
LA CRISI DEL MULTICULTURALISMO? LA MANCANZA DI DIRITTI UNIVERSALI
La mancanza di diritti delle persone straniere ricade su tutti. E non possiamo costruire un multiculturalismo se non sappiamo da dove vengono le persone
14 Gennaio 2026
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Negli anni Novanta in Europa sono stati sperimentati diversi modelli di coesistenza di Comunità straniere, basati prevalentemente sull’acquisizione della cittadinanza e la struttura delle città. Che fine hanno fatto quei modelli sociali? Quali hanno resistito alla fine della globalizzazione e al ritorno dei nazionalismi? Cosa hanno prodotto? «Il multiculturalismo inteso come teoria politico-accademica e sistema di politiche per accompagnare le comunità straniere in Italia non è mai esistito» ha spiegato Michele Colucci, storico delle migrazioni. «L’Italia ha scelto un modello di politica migratoria costruito su una grande farsa, su una grande ipocrisia, su strumenti legislativi pensati non per favorire la permanenza delle persone, ma per scoraggiare l’arrivo di persone straniere». «Gli arrivi venivano pensati e inquadrati come una parentesi, un fenomeno destinato a finire, a esaurirsi» continua. «La situazione attuale è figlia di questo enorme equivoco: non è una non politica: è una vera e propria scelta politica. Che porta a una stratificazione di persone che si trovano dentro a un limbo di precarietà e ricattabilità. Dopo la crisi del 2008 il dibattito pubblico ha pensato che il capro espiatorio di questa crisi fossero i migranti».
Una mentalità di tipo coloniale
Ma cosa c’è dietro queste scelte? «C’è un impianto di tipo coloniale» riflette lo storico delle migrazioni. «C’è l’idea che tutte le popolazioni che vengono da fuori siano di fatto popolazioni di Serie B e così l’accesso ai diritti è diventato molto complicato a seconda di chi sono le persone che lo rivendicano». «La forza trasformativa delle migrazioni ha creato nel nostro paese un movimento che è riuscito a imporre questa presenza. Lo ha imposto in termini politici, quando qualcuno ha obbligato il nostro Paese a parlare di cittadinanza: non lo hanno fatto i politici, ma un gruppo di ragazzi nel 2005 che si è definito G2 e ha provato, mattone dopo mattone, a imporre la riforma della cittadinanza a tutto il sistema politico nazionale. A loro dobbiamo questo dibattito. Che è ancora un dibattito aperto destinato ad esplodere nuovamente e imporre questo sbocco legislativo».
La legge di cittadinanza: un fallimento trasversale. Colpa della destra e della sinistra
Tra i ragazzi delle seconde generazioni, i giovani nuovi italiani c’è Igiaba Scego, una scrittrice italosomala, che ha passato gli anni a lottare, a stare in piazza, a vedere il suo cuore spezzato più volte. Ha anche scritto un libro, Pecore nere, un grido per affermare la propria esistenza come figli di migranti, ma italiani. È un libro che, purtroppo, vende ancora, perché niente è cambiato. «È un fallimento trasversale. È colpa della destra?» è la sua domanda retorica. «Il fatto che non abbiamo una legge sulla cittadinanza è più colpa della sinistra: più volte c’era la possibilità di averla e più volte non c’è stata la voglia di metterci la faccia». «Oggi abbiamo un governo che fa delle leggi razziali» continua. «Ma quello che vedo in comune tra destra e sinistra è l’Italia fa parte di un colonialismo che storicamente è finito negli anni Quaranta e Sessanta, ma esiste ancora. L’Italia poi ha dovuto costruire una sua “bianchezza” rispetto agli altri Paesi europei. E questa è alla base del disastro in cui ci troviamo. Che non sono solo le leggi sulla cittadinanza ma anche la legge sull’immigrazione: la Bossi-Fini è una legge che ti precarizza. Se non studiamo il passato del nostro Paese non capiamo perché siamo così». «Il multiculturalismo è morto» conclude. «Esiste la convivenza, esistono le nostre reti. Ma a livello legislativo il multiculturalismo non è mai iniziato».
La Gran Bretagna: alcune zone sono abbandonate nel loro processo di integrazione
Un Paese dove il multiculturalismo pare essersi realizzato, e da anni, è la Gran Bretagna. Dove però stanno andando in scena disordini e rivolte. Anche lì non è facile come sembra. «Il partito conservatore ha avuto come premier un inglese di origine indiana, che quando è entrato dalla porta del 10 di Downing Street, ha fatto dei i riti religiosi induisti» spiega Daniele Archibugi, economista e filosofo che vive e insegna a Londra. «Potete immaginare cosa sarebbe accaduto se nel nostro Paese fosse salito a Palazzo Chigi un primo ministro bengalese. Ma alla fine il partito conservatore ne ha pagato lo scotto: una base forte si è spostato altrove». In Gran Bretagna esiste da anni un malumore che ha portato alla Brexit. «Le vecchie zone industriali – Birmingham, Manchester e Liverpool, sono abbandonate in questo processo di integrazione» spiega l’economista. «Erano le vecchie roccaforti del partito laburista che, quando si è trattato di votare, hanno scelto per l’uscita. Queste zone si trovano abbandonate a se stesse: i vantaggi della globalizzazione sono andati tutti ad alcuni e non ad altri. Ma in Gran Bretagna c’è la legge sulla cittadinanza. Che l’Italia non sia riuscita a fare una legge sulla cittadinanza è qualcosa di vergognoso». Archibugi fa notare come, quando in Italia le persone migravano dal sud al nord per lavorare, si dicesse che non è il lavoro che deve andare dove c’è il capitale ma che è il capitale che deve andare dove c’è il lavoro. «Non dobbiamo allora fare uno sforzo perché persone che devono scappare dal loro Paese per le condizioni economiche o climatiche non debbano poter vivere nel loro Paese d’origine?»
La mancanza dei diritti per gli stranieri ricade su tutti
Il fatto è che gli spostamenti di popolazione impongono un impatto e una trasformazione sociale. Ma dipende da come vengono vissuti. «Negli anni Cinquanta molte persone venivano a Roma dal Sud dell’Italia ma non potevano avere la residenza in città» spiega Colucci. «Hanno preso in mano il loro destino e lottato fino a che questa lotta per la residenza è stata cambiata nel 1961. Si sono alleati con chi già stava qui. Che hanno capito che avere accanto persone ricattabili, precarie, con salari inferiori, sarebbe stato un problema anche per loro». È quello che dovrebbe accadere anche oggi tra italiani e migranti, un patto di solidarietà. «La crisi del multiculturalismo sta nel mancato ritorno a un universalismo dei diritti, al fatto che le persone possano riconoscersi indipendentemente dalla loro provenienza» conclude. «È una mancanza di diritti da parte dalle persone straniere, ma finisce poi per ricadere su tutti».
Non puoi costruire un multiculturalismo se non sai da dove vengono le persone
E finisce anche per far partire quelle comunità straniere che vivono qui e che potrebbero essere la nostra ricchezza. «Abbiamo un paese che non permette un salto, di avere una casa migliore, un lavoro, di aspirare a un movimento sociale» commenta Igiaba Scego. «In Italia questo non c’è, e spinge le comunità migranti a cercare fortuna altrove. Una mia amica camerunense fa la ballerina e racconta che quando fa dei provini non viene considerata nella sua professionalità ma viene estetizzata, viene vista come un’odalisca esotica, come una “faccetta nera” e non come ballerina. E così le persone se ne vanno via. I somali sono venuti qui negli anni Cinquanta, e hanno resistito fino agli anni Novanta. L’Italia era un paese che non vedeva i talenti, ma neanche i suoi legami storici con Etiopia, Somalia ed Eritrea». In Italia c’è un grosso problema culturale riguardo ai Paesi delle persone migranti. «Non puoi costruire un multiculturalismo se non sai da dove vengono le persone» commenta. «Le persone non vengono da uno zero cosmico: vengono da qualcosa, da una storia, da delle ferite, da dei talenti. Manca una prospettiva culturale verso i Paesi del sud del mondo. I nostri intellettuali non leggono, non studiano, non si informano». Ma c’è ancora una riflessione riguardo agli ultimi anni, che parte dalla Brexit e arriva fino a noi. «La cosa che mi ha colpito della Brexit, a parte i bianchi che volevano indietro l’Impero britannico, è che la volevano anche molti migranti, indiani, pakistani, somali. La propaganda di questo tipo non è per i bianchi ma per i suprematisti in genere. Siamo intrisi di suprematismo. Viviamo tempi di suprematismo e di chiusura. E dobbiamo disinnescarlo. E trovare qualcosa che ci tiene insieme».







