
Clima, Petitta: «Non occuparsene è come lasciare i piatti sporchi perché tanto ci dobbiamo rimangiare»
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Una serata sul divano sotto la coperta, una caffettiera che scoppia in una giornata sfortunata mentre una sveglia suona in ritardo, due bicchieri d’acqua a temperature solo all’apparenza simili, un amico assicuratore che comincia a preoccuparsi e un uomo che cade da una sedia possono spiegare il cambiamento climatico meglio di tante leggi della fisica, precise nelle loro dimostrazioni matematiche ma poco in grado di far breccia nel cuore delle persone. Farla facile, raccontando episodi quotidiani, è la strategia comunicativa di Marcello Petitta, fisico e climatologo, nonché docente universitario e ricercatore impegnato da anni nello studio dei cambiamenti climatici, delle risorse ambientali e delle relazioni tra sistemi naturali e attività umani. Nel suo libro, La tempesta perfetta e altre storie sul clima (Topic), presentato sabato mattina durante un panel di Multi, il festival che in Pizza Vittorio Emanuele II a Roma ha celebrato la molteplicità del mondo, Petitta è partito proprio da alcune esperienze quotidiane all’apparenza banali per descrivere problemi più complessi che hanno un impatto sempre maggiore sulle nostre vite. Facilitare, dopotutto, significa capire, la porta dell’agire.

«L’amico assicuratore mi diceva che in California è diventato impossibile avere un’assicurazione per incendio sulle case»
Eventi climatici estremi come la siccità prolungata e seguita da giorni intensi di pioggia (la caffettiera e la sveglia, una combinazione strana e al tempo stesso letale) sono situazioni che insieme si verificano normalmente in modo raro, oggi però possono capitare in modo più frequente. È solo un caso o c’è dell’altro? E ancora. Sono un caso gli incendi che prima devastavano l’Australia o la California solo in estate e che oggi hanno un effetto distruttivo anche nei mesi invernali? Quel fuoco, parte di un ciclo naturale finalizzato alla rigenerazione dell’ambiente (le piante bruciano, la terra diventa più fertile, i semi resistono e germogliano nuovi arbusti) ora crea uno squilibrio dannoso. «L’amico assicuratore mi diceva che in California è diventato impossibile avere un’assicurazione per incendio sulle case. E le assicurazioni sono le prime a perderci, perché non sanno più stimare il rischio», ha raccontato Petitta. Che ai suoi studenti mette spesso sul tavolo due bicchieri, uno riempito d’acqua a 20 gradi e l’altro a 21,5. «Praticamente nessuno coglie la differenza. Questo significa che il grado e mezzo di cui si parla negli accordi di Parigi è inutile? Tutt’altro. Noi siamo abituati a percepire cambiamenti di temperature di 10, 15 gradi, tipo quando accendiamo i condizionatori. Ma provate ad alzare di un grado e mezzo la temperatura di tutti i mari. La quantità di calore che si sprigionerebbe è enorme e resterebbe intrappolata nell’atmosfera, generando effetti devastanti nei fenomeni climatici».
«L’azione di uno conta poco come anidride carbonica salvata, ma conta tanto per come può influenzare gli altri. Tutti i grandi movimenti sono l’unione di persone»
Trasportando le formule della fisica nella realtà diventa tutto drammaticamente facile da comprendere. Come l’importanza della Groenlandia, una sorta di grande nazione fatta solo e soltanto di ghiaccio, nello scacchiere politico globale. «Se si rompe l’equilibrio della Groenlandia e si fonde il ghiaccio», spiega Petitta, «si immette acqua fretta dentro la corrente del Golfo che porta acqua calda al nord dell’Europa, quindi sarebbe un po’ come rompere il radiatore della nostra Terra. Basta un piccolo aumento di temperatura a noi impercettibile, pensate, per avere 20 gradi in meno di adesso in Inghilterra e in Norvegia». Al tempo stesso, l’uomo che oscilla e poi cade dalla sedia è il mondo che supera il punto di non ritorno. «Per rimetterti in piedi e tornare allo stato precedente devi fare molte più azioni di prima, ecco perché è bene non superarlo». La sua immagine preferita per spiegare l’immissione di anidride carbonica nell’atmosfera è la coperta che in una serata fredda utilizziamo per coprirci mentre guardiamo un film sul divano. «Il calore generato tra il nostro corpo, che è il mondo, e la coperta, cioè l’atmosfera, genera i grandi eventi climatici di cui parliamo ogni giorno». Dopotutto, il tema del clima è già uscito da tempo da un orizzonte strettamente fisico per sfociare nei piani economici, politici e sociali, con impatti in vari settori del mondo del lavoro, sull’immigrazione e sul nostro modo di vivere. Insomma, riguarda tutti, anche se il singolo progresso sembra la famosa goccia nell’oceano. «L’azione di uno conta poco come anidride carbonica salvata, ma conta tanto per come può influenzare gli altri. Tutti i grandi movimenti sono l’unione di persone», è il suo mantra. La chiusura progressiva dell’ozono, grazie all’impegno dei governi che nel 1984 hanno affrontato con serietà il problema, lo dimostra, soprattutto alla politica che oggi è abituata a sancire accordi spot sul clima senza poi dar seguito a iniziative concrete. Per il 2060 dovremmo aver ripristinato del tutto lo schermo che protegge il pianeta dai raggi ultravioletti nocivi per la vita e per il Dna umano. «Non occuparsi di ciò che abbiamo intorno è un po’ come non mettere a posto la cucina e lasciare i piatti sporchi perché tanto ci dobbiamo rimangiare». È proprio vero che gli esempi possono salvarci.
Foto di copertina Matt Palmer
