giovani in tenda

Tra informazione e distrazione, davvero un’intera generazione è impazzita all’improvviso?

“Chi è il ragazzino di 11 anni fermato a Milano?”, “Allarme nelle vie dello shopping”, “Serve repressione”, “Alta tensione per il weekend”, “Arrivano i militari”, “Stretta sui ragazzi”, “Chi rompe paga” (e i cocci sono i suoi) “Roma come Milano”. «La vita reale la costruiamo noi ogni giorno. Dobbiamo trasformare depressione, senso di solitudine, paura e rabbia accumulati in mobilitazione concreta. Ciascuna esperienza individuale è preziosa, ma da sola rischia di consumarsi: deve farsi voce comune». Un giro tra i ragazzi in tenda, nella Città universitaria della Sapienza
di Arianna Del Vecchio 5
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A sentire il dibattito pubblico di queste settimane, un’intera generazione sarebbe impazzita all’improvviso. Il copione è sempre lo stesso, scandito dai titoli allarmati dei telegiornali e dalle reazioni indignate sui social: “Saccheggi e guerriglia”, “Milano come Parigi”, “Rivolte violente” e potremmo fare tanti altri esempi ancora. È la narrazione più comoda, quella che riduce mesi di tensione sociale a una fiammata di irrazionalità collettiva. Ma siamo davvero impazziti da un giorno all’altro? O stiamo semplicemente assistendo alla reazione prevedibile di chi viene schiacciato ogni giorno da condizioni materiali insostenibili?

I giovani in tenda: «Il lavoro paga poco, la vita costa troppo»

Perché se è facile puntare il dito contro la piazza e fermarsi al racconto del disordine, diventa molto più scomodo fare i conti con i motivi che spingono migliaia di persone a scendere in strada. Basterebbe un solo dato a spiegare la rabbia: oggi, per un lavoratore medio o per uno studente a Roma, Milano o Firenze, l’affitto di un semplice bilocale assorbe tra il 50% e il 70% di un singolo stipendio.

Spendere fino a due terzi del proprio stipendio soltanto per avere un tetto sopra la testa non è una scelta di vita, è una soglia di sopravvivenza.

A questo proposito, con l’inizio dell’anno accademico gli studenti sono tornati a montare le tende all’interno della Città Universitaria, promossi da realtà territoriali come Piamo Casa e dai collettivi universitari.

Nel piazzale della Sapienza il microfono gira senza filtri tra i cerchi di studenti e cittadini seduti a terra. C’è una formula semplice che riassume l’intera discussione e ne è diventata il manifesto: “Il lavoro paga poco, la vita costa troppo”.

A prendere la parola con lucidità è una ragazza. Dovrebbe chiamarsi Noemi, nel moltiplicarsi delle voci il suo nome non viene fuori chiarissimo. Ma in fondo più importante del nome è il comune bisogno che esprime, trasformare il malessere in risposta comunitaria:

«La vita reale la costruiamo noi ogni giorno, non i vertici della politica. Dobbiamo essere capaci di trasformare la depressione, il senso di solitudine, la paura e la rabbia accumulate in questi anni in una mobilitazione concreta. Ciascuna esperienza individuale è preziosa, ma da sola rischia di consumarsi: deve farsi voce comune».

Quand’è che qualcuno inizierà davvero ad ascoltare?

Dal tavolo dell’assemblea è annunciata l’apertura e il rafforzamento di sportelli territoriali di supporto legale, orientamento e mutuo aiuto. Accanto, parte un censimento pubblico e dal basso degli edifici abbandonati e inutilizzati nella Capitale: mappare le proprietà pubbliche e private lasciate all’incuria per sottrarle alla rendita parassitaria e rivendicarne il riuso sociale. L’invito è aperto a tutti gli operatori sociali, alle associazioni e ai comitati di quartiere.

A questo punto, però, mi sorge una riflessione: se alla fin fine questa generazione non è così impazzita come la si vuole dipingere, c’è da chiedersi quanto forte dovremo ancora urlare prima di ricevere una risposta. Quand’è che qualcuno inizierà davvero ad ascoltare?

Perché il quadro che si fa finta di non vedere è sotto gli occhi di tutti: le scuole cadono a pezzi, i giovani sono costretti a fare le valigie perché qui non c’è prospettiva, ridotti all’etichetta comoda dei “cervelli in fuga” mentre sacrificano affetti e famiglia solo per costruirsi un’esistenza dignitosa. E questa frattura ormai non riguarda soltanto gli studenti. Riguarda una fascia sempre più ampia di lavoratori stufi di stipendi minimi con cui si riesce a stento ad arrivare alla terza settimana del mese.

Se la risposta delle istituzioni continuerà a essere il silenzio o la solita condanna del disordine, allora bisognerà accettarne le conseguenze. Se l’unico modo per costringere chi sta in alto a guardare in basso è arrivare al punto di paralizzare tutto, fino a vedere gli scaffali dei supermercati vuoti, allora che succeda. Perché non si può pretendere la calma da chi non ha più nulla da perdere.

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