“Che sia l’ultima”: non basta far rumore, contro femminicidi e violenza serve una contro-narrazione

Lella Palladino, sociologa femminista e vicepresidente della Fondazione Una Nessuna Centomila, ha scritto "Che sia l’ultima. Femminicidi e violenze di genere": «Contro la violenza di genere è stato fatto tanto, ma non è sufficiente»

di Ilaria Dioguardi

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Che sia l’ultima. Femminicidi e violenze di genere (Donzelli) è l’ultimo libro di Lella Palladino, sociologa femminista, attivista dei centri antiviolenza, socia fondatrice e vicepresidente della Fondazione Una Nessuna Centomila. «Anche se finalmente si parla tanto di violenza e se ne parla ovunque, lo si fa ancora molto male» esordisce l’autrice. «È fondamentale che ad avere la parola siano le voci delle donne e delle operatrici che lavorano con loro. Bisogna raccontare cos’è veramente la violenza, come viene affrontata. E poi è fondamentale una contro-narrazione, cioè non bisogna divulgare soltanto i casi in cui una donna è morta nonostante avesse denunciato o nonostante l’uomo avesse il braccialetto elettronico. Bisogna raccontare anche le tante storie delle donne che ce la fanno e che riescono a riprendere in mano la propria vita liberandosi della violenza.

Questo libro prosegue il discorso avviato con Non è un destino. La violenza maschile contro le donne, oltre gli stereotipi, sempre per Donzelli.
«Sì, un libro che ho scritto nel 2020 che ribadiva la possibilità per le donne di venire fuori dalla violenza attraverso il racconto di storie vere. Parlavo di donne che avevo incontrato nei centri antiviolenza che la mia organizzazione, la cooperativa Sociale E.V.A., gestisce oggi in Campania. E non è un destino che l’editore abbia voluto chiedermi di scrivere un aggiornamento di come stava evolvendo sia il sistema di prevenzione e contrasto alla violenza sia il fenomeno in sé. L’obiettivo di Che sia l’ultima è raccontare che dalla violenza è possibile uscire, anche se c’è ancora tanto da fare».

Cosa manca?
«Un cambio culturale, una consapevolezza diffusa e il superamento di tutte le forme di discriminazione di genere dalle quali nasce la violenza. Per questo è più importante che mai raccontare quali sono i problemi che incontrano le donne che chiedono una mano e come bisogna aggiustare il tiro. Anche dal film C’è ancora domani di Paola Cortellesi abbiamo capito che ce la possiamo fare: l’anteprima è stata curata dalla Fondazione, il film ha un valore dirompente da un punto di vista simbolico e culturale. Nella storia emerge quanto è importante la cittadinanza per le donne, non l’amore. È un capolavoro, sono quelle operazioni che spostano piano piano la cultura del Paese. Poi, le piazze piene di ragazzi che manifestano contro la guerra, contro il genocidio della Palestina sono un segnale di una nuova partecipazione. Ci fa ben sperare una nuova volontà di esserci da parte delle giovani generazioni».

Nella prefazione Carola Carazzone scrive: «Questo libro affronta con coraggio la violenza delle relazioni tra i generi nell’epoca della manosfera e della radicalizzazione online. Una crisi sistemica che non riguarda soltanto le donne che ne sono vittime, ma l’intera società».
«L’approccio intersezionale femminista ci riporta all’analisi di tutto quello che non funziona: è il sistema simbolico patriarcale che continua a orientare il mondo, perché è strettamente connesso e funzionale al sistema socioeconomico. Sono il neoliberismo e il capitalismo globale – che sfruttano non solo le persone ma anche l’ambiente, producendo sempre più disuguaglianze – i fenomeni che, da quando è nato il femminismo, si vogliono contrastare. E la strategia per uscire da tutte le forme di discriminazione e superare le disuguaglianze è il cambiamento più totale, non come forma utopica, ma come possibilità concreta. Ci sono tante piccole sperimentazioni in atto, tante forme di rimessa in discussione. Purtroppo c’è ancora una miopia generalizzata che deriva dal fatto che siamo immersi in una situazione dove sembra normale l’attribuzione di compiti e ruoli. Sembra normale che si possano sfruttare fino all’inverosimile il pianeta o le persone e sembrano normali le disuguaglianze».

Bisogna «tenersi in equilibrio tra la consapevolezza di una situazione drammatica e lo sguardo attento ai mutamenti in corso, a un bisogno di affermazione e di libertà difficilmente arginabile». Quanto è difficile muoversi tra questi poli?
«La complessità di uno scenario estremamente contraddittorio credo sia la caratteristica principale del periodo che viviamo. È evidente che ci sono istanze di innovazione che non si fermeranno, che inesorabilmente progrediscono nella consapevolezza generazionale e nell’affermazione dei diritti. Ma contemporaneamente vediamo il pericolo molto concreto dell’arretramento. Occorre districarsi in una lettura che non può essere lineare, avere un occhio attento alla complessità. Essere attenti alle persone porta anche a superare rigidi steccati ideologici e un certo modo sia di fare lavoro sociale, sia di essere femministe, sia di fare lavoro politico. In questo momento la politica ha bisogno di porsi in ascolto, di accogliere la complessità, di tenere dentro tutte le contraddizioni. E soprattutto c’è bisogno di stare insieme, di tenere sotto controllo gli elementi prioritari su cui agire senza “spaccare il capello in quattro” o frammentarsi su una molteplicità di questioni che, più che far progredire la tutela dei diritti delle persone, frenano il cambiamento».

A proposito di questo «stare insieme», lei parla nel suo libro di «nuove alleanze per il cambiamento culturale».
«Sono le nuove alleanze che stiamo mettendo in campo come Fondazione Una Nessuna Centomila, dopo averle sperimentate a lungo nei territori, lavorando insieme ad attori con i quali anni fa non avremmo mai pensato di dialogare. Mi riferisco, ad esempio, alle forze dell’ordine, con le quali, come centri antiviolenza, abbiamo strutturato protocolli d’intesa. In un momento in cui sappiamo con quale cultura sono gestiti il Ministero dell’Interno e il Ministero della Giustizia, fare alleanza proprio con le forze dell’ordine vuol dire scardinare dall’interno anche gli stereotipi di quegli operatori di giustizia che sono rimasti ancorati a un certo modo di leggere le disuguaglianze. L’anno scorso la Caritas nazionale mi ha chiesto di scrivere il capitolo sulla violenza di genere per il loro annuale Rapporto sulla povertà: così per la prima volta il rapporto Caritas ha nominato la violenza di genere, con il mio racconto della violenza maschile contro le donne, in cui ho richiamato la Convenzione di Istanbul. Queste sono alleanze vitali, al pari dell’alleanza col mondo della cultura. È importante parlare di violenza, sensibilizzare il territorio, fare formazione, ma è fondamentale anche la pervasività dei nostri testimonial, dei nostri artisti presenti nel laboratorio artistico della Fondazione, che ad ogni concerto parlano di questi temi. Ad esempio, Fiorella Mannoia negli ultimi tre anni in tutti i suoi concerti ha tirato fuori la maglietta della Fondazione con la scritta Quando una donna dice no è no. È importante non dare per scontato il tema del consenso, che poi è diventato di grande attualità per la vicenda della norma che è stata approvata e poi stravolta. Anche quest’anno saremo a Verona il 21 settembre con il concerto della Fondazione Una Nessuna Centomila, alla sua quarta edizione. Sarà trasmesso il 25 novembre su Rai 1 e sarà l’occasione per milioni di persone di ascoltare il nostro messaggio attraverso il registro della musica».

Lei scrive che non si può pensare oggi di «affrontare la complessità della violenza maschile contro le donne ignorando le spinte ambivalenti, la liquidità di mode e tendenze, la sovrapposizione di forme antiche e contemporanee di dominio maschile che si ripropone al di là di ogni diritto riconosciuto».
«Dobbiamo tenere presente cosa sta accadendo con l’affermazione di vecchissimi modelli di maschilità, riproposti sotto nuove forme nelle manosfere. Ad esempio ci sono video orribili da 90 milioni di visualizzazioni in cui un ragazzo omofobo, sessista, razzista, volgare, scomposto diventa un modello identitario per tanti ragazzi. Il nodo è che quel tipo di ragazzo appare eroticamente desiderabile per le ragazze: ricerche molto interessanti, ad esempio dell’Università Federico II di Napoli, in cui molte ragazze confessano che desiderano un ragazzo così, virile, maschilista. Questi sono i segnali di grosse contraddizioni del momento che viviamo e che ci devono tenere in allarme. Abbiamo sotto gli occhi la riaffermazione di modelli che pensavamo desueti, “l’uomo vero che non deve chiedere mai”. Il tema è sempre lo stesso: manca un’educazione alle relazioni, alla sessualità. L’unica cosa che conoscono i nostri adolescenti e preadolescenti è YouPorn e i video violenti che vedono online, che non hanno nulla di reale né come prestazioni sessuali né come modello di relazioni sane, perché sono veri e propri stupri, dove le donne sono solo passive e non hanno un minimo di soggettività».

Lei ricorda Giulia Cecchettin e la sorella Elena, che aveva invitato a fare rumore: «Per Giulia non fate un minuto di silenzio, per Giulia bruciate tutto». E così è stato: alle commemorazioni nessuno è rimasto in silenzio ed è diventato usuale il gesto di agitare le chiavi per fare rumore. Quanto è importante fare rumore?
«Alla manifestazione del 25 novembre, a pochi giorni dalla sua morte, eravamo tante e tanti, tutti illusi che qualcosa sarebbe cambiato da quel momento in poi: sentivamo un’indignazione così corale che pensavamo avrebbe generato un cambiamento, cosa che purtroppo non è stata. Resta sempre l’indignazione per quel femminicidio perché tutti e tutte ci siamo identificati in Giulia, la sorella di tutte, la figlia di tutte, la ragazza sulla quale non c’era nulla da dire. Non si poteva fare il consueto ribaltamento di responsabilità, perché era buona, studiava, era disponibile, non tornava tardi la sera. “Te la sei cercata” con lei non poteva funzionare in nessun modo. E il ragazzo che l’ha uccisa è italiano, neolaureato, figlio di brava famiglia. Appunto, come aveva detto la sorella, “il vostro bravo ragazzo”. Bisogna continuare a tenere alta l’attenzione e, come ho provato a fare nel libro, raccontare la verità della violenza. I media usano sempre un linguaggio assurdo, spettacolarizzano la morte. E si parla sempre e solo di alcuni femminicidi e di altri no, dimentichiamo tantissime ragazzine uccise. Io inizio, non a caso, con la morte di Martina Carbonaro perché, a distanza di un anno, Martina è dimenticata, nessuno si indigna per lei. Anche di Aurora Tila, 13 anni, il cui omicidio è stato ammesso dall’ex fidanzato dopo più di due anni, non si è parlato. Questa graduatoria tra i femminicidi è veramente terribile. Perciò bisogna fare tanto rumore, ricordare ogni donna morta, ma soprattutto fare contro-narrazione, dire tutto il contrario di quello che viene raccontato dai talk show, in cui criminologi e psicologi affermano che gli omicidi accadono perché qualcuno ha perso l’equilibrio mentale: si sta sempre a sviscerare i moventi e mai a dire che la violenza nasce dalla discriminazione di genere».

Possiamo dare qualche dato per quanto riguarda la discriminazione di genere?
«Io credo che basti dire che nel nostro Paese una donna su due non ha un lavoro. Nel Sud le giovani donne sono le ultime in Europa, dietro tutti i Paesi, per quel che riguarda le opportunità di occupazione. In queste condizioni, dov’è la possibilità di indipendenza? Dov’è la possibilità di riprendere in mano con dignità la propria vita? Siamo un Paese dove ancora il 37% di donne non ha un conto corrente intestato a se stessa. La violenza economica è un problema enorme e non visto. Noi facciamo una fatica infinita ad accompagnare le donne all’indipendenza perché tutto rema contro. Inutile dire che i tagli al welfare hanno azzerato la possibilità delle donne di essere madri e continuare a lavorare. E ancora, il 67% (dato sottostimato) dei compiti di cura in Italia è ancora tutto a carico delle donne. E questo vuol dire vincoli incredibili alla propria libertà, alla possibilità di crescere professionalmente, di avere tempo per studiare. Se bisogna prendersi cura dei figli, degli anziani genitori, dei congiunti disabili, dello spazio domestico è chiaro che restiamo al palo, o siamo costrette a essere folli equilibriste nevrotiche».

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che sia l'ultima lella palladino

Lella Palladino
Che sia l’ultima. Femminicidi e violenze di genere
Donzelli, 2025
184 pagine, 15,00 euro

“Che sia l’ultima”: non basta far rumore, contro femminicidi e violenza serve una contro-narrazione

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