituzionale, anche con richiami del Presidente Mattarella e passaggi tecnici di messa a punto delle coperture finanziarie, per evitare profili di incostituzionalità o blocchi applicativi legati ai fondi di potenziamento linguistico.

Immagine di copertina Associazione Genitori Scuola Di Donato

 

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