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Se domani non torno: il patriarcato è fatto da noi e può essere decostruito da noi

Nel film di Paola Randi la storia di Giulia Cecchettin diventa il punto di partenza per interrogare una società ancora profondamente segnata dalla cultura patriarcale e dalla violenza di genere. E proprio nella società risiede la possibilità di cambiare le cose
di Maurizio Ermisino 6
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«Se domani non torno, sorelle, bruciate tutto. Se domani muoio, voglio essere l’ultima». Sono le parole di una poesia dall’architetta e attivista peruviana Cristina Torres-Cáceres, diventate il simbolo della lotta ai femminicidi. Parole che sono risuonate all’indomani dell’omicidio di Giulia Cecchettin. Da queste parole prende il titolo Se domani non torno, il film di Paola Randi presentato in anteprima ad Alice nella città e alla Festa del Cinema di Roma, che racconta proprio la storia del femminicidio di Giulia Cecchettin e di quello che ne è seguito. Diretto da Paola Randi, che ne firma la sceneggiatura insieme a Lisa Nur Sultan, il film nasce dal libro Cara Giulia scritto da Gino Cecchettin con Marco Franzoso, edito da Rizzoli. Se domani non torno, prodotto da Notorious Pictures in collaborazione con Mediaset, Sky Cinema e Fondazione Giulia Cecchettin, uscirà nelle sale domani 5 novembre.
«Leggendo il libro ho trovato una chiave di interpretazione, ed è stata l’assenza» ha spiegato Paola Randi. «L’assenza di una persona all’interno di un nucleo familiare è qualcosa di gigantesco. Siamo sottoposti a una tale quantità di cose negative che viene naturale difendersi. Ma questa difesa ci anestetizza, ci fa chiudere i rubinetti dell’empatia. Raccontare un’assenza e le conseguenze emotive di questo vuoto all’interno di una famiglia in cui tutti ci possiamo riconoscere, fa invertire questo processo. E innescare di nuovo questa empatia porta a un senso di responsabilità condivisa, fondamentale per gettare un piccolo seme. Anche un seme di dialogo. Che è quello che fa Gino ogni giorno».

Nel momento in cui si individua un colpevole, questo assolve tutti gli altri

Paola Randi riesce a fare un film che ha una tensione, una suspense, un senso di attesa che è nella natura stessa della storia che viene raccontata. Ma non cede mai alla tentazione di farne un thriller, un true crime: non vuole fare spettacolo intorno a questa vicenda. L’assassino non si vede mai ed è chiaramente una scelta voluta. «Nel libro di Gino l’omicida non viene mai nominato» spiega Paola Randi. «Ma questo è un film che racconta l’assenza di Giulia e la storia della sua famiglia, e del percorso che ha fatto per trasformare un dolore privato così grande in un impegno civile. Nel momento in cui si individua un colpevole, questo assolve tutti gli altri. Prima, nei femminicidi, era come se fossimo in un giallo e i delitti fossero commessi da individui misteriosi, maniaci, pazzi provenienti da chissà dove. Invece ci siamo resi conto che chi ammazza le donne sono quelli che le dovrebbero amare – i compagni, i mariti.  È chiaro che il problema è sistemico, che esiste una costruzione sociale del patriarcato. La società è fatta di noi, quindi il patriarcato è fatto da noi e può essere decostruito da noi».

A qualcosa di ingiustificabile reagire con valore, con dolcezza

Se domani non torno ci permette di entrare, da un punto di vista che non è quello della cronaca, in una storia che conosciamo, di cui sappiamo molto. Ma non tutto. Non sapevamo davvero i sentimenti e i legami di queste persone. Non conoscevamo davvero Gino Cecchettin, a cui Filippo Timi riesce a donare la giusta umanità. Il Gino di Timi ci è piaciuto moltissimo: lo sentiamo vicino, in quel modo di preoccuparsi per i figli anche senza entrare troppo nel loro privato. Ci piace quella fede, quel credere fino alla fine che Giulia tornerà per la sua laurea. La scena in cui lui e i suoi figli scartano i fiocchi rossi per la festa di laurea convinti che sarebbe tornata in tempo è commovente e dolorosissima. «Il mio approccio davanti a un progetto del genere è stato quello di mettere da parte l’ego» spiega Filippo Timi. «Ho provato una gioia incredibile nel poter affrontare un personaggio che a qualcosa di così ingiustificabile e imperdonabile reagisce con valore, con dolcezza. Non copia nessun modello violento che vediamo in giro».

Se non raccontiamo il dolore, quel dolore lo riviviamo

Il film è prodotto anche dalla Fondazione Giulia Cecchettin ed è l’emanazione della sua missione. «È stata una scelta molto difficile. Già con il libro avevo visto che, se racconti una storia, poi ti ritorna tanto. Forse a convincermi è stata quella ragazza che in aereo mi ha detto “grazie per quello che fai, grazie alla storia di Giulia io sono rimasta in vita» spiega Gino Cecchettin. «Quello che vogliamo fare con la nostra Fondazione è portate quel messaggio nel modo più capillare possibile all’interno della nostra comunità. È difficile: alcune cose le vorremmo custodire nel privato. Ma mi sono dato questa motivazione: se non raccontiamo il dolore, quel dolore lo riviviamo. L’impegno della fondazione è continuare a narrare una storia di vita, in cui forse i ragazzi possono intravedere qualcosa della loro esperienza. Vorremmo che, oltre a conoscere la nostra famiglia, conoscessero un po’ se stessi. E, come noi, potessero diventare quegli agenti di cambiamento di cui questa società ha tanto bisogno».

Un Paese che facendo di tutto per mantenere il patriarcato

Se domani non torno è un film importante perché dice forte e chiaro molte cose, perché scardina i modi di pensare che, anche quando sono in buona fede, vengono comunque dal retaggio della società patriarcale. È Elena, la sorella di Giulia, la voce di una coscienza che deve diventare la nostra. È lei a spiegarci che chi commette femminicidio non è un mostro, non è un malato: dire questo equivale a dire che è un’eccezione alla società. Invece è un figlio sano della società patriarcale, della cultura dello stupro. Elisa ci dice che non tutti gli uomini sono cattivi, ma tutti sono sempre uomini. Che il femminicidio non è un delitto passionale, ma un delitto di potere, è un omicidio di Stato. Perché lo Stato continua a non occuparsene. «Il libro fa capire che quando un problema è sistemico, la soluzione non può che essere collettiva» riflette la sceneggiatrice Lisa Nur Sultan. «Forse dovremmo anche smetterla di chiamare i femminicidi casi di cronaca, perché non sono casi ma conseguenze di un sistema che Gino, Elena e tutta la Fondazione ci stanno urlando in faccia di mettere a fuoco. È un sistema che non funziona, è un sistema che solo fino a 30 anni fa non conosceva nemmeno lo stupro come delitto contro la persona ma contro la morale. Come possiamo pensare che degli adolescenti che 30 anni fa hanno scoperto che il corpo della donna non era solo un’offesa alla morale ma una persona oggi diventino a loro volta genitori di adolescenti e abbiano gli strumenti per educarli? Siamo un Paese che i problemi di patriarcato ce li ha perché sono nella sua cultura, ma sta facendo di tutto per mantenerli. Credo che l’unica forma per attivarci sulle conseguenze sia curare le cause, e si fa con l’educazione, che si fa nelle famiglie ma anche nelle scuole. Per questo che è fondamentale l’educazione sessuo-affettiva. Non credo sia possibile dirsi contrari al femminicidio e voler contrastare la violenza di genere senza pensare di investire di più sull’educazione sessuo-affettiva. Invece la stanno ostacolando, per usare un eufemismo».

Per Giulia non fate un minuto di silenzio. Per Giulia bruciate tutto

«Per Giulia non fate un minuto di silenzio. Per Giulia bruciate tutto» è la potente dichiarazione di Elena Cecchettin, che fa proprio riferimento alla poesia di cui parlavamo. «Elena non ha urlato» ha spiegato Tecla Bossi, attrice che la interpreta in modo perfetto. «E questa è la cosa interessante a ammirevole. Non ha mai urlato, ha avuto una grandissima capacità di gestione di quello che doveva dire e lo ha fatto in modo estremamente lucido e puntuale. Rapportarsi alla sua persona per me è stato un grande motivo di gratitudine, ho potuto mettere tutto quello che avevo e la mia emotività per dire quello che pensavo, che sento e che non ho mai potuto esprimere in un modo del genere».

Il nostro Paese deve sentirsi responsabile perché lo è: nella scuola, nell’immaginario

E, come potete immaginare, Elena è stata attaccata, così come l’altro fratello Davide e lo stesso Gino. Sono stati attaccati da chi vuole difendere il patriarcato e negare il femminicidio. Da quelle persone, le solite, che credono che dare un diritto a qualcuno lo restringa a qualcun altro, e si arroccano a difendere l’indifendibile. «Chi commette questi crimini non è solo figli dei suoi genitori, è figlio della nostra cultura, del nostro Paese» riflette Lisa Nur Sultan, «E il nostro Paese deve sentirsi responsabile perché lo è: nella scuola, nell’immaginario. Speriamo che questo non sia solo un film di rabbia e dolore, ma che porti un’ondata di rivolta. Le nuove generazioni sono meglio di noi. Se spaccano le vetrine dovremmo ascoltarle, anche se non siamo d’accordo. Noi siamo gli adulti, siamo i loro genitori, anche quando non siamo genitori. Dobbiamo ascoltarli, altrimenti questa rabbia si canalizza in qualcos’altro. Mi trovo spesso a riflettere sulla simbologia, sulla ritualità. Il matrimonio prevede un padre che accompagna una ragazza e la dà per mano a un altro uomo. È un passaggio di proprietà. Ma perché? Non possiamo inventarci qualcosa di diverso?».

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