
Israele al voto: c’è una speranza per la pace?
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«Quando andiamo al ristorante scegliamo tre le cose che sono sul menu. L’opzione di una pace vera e giusta non è sul menu delle elezioni di Israele. La speranza è che nelle prossime elezioni ci sia un partito che metta nel menu l’opzione di una pace». A parlare è Yael Agmon Nacht, avvocata e attivista israeliana, che è intervenuta nella serata “Verso le elezioni di Israele” organizzato da LƏA – Laboratorio Ebraico Antirazzista la settimana scorsa a Casetta Rossa. Il 27 ottobre si vota in Israele e le parole di Yael lasciano poche speranze. La scelta è tra l’attuale governo Netanyahu e un governo guidato da un altro partito sionista e per nulla moderato. Davide Lerner, giornalista di Radio 3 che ha analizzato la questione nel podcast “Israele Anno Zero” ha spiegato qual è lo scenario. «Queste elezioni israeliane arrivano in coda a 5 anni del governo più di destra di Israele» ha esordito. «Un governo che nasce alla fine del 2022, quando Netanyahu sdogana l’estrema destra dei coloni, quella di Ben-Gvir e Smotrich. Già prima della guerra a Gaza si vive una recrudescenza della violenza in Cisgiordania: ci sono i primi pogrom nei villaggi, cominciano le passeggiate di Ben-Gvir sulla spianata delle moschee di Gerusalemme. Su questo cointesto già esplosivo si innesca l’attacco del 7 ottobre 2023 e tutto va fuori controllo a Gaza, ma anche fuori dai riflettori, in Cisgiordania, dove la violenza contro i palestinesi raggiunge livelli mai visti: i nuovi avamposti illegali protetti dalle autorità sono tantissimi. Frange estreme di coloni a margini della vita israeliana diventano parte integrante del governo. Ben-Gvir oggi vive in un insediamento illegale, così come Smotrich». In questo contesto arriviamo alla vigilia del nuovo voto. Miracolosamente Netanyahu, che era dato per spacciato dopo il 7 ottobre, in quanto responsabile di aver preso sottogamba gli avvertimenti che sono arrivati quel giorno – perché la concezione dominante era che la deterrenza israeliana verso Hamas era tale che non si sarebbero spinti oltre – riesce a resuscitare politicamente negli ultimi 4 anni. Ci riesce perché vende agli israeliani due bugie. La prima è l’essere riuscito da quel sabato nero a ribaltare la situazione e punire Hamas e perfino Kamenei. La seconda, che sta coltivando in queste settimane, è dire che la colpa della disfatta del 7 ottobre non è sua ma degli apparati di sicurezza, che ci sia stato un tradimento dall’interno per deporlo». Il risultato è che oggi, nelle proiezioni elettorali, Netanyahu si trova a pari merito con l’opposizione: secondo i sondaggi i due schieramenti avrebbero 53-54 seggi ciascuno. Ne servono 61 su 120 per avere la maggioranza alla Knessel, il parlamento di Israele. Gli altri seggi sono quelli dei partiti arabi, che ne otterrebbero una dozzina, ma sono vittima dell’ostracismo dei partiti mainstream israeliani, che non li hanno mai coinvolti in un governo e non li tengono in considerazione. «Lo scenario più probabile oggi è che ci sia una paralisi politica» ragiona Lerner. «Nessuno dei due accetterà di allearsi con i partiti arabi, a loro volta divisi tra i pragmatici che rinuncerebbero alla causa per partecipare alla vita politica israeliana e chi non lo farebbe. Così il governo più incendiario di sempre rimarrebbe in carica in vista di un’ulteriore consultazione elettorale. E questo fa tornare in mente la paralisi del 2019 in cui Netanyahu andò a 4 consultazioni consecutive fino a che sdoganò l’estrema destra».
Mohammad Hesham Huraini: «Se il governo vincesse sarebbe dieci volte peggio di quello che è stato finora. Se dovesse cambiare, non abbiamo speranze che la Palestina sia libera»
Ma i palestinesi seguono questi sviluppi elettorali? Hanno delle speranze? O sono così disillusi da non sperare in niente? «Non ci aspettiamo nessun cambiamento» risponde Mohammad Hesham Huraini, attivista e giornalista indipendente palestinese. «La situazione degli ultimi 5 anni non ha portato cambiamenti rispetto alla situazione degli ultimi 70. Noi non consideriamo nessun governo esistito finora. Ma quello attuale è il più genocida di tutta la nostra storia. Se il governo vincesse sarebbe dieci volte peggio di quello che è stato finora. Se dovesse cambiare, non abbiamo speranze che la Palestina sia libera. Il governo di Ben-Gvir e Smotrich o un altro governo che prendesse il suo posto sono diverse facce della stessa moneta. È come una moneta da un euro: su una faccia c’è un’immagine, sulla seconda un’altra, ma la moneta è la stessa». «Le nostre speranze potrebbero rinascere con un governo che metta fine all’occupazione, alla pulizia etnica e alle colonie israeliane in Cisgiordania e che ricostruisca Gaza» aggiunge. Intanto, mentre si guarda alle elezioni, le occupazioni nel West Bank continuano. E Mohammad le ha vissute sulla propria pelle. «Dopo le scorse elezioni io e la mia famiglia abbiamo visto una serie di pogrom» racconta. «La mia famiglia ha rischiato di essere vittima di incendi. Abbiamo visto scritte sui muri che inneggiavano al grande Israele e alla vendetta. Non sono atti a caso ma una strategia elettorale precisa».
Yael, A Place For Us: «Non credo che il cambiamento arriverà quest’anno, succederà nei prossimi cinque o dieci anni e ci stiamo lavorando»
Il punto è che nessuno degli schieramenti che potrebbe realisticamente vincere le elezioni punta a risolvere il problema della Palestina, a cambiare le cose. «Paradossalmente, nonostante la questione palestinese sia fondamentale, le risposte date in Israele sono la pulizia etnica, che i palestinesi abbandonino le loro terre o ignorare la questione proponendo soluzioni a lungo termine in modo da guadagnare tempo. Chiunque in Israele oggi si schiera contro la pulizia etnica viene estromesso dal dibattito politico». Non c’è insomma, una vera alternativa al governo di Netanyahu, Ben-Gvir e Smotrich. Eppure questa alternativa c’è chi sta cercando di costruirla. Ma è qualcosa che ha bisogno di crescere nelle coscienze. «A Place For Us è un partito dove i principi sono la costruzione della pace e della giustizia sociale» spiega Yael, che ne è un esponente. «Si pensa che si debba prendere una posizione, che si debba essere o dalla parte di Israele o Palestina, ma per noi ci sono Israele e Palestina, un’unità di intenti». «Avevamo creato questo partito e ci eravamo candidati alle elezioni» rivela. «Abbiamo deciso di ritirarci perché abbiamo visto che non avremmo raggiunto la soglia elettorale e rischiavamo di disperdere il voto. Ma ci siamo pentiti. Saremo presenti la prossima volta. C’è ancora un processo in corso: speriamo che ci sia un rallentamento della violenza verso i palestinesi i Cisgiordania, a Gerusalemme est e a Gaza». I partiti arabi avranno un ruolo nella politica israeliana? «Dipende se i maggiori partiti dell’opposizione di oggi sono bugiardi o no» risponde Yael. «Ora dicono che non includeranno i partiti arabi, ma credo che lo facciano a fini elettorali. Non credo che il cambiamento arriverà quest’anno, succederà nei prossimi cinque o dieci anni e ci stiamo lavorando».
Chi è il candidato dell’opposizione
Ma chi è davvero il leader dell’opposizione che potrebbe prendere il posto di Netanyahu? «Chiamarla opposizione è un po’ ridicolo» precisa Davide Lerner. «Ma si tende a chiamare opposizione o sinistra chiunque si opponga a Netanyahu. Eisenkot è stato il capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, è stato nell’esercito per 40 anni. Non è una colomba: ha condannato l’idea dei due stati, è il fautore della dottrina che prevede la possibilità di colpire duramente le infrastrutture civili delle cittadine dove opera il nemico, che si è espressa nella maniera più estrema e tragica nella Striscia di Gaza. È un politico dal pugno di ferro. Sarebbe il primo premier di origini safardite: i genitori sono marocchini. Ha perso il figlio a Gaza nei primi mesi della guerra in un’operazione per recuperare dei cadaveri israeliani, nata perché Netanyahu si rifiutava di fare trattative per il rilascio degli ostaggi». Da questo ritratto è piuttosto evidente come non sarebbe questo nuovo governo quello in grado di cambiare le cose. C’è poi la questione dell’America, dove oggi la popolarità di Israele è in caduta libera. «Ci sono dei sintomi, come l’elezione a sindaco di New York di Mamdani, che ha denunciato il genocidio e ha chiesto l’arresto di Netanyahu» ci spiega Lerner. «Questi smottamenti stanno preoccupando in Israele. Il venire meno di armamenti avrebbe un peso notevole. Da qui l’autarchia, il diventare una sorta di Sparta autosufficiente. Ma la paura di un allontanamento degli Stati uniti è ben presente».
Immagine di copertina Wikimedia Commons


