Spin Time, sesto giorno in strada. Il Comune propone l’acquisizione dello stabile. Gli occupanti: «Non abbiamo tempo»

Il presidio davanti allo stabile di via Santa Croce in Gerusalemme continua dopo l’incendio e il successivo sgombero, che ha costretto gli abitanti a uscire dall’edificio. La trattativa per l’acquisizione pubblica apre uno spiraglio, ma resta l’urgenza per chi vive in condizioni di fragilità. Ieri discorso di Roberto Saviano agli attivisti: «L’occupazione ha permesso la rinascita di un edificio»

di Antonella Patete

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I bambini, beati loro, sguazzano apparentemente felici e contenti accuditi da giovani volontarie e volontari nelle piccole piscine gonfiabili collocate tra i piccoli accampamenti all’altezza del cancello principale, sbarrato da ormai quattro giorni. Tutt’intorno tende a igloo, teloni per ripararsi dal sole, tavoli e panche, presidi della protezione civile, della Croce Rossa, di Medu, i medici per i diritti umani, una catasta di giochi assortiti, bagni chimici, il banco per la distribuzione alimentare e, soprattutto, loro: una rappresentanza cospicua dei circa 400 residenti – uomini, donne, bambini – che avevano trovato in Spin Time un tetto e una comunità. Così appariva ieri pomeriggio Via di Santa Croce in Gerusalemme, nodo di congiunzione tra l’Esquilino e San Giovanni, che molti romani conoscono proprio grazie alla presenza di Spin Time: l’occupazione abitativa, che negli ultimi tredici ha saputo incarnare un nuovo modello di comunità, un ponte di continuo scambio di esperienze, servizi, offerte culturali e aggregazione tra gli occupanti dello stabile e il rione Esquilino che lo ospita. Un cantiere di rigenerazione urbana che ora tutti temono possa finire, se non si troverà al più presto una soluzione che molti vedono esclusivamente nel ritorno da parte degli abitanti nelle proprie abitazioni dopo l’incendio, subito domato, nella notte tra il 29 e il 30 luglio.

Gli attivisti di Spin Time: «Proposta concreta da parte del Comune, ma non abbiamo tempo»

Sullo sfondo del presidio, intanto, qualcosa si muove anche sul piano istituzionale. Nel corso dell’ultima e molto attesa riunione convocata ieri pomeriggio in Prefettura, alla presenza del prefetto Lamberto Giannini, del sindaco Roberto Gualtieri, del vicario generale della Diocesi di Roma monsignor Baldo Reina, del questore Roberto Massucci, dell’assessore capitolino alle Politiche abitative Tobia Zevi e della proprietà dell’immobile, Roma Capitale ha presentato una proposta per acquisire Spin Time sulla base della valutazione dell’Agenzia del Demanio o dell’Agenzia delle Entrate. L’ipotesi prevede anche un accordo ponte che consentirebbe al Comune di ottenere l’immediata disponibilità dello stabile, così da permettere il rientro delle famiglie e delle persone più fragili non appena il sopralluogo tecnico, autorizzato dall’autorità giudiziaria, accerterà le condizioni di sicurezza dell’edificio. Una prospettiva che gli abitanti accolgono con prudente fiducia. «Le trattative stanno andando avanti» e quella del Comune è «una proposta concreta», scrivono in una nota, definendola «un passo avanti che non avremmo ottenuto senza la determinazione di chi da giorni resiste in strada, grazie alla mobilitazione della comunità resistente che ha abbracciato Spin Time in questi giorni». Ma, aggiungono, «non abbiamo più tempo»: da sei giorni oltre cento bambini, insieme ad anziani, persone con malattie croniche, donne in gravidanza e pazienti in chemioterapia, restano fuori dal palazzo, esposte al caldo, mentre alcuni residenti non hanno ancora potuto recuperare medicinali ed effetti personali. «Chiediamo che le loro condizioni di salute vengano prese sul serio, che gli animali rimasti dentro al palazzo vengano tutelati subito, e ricordiamo che ci sono ancora persone che non possono entrare a recuperare le proprie medicine».

Miguel: «È stato tutto molto strano, nessuno ha capito come sia scoppiato l’incendio»

Dei circa 400 abitanti di Spin Time, una metà composta prevalentemente da madri, bambini, persone fragili e anziane, hanno trovato alloggio provvisorio presso le strutture del quartiere, che si è immediatamente stretto intorno agli occupanti in un movimento di solidarietà in parte spontaneo in parte organizzato attraverso l’intervento della Sala Operativa Sociale e le unità di strada capitoline. Miguel, 33 anni, originario della Bolivia e non ancora cittadino italiano dopo oltre due decadi trascorse in Italia, è stato tra i primi ad accorgersi delle fiamme all’interno dello stabile e tra i primi ad accorrere per spegnere il fuoco prima dell’arrivo dei vigili del fuoco. «È tutto molto strano, l’incendio è partito da un locale tecnico non abitato da nessuno», racconta. «Anche le forze dell’ordine sono arrivate nel giro di appena un quarto d’ora, nessuno ha capito come quella stanza potesse prendere fuoco da nulla. Forse sbagliando, siamo subito usciti dall’edificio e abbiamo dovuto attendere la mattina seguente per recuperare alcuni effetti personali, compresi i cellulari». Quando è arrivato a Spin Time, Miguel aveva appena 20 anni e l’esperienza del palazzo era all’inizio. «Vivevamo a Monte Rotondo, vicino Roma», ricorda. «Io ero contrario, sapevo a cosa si andava incontro vivendo in un’occupazione. Ma mamma non ne ha voluto sapere, aveva preso già contatti con i movimenti per la casa. Era malata, non riusciva più a lavorare, io davo una mano, facevo l’elettricista, ma mi pagavano poco e più di tanto non riuscivo a contribuire. Così, non ci ha lasciato scelta, e quando ha detto: “Andiamo!” siamo andati». Tredici anni dopo Miguel vive ancora a Spin Time, con sua moglie e il bambino di due anni che, dopo lo sgombero, si sono provvisoriamente trasferiti dai nonni. Lui, invece, è rimasto qui, nel presidio permanente dinanzi allo cancello. «Dormo in tenda, non è facile stare per strada e andare a lavorare. Il primo giorno ho avuto difficoltà ad avvertire il datore di lavoro, perché ho dovuto aspettare di recuperare il cellulare. Non sapeva che vivevo all’interno di un’occupazione, ho dovuto dirglielo. Per fortuna è stato comprensivo e all’inizio mi ha permesso di non andare a lavorare».

Roberto Saviano: «Un luogo dove le persone vivono, che ha protetto da derive illegali un territorio»

Nel pomeriggio di ieri, su Via Santa Croce in Gerusalemme si è affacciato anche Roberto Saviano. Un gesto di solidarietà e vicinanza alla causa molto apprezzato da militanti e residenti. «Qui non si tratta di un’occupazione, ma della difesa delle persone che, abitando questo stabile, hanno permesso la rinascita, la difesa di un edificio che altrimenti sarebbe morto», ha detto. «È importante ricordarlo: questo avviene in una città dove l’investimento negli immobili fatto da fondi speculativi e riciclaggio è immenso. Migliaia di appartamenti a Roma, come sapete, sono vuoti. Ci sono fondi che comprano, aspettando che aumenti il prezzo, per poi scambiarli. Nella maggior parte dei casi gli appartamenti non sono più pensati per far vivere le persone e permettere alla città di esistere, ma per proteggere denaro e fare scambi». Durante il suo intervento, Saviano ha anche rimarcato la differenza tra Spin Time e l’occupazione di estrema destra Casapound, mai sgomberata e tuttora in corso a solo qualche centinaio di metri da Santa Croce in Gerusalemme. «Qui si tratta di spazi dove le persone vivono», ha sottolineato, «dove non c’è mai stata un’emergenza legale, al contrario è stata proprio Spin Time a proteggere da derive illegali un territorio. Un luogo che ospita la redazione di Scomodo e ha ridato vita a un quartiere. È con la pratica che si dimostra un nuovo modo di abitare».

L’appello dei medici e del personale sanitario: «La situazione è critica»

Infine, a richiamare l’attenzione sulle conseguenze sanitarie della permanenza forzata in strada è stato, ieri, un appello sottoscritto dal docente di Igiene ed Epidemiologia dell’Università di Tor Vergata Fabio Riccardi insieme a decine di medici, psicologi e operatori sanitari delle organizzazioni Ambulatorio Popolare Roma Est e OSARE-Operazioni sanitarie anti-repressione. Nel documento si evidenzia come l’esposizione prolungata al caldo e la vita sul marciapiede possa provocare disidratazione, colpi di calore e sincopi, con rischi particolarmente elevati per bambini, anziani e persone fragili. I firmatari richiamano inoltre l’attenzione sulle conseguenze psicologiche dell’allontanamento forzato dalle proprie abitazioni e ricordano che tra gli abitanti di Spin Time vi sono persone in condizioni difficili anche sotto il profilo sanitario. Inoltre, segnalano, durante queste giornate è stato più volte necessario l’intervento di ambulanze per situazioni estremamente critiche. «È pertanto fondamentale», ammoniscono, «da un punto di vista medico sanitario, che a coloro che sono stati costretti a lasciare la loro casa all’interno di Spin Time sia consentito il rientro nel proprio ambiente».

Foto Maria Topputo, Enrica Braga, Antonella Patete

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