
EMIGRATI. NON STORIE DI CERVELLI IN FUGA, MA DI RAGAZZI CHE SCELGONO
Sono Gianmarco, Alessandro, Paola, Crescenzo. E come loro tanti altri. Sono ragazzi con la valigia che non lasciano per lo stipendio, nè per percezione, ma perché, partendo, possono allargare la loro prospettiva di vita, guardare al futuro, chiedersi quali uomini o quali donne vorranno essere. «Se tornerei in Italia a parità di condizioni? Bella domanda. Ma la risposta è una sola: le stesse condizioni, semplicemente, non esistono»
10 Febbraio 2026
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Le parole sono importanti. E quelle che scegliamo per raccontare l’emigrazione sono spesso cariche di pregiudizi. Quei giovani che lasciano l’Italia per opportunità di lavoro e di vita più appaganti, ad esempio, vengono chiamati cervelli in fuga, come se alla base di questo loro partire ci fosse una scelta istintiva e costrittiva, per certi versi emergenziale o addirittura clandestina. La fuga, dopotutto, è per chi scappa, per chi non ha alternative, per chi è disperato; invece quelle degli italiani che decidono di trasferirsi altrove sono tutte partenze consapevoli, decisioni strategiche figlie di logiche ponderate. Come si spiegherebbe, altrimenti, quel dato che fotografa le 103 mila persone, la maggior parte giovani laureati (42%), “perse” dall’Italia nell’ultimo anno? Come vi abbiamo raccontato in un precedente servizio, la somma derivata dalla differenza tra le partenze (156 mila) e i ritorni (53 mila) inchioda la nostra classe politica alle sue responsabilità, in un certo senso anche dialettiche. Mentre le istituzioni continuano infatti a inquadrare il tema quasi esclusivamente nell’ottica della questione salariale, secondo la presidente del Consiglio Meloni addirittura con la «la percezione» che all’estero gli stipendi possano andare meglio, i ragazzi con la valigia in mano, guardando al futuro e chiedendosi quali uomini o quali donne vorranno essere, allargano sempre di più la loro prospettiva di vita. Quei giovani che hanno subito il tradimento del “patto generazionale” secondo cui l’equazione tra sacrificio e successo era sempre garantita, oggi accolgono nel proprio universo tante altre necessità: il maggior equilibrio tra lavoro e vita privata, la possibilità di imparare nuove lingue, i trasporti più efficaci, la possibilità di inserirsi in tessuti sociali dove ci sono meno marginalità socio-economiche e, nel caso dei genitori con bimbi piccoli, una gamma molto più ampia di diritti. Non è insomma qualche centinaio di euro in busta paga a far scattare la molla dell’emigrazione.
«Ci hanno insegnato che la realizzazione professionale è la stella polare, ma la mia generazione ha capito che è un’illusione»
Non lo è stata certamente per Gianmarco, 29 anni, laureato in Scienze Politiche con una magistrale in relazioni internazionali e studi europei, rimasto a vivere a Bruxelles dopo un tirocinio. Oggi lavora alla Commissione europea presso il direttorato che si occupa di azioni climatiche e da quando è partito solo una volta ha davvero pensato di tornare: «Sono arrivato in fondo a una procedura di selezione con il WWF a Roma e avendo una relazione a distanza in Italia ho pensato che potesse essere la scelta giusta. Poi però ho capito che mi sarei fatto andare bene una vita che non volevo e dalla quale, anzi, mi ero allontanato. Ci hanno insegnato che la realizzazione professionale è la stella polare, ma la mia generazione ha capito come questa sia una prospettiva illusoria». Quell’equilibrio tra sfera privata e impiego che in Italia, tra stage sottopagati e sfruttamento mascherato da occasione, sembra impossibile da raggiungere soprattutto per i giovani, in Belgio appare davvero possibile. Ecco un esempio: «La mia giornata lavorativa può iniziare dalle 8.30 alle 9.30, quindi già l’ingresso è flessibile. La pausa pranzo obbligatoria è di almeno mezz’ora, ma puoi arrivare a un massimo di un’ora e mezza. Tre giorni a settimana posso scegliere di lavorare da casa, ma io preferisco andare in ufficio. Insomma, puoi gestire il tuo tempo. Ho un monte orario mensile da dichiarare, se vado oltre un certo numero di ore però non vengo elogiato o premiato. Anzi. Qui si procede per obiettivi e se stai in ufficio più del previsto vuol dire che non sei riuscito a svolgere il compito nel tempo stabilito». E il clima? E la cultura? Il cibo? le relazioni sociali? Le abitudini? Sono le questioni tipicamente italiane che spesso disincentivano le partenze. «Io sono un ragazzo del Sud, nel mio caso vivere a Milano o a Bruxelles cambia poco. Nelle grandi città ci sono tante comunità italiane, se vuoi mantenere uno stile di vita più affine alle tue origini lo puoi fare». La possibilità di spostarsi rapidamente con gli aerei, per di più, abbatte le distanze.
«Se tornerei a parità di stipendio? Direi di no. Non vorrei rivivere l’ansia del futuro»
È il caso di Alessandro, 31 anni, romano che vive a Barcellona, molto legato alla sua famiglia. «Volendo, sono a casa in due ore», ci racconta. «Dopo una laurea in informatica sono scappato da uno stage in cui mi pagavano 400 euro al mese senza prospettive di assunzione, dove l’unico benefit era l’acqua». A gennaio del 2018 la prima esperienza ad Almere, in Olanda, «dove il tempo brutto mi intristiva», poi il trasferimento a Barcellona, il posto in cui ha scelto di mettere radici. Il suo lavoro è sviluppare app. «Una casa costa sui 5 mila euro al metro quadro, come in tante zone di Roma, ma lavorativamente parlando ci sono più aziende internazionali e nel mio campo trovo progetti più stimolanti. L’orario non è sempre rigido. Ad agosto, ad esempio, puoi aderire alla giornata intensiva: se vuoi, inizi alle 8 e finisci alle 15, così sei libero. A me non piace, però. In qualsiasi caso lavorare da casa 3-4 volte a settimana aiuta a trovare un maggior equilibrio. Qui non conta quante ore fai, ma la tua produttività». Barcellona e Roma sono due metropoli e per tanti aspetti si somigliano: dal punto di vista architettonico, per le opportunità culturali e artistiche, per il profilo cosmopolita e anche per il clima, oltre che per il cibo. «Anche qui c’è sole 300 giorni l’anno e si mangia bene, ma a Barcellona è in atto una trasformazione della mobilità incredibile. Il tram nuovo è eccezionale, stanno creando tanti polmoni verdi dentro la città e diverse zone pedonali. In pochi si spostano con la macchina. Se tornerei a parità di stipendio? Direi di no. Non vorrei rivivere l’ansia del futuro», il pensiero di Alessandro.
«Magari in Italia sarei diventata docente in un liceo e avrei fatto l’archeologa per hobby»
Le prospettive di uno studente che temeva di sprecare tempo in lavori occasionali senza costruire nulla di buono sono le stesse che hanno spinto Paola, 48 anni, a mettersi in viaggio. La sua storia da emigrante ha le sue origini tra i banchi del corso di laurea in archeologia medievale alla Sapienza. «Ho rischiato un esaurimento nervoso a forza di preoccuparmi del domani – la sua testimonianza – Facevo la supplente in un liceo classico ad Ariccia partendo tutti i giorni da Monterotondo, nel frattempo collaboravo con una casa editrice, facevo la scuola di specializzazione e le guide turistiche a Villa Adriana. E non tiravo fuori uno stipendio decente per andare via di casa. Anche il mio compagno era precario. Studiavamo insieme. A un certo punto il suo capo è diventato docente in California e aveva bisogno di dottorandi. Così siamo partiti entrambi nel 2008, con l’idea di tornare in Italia dopo pochi anni. Dopo l’America ci siamo spostati in Inghilterra, dove ho vinto una borsa di ricerca europea. Oggi insegno beni culturali all’Università di Cambridge». Come tante altre persone, Paola non ne fa solo una questione economica. «Devi stare bene dentro, prima di tutto. Essere ricoperti d’oro non serve. Io dico sempre che a Roma sono tutti arrabbiati, qui le persone mi sembrano più gentili». A Cambridge si coltiva il senso di comunità. «Noi poi abbiamo una vita sociale molto bella. Siamo circondati di amici nella stessa situazione: persone senza famiglia che contano gli uni sugli altri. Abbiamo il club del giardinaggio, quello del libro, dell’uncinetto, sulla nostra via di casa organizzano ogni anno una festa. C’è l’asilo dentro al campus e nei bagni le neomamme possono tirarsi il latte. Al terzo piano c’è persino la macchina per il latte artificiale. Mio figlio più grande ha 15 anni ed è nato in California: a Cambridge ormai ha i suoi amici, la sua vita. Il piccolo ne ha 10. Entrambi stanno per diventare inglesi». Le chiediamo come sarebbe cambiata la sua vita se fosse rimasta in Italia. «Magari sarei diventata docente in un liceo e avrei fatto l’archeologa per hobby». Si sarebbe dunque accontentata.
«Qui ho capito che il mondo del lavoro può essere anche sano»
È in Inghilterra ormai da tanti anni anche Crescenzo, laureato in ingegneria civile. «Ho chiesto di fare la tesi all’estero, in Slovenia, ma dopo il dottorato a Napoli per esigenze familiari ho capito che c’era un abisso tra le opportunità in Italia e quelle fuori. Siamo a Serie C contro Serie A. Sono stato in America e da undici anni mi trovo a Londra. Ora faccio il broker assicurativo. Qui ho capito che il mondo del lavoro può essere anche sano. Le persone lavorano in determinati posti perché vogliono, non perché non abbiano alternative. Le opportunità non mancano se sei qualificato, quindi se sei scontento vai altrove». Anche per Crescenzo lo stipendio non è una catena. «Londra è cara. Se avessi continuato in Italia avrei più soldi. Ma è la qualità del tempo che vivi a fare la differenza. Questa è una città costruita a misura di famiglia, il genitore che lavora può adattare i propri orari in relazione agli impegni scolastici dei bambini. Proprio perché ci sono tanti immigrati, la società non è costruita sui nonni. Se tornerei in Italia a parità di condizioni? Bella domanda. Ma la risposta è una sola: le stesse condizioni, semplicemente, non esistono».






