
La povertà in Italia non aumenta. Ma quanto dura?
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La povertà stabile non è mai una buona notizia. Insomma, non sarebbe come dire “i prezzi non crescono” e quindi va tutto bene. Se una condizione di fragilità e marginalità non produce miglioramenti, in un contesto globale nel quale l’abuso del termine “sviluppo” illude che le cose debbano andare sempre meglio, siamo quanto meno in presenza di una situazione stagnante. In Italia, secondo l’Istat, sono 5,4 milioni le persone che non riescono a sostenere spese per beni e servizi essenziali. Si trovano in questa situazione anche coloro i quali hanno già un lavoro, con un’incidenza che ad esempio supera il 14% tra gli operai. È il tradimento del patto sociale secondo cui un impiego fisso almeno allontana dalla miseria. In vent’anni, poi, è più che raddoppiato il numero di famiglie nel disagio: erano 800 mila nel 2005, sono 2,1 milioni nell’ultima rilevazione. La “stabilità” che accennavamo è relativa alla differenza percentuale rispetto al 2024: le persone povere erano il 9,8% del campione e sono diventate il 9,3%, le famiglie erano l’8,4% e adesso si attestano all’8%. Ma il mezzo punto di differenza non basta per tratteggiare un’autentica inversione di tendenza. L’incidenza della povertà assoluta raggiunge tra l’altro il picco del 29,4% tra le famiglie composte esclusivamente da stranieri. E la differenza tra Nord e Sud resta abissale: se per un trentenne single la soglia di povertà a Milano è di 1.256 euro al mese a Nusco, in provincia di Avellino, si attesta a 772 euro; al tempo stesso, la soglia di povertà per un pensionato ottantenne che vive a Bologna sarebbe di 1.109 euro mentre a Soriano Calabro di 595 euro. Nel Mezzogiorno le famiglie povere sono 813 mila, nel Nord-Ovest 568 mila, nel Nord-Est 386 mila e al Centro 338 mila. L’Italia, come spesso accade, è tanti paesi in uno.
Pallottino, Caritas: «I dati ci dicono che la povertà assoluta è stabile, ma più che stabile è strutturale»
Massimo Pallottino, il coordinatore dell’unità studi e advocacy di Caritas, ci ha aiutato a leggere questi dati con l’occhio di chi opera sui territori, riflettendo soprattutto sul fatto che la lievissima riduzione del numero complessivo di indigenti non può considerarsi un traguardo positivo se le persone che restano in questa situazione ci convivono per un periodo molto più lungo rispetto al passato. «I dati ci dicono che la povertà assoluta è stabile, ma è un termine neutro e statistico che nasconde una realtà estremamente dura. Parliamo di persone che non riescono a stare nelle cose normali della vita: alimentazione, affitti, salute, istruzione. Quasi un italiano su dieci non ce la fa. La povertà, più che stabile, è strutturale». Ne consegue un diverso approccio rispetto al passato: «Prima si ragionava sul come prevenire la povertà, pensando a un fenomeno marginale e temporaneo. Eri povero, ma la povertà spesso si riscattava con il lavoro. Noi oggi assistiamo a un terzo delle persone che si rivolgono ai centri di ascolto in possesso di un contratto regolare. La risposta in termini di politiche pubbliche è la parcellizzazione». Il povero, infatti, prima deve superare lo stigma della sua situazione, poi dimostrare effettivamente di esserlo, infine riceve sostegni spot e frammentati che non risolvono mai il problema alla radice. «A nostro avviso non si riparte senza una misura universale in cui le persone povere sono sostenute indipendentemente dalle cause della loro povertà».
6 persone assistite su 10 dieci vivevano in una condizione peggiore o simile a quella della propria famiglia d’origine
In termini sociali, gli esperti assistono sempre di più a un irrigidimento della dinamica verticale della società: ai giorni nostri si diventa poveri molto più facilmente e si resta per più tempo in una soglia limite in cui basta un semplice imprevisto della vita – un controllo medico urgente, una riparazione dell’automobile, una spesa condominiale – per ripiombare nel disagio. «Basta che il tuo stipendio non aumenti in parallelo all’inflazione e sei di nuovo dentro. Vediamo tante persone che escono dai nostri centri e dopo poco ci tornano. I percorsi di uscita dalla povertà non sono più netti come vent’anni fa». Si arriva così a parlare di povertà cronica, tanto che circa il 34% degli adulti che vivono in difficoltà finanziarie lo erano già a 14-15 anni. Caritas ha provato a spiegare questo stallo generazionale in un rapporto del 2023 intitolato “Pavimenti appiccicosi”. Dallo studio emergeva come la condizione di indigenza tendesse a trasmettersi di genitori in figli; sei persone su dieci tra quelle assistite, in particolare nella fascia d’età 36-56 anni, vivevano in una condizione peggiore o simile a quella della propria famiglia d’origine. La scarsissima mobilità sociale è una delle chiavi di lettura per inquadrare il fenomeno. Oggi circa 130 mila persone sono registrate nei sistemi Caritas e almeno 500 mila ricevono aiuti alimentari. «All’inizio degli anni Duemila l’accesso alle mense era simbolo di marginalità estrema», racconta ancora Pallottino. «Erano perlopiù persone senza fissa dimora o straniere. Oggi accedono persone alle quali il lavoro non basta più. Un fenomeno marginale è diventato fluido. Lo si vede anche dalle dinamiche alimentari. La gente fa prima di tutto compromessi sulla qualità del cibo, poi su quello della vita. Non comprano le proteine perché costano troppo, poi arrivano a spegnere il riscaldamento». In Italia l’8,6% della popolazione, secondo il rapporto State of Food Insecurity della FAO, nel 2023 non ha avuto un reddito sufficiente per sostenere una dieta equilibrata. La crescita dell’obesità, soprattutto infantile, è strettamente collegata: le famiglie si trovano costrette a comprare cibo che riempie la pancia e che non svuota il portafogli, sacrificando i giusti rapporti nutrizionali. È un’altra faccia, spesso sottovalutata, della povertà.
