curare non è un crimine

Palestina, il medicidio che sta togliendo il futuro a un popolo

A un anno dal cessate il fuoco la distruzione del sistema sanitario in atto a Gaza dilaga anche in Cisgiordania. Cozzolino (SIPPS): «Hussam Abu Safiya è stato arrestato per aver salvato dei bambini. Hussam cura i bambini, il futuro di uno Stato. Questo è il massacro del futuro del popolo palestinese. Se un giorno, finalmente, ai palestinesi verrà data la possibilità della vita, verrà data anche la possibilità di curarla?»
di Maurizio Ermisino 6
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Alle spalle dei relatori spicca l’immagine di un uomo. Siamo a Curare non è un crimine, incontro organizzato da MEDU, Medici per i Diritti Umani a Via Galilei 53, alla Casa del Volontariato di Roma del CSV Lazio e Casa del Municipio Roma I. Sul maxi schermo – dicevamo – c’è un uomo, un medico, sorridente, ancora in salute, nel pieno esercizio delle sue funzioni. Quell’uomo è Hussam Abu Safiya, un pediatra, arrestato da Israele per aver salvato dei bambini. «Una persona che può sembrare in salute», spiega Michele Cozzolino, Consulente per le relazioni istituzionali della Società italiana di Pediatria preventiva e sociale (SIPPS). «Oggi pesa 40 chili in meno, soffre di cuore ed è pieno di lividi. È accusato per aver salvato dei bambini». Funziona così: per Israele ogni medico è un terrorista. Pensare a Hussam, e ai tanti medici detenuti illegalmente, significa pensare al futuro. «Hussam cura i bambini e i bambini sono il futuro di uno Stato. Questo è il massacro del futuro del popolo palestinese. Se un giorno, finalmente, ai palestinesi verrà data la possibilità della vita, verrà data anche la possibilità di curarla?». La domanda è legittima. Perché in Palestina, oggi, c’è una sistematica distruzione del sistema sanitario e una totale impossibilità di accesso alle cure. Il 10 ottobre di un anno fa è stato dichiarato il cessate il fuoco. Ma non è cessato niente. La gente continua a morire. E quello schema perverso si sta spostando verso il West Bank, in Cisgiordania. L’incontro si inserisce nella campagna Curare non è un crimine, avviata da MEDU per mobilitare la comunità sanitaria italiana e che ha raccolto oltre 9.000 adesioni alla richiesta di liberazione dei 14 medici palestinesi detenuti da Israele.

1400 vittime palestinesi dopo il cessate il fuoco

Dopo un anno Alberto Barbieri, medico, Coordinatore generale di MEDU, ha ricordato le 1200 vittime del 7 ottobre 2023, ma anche i 74mila palestinesi che, da quel 7 ottobre, hanno perso la vita nella Striscia di Gaza, più almeno 1000 nel West Bank. I 21mila i bambini uccisi, i 170mila feriti. E le 43mila persone che hanno riportato lesioni destinate a cambiare loro la vita. Tra queste 10mila sono bambini. «Tutto questo non è cambiato dopo il cessate il fuoco del 10 ottobre 2025» continua. «Da quella data sono almeno 1400 le vittime palestinesi accertate. L’82% degli edifici di Gaza è stato distrutto. Ci sono circa un milione e 700mila palestinesi sfollati. E il 91% delle famiglie vive con una privazione moderata o grave di accesso all’acqua». A Gaza la guerra non è finita. L’inferno non è finito.

Gaza: per le Nazioni Unite è medicidio

Ma quello che preoccupa è la strategica distruzione del sistema sanitario palestinese. Le Nazioni Unite lo hanno chiamato “medicidio”, un termine che parla da solo. Parla della distruzione del 94% degli ospedali di Gaza – oggi ne funzionano solo 14 su 36 – e dei 920 attacchi contro strutture sanitare e dei 1700 operatori sanitari uccisi dal 2023 ad oggi, come attesta l’Organizzazione Mondiale della Sanità. A parlarci di questo sono arrivati a Roma due esponenti Physicians for Human Rights Israel (PHRI) che hanno lavorato a uno studio sulla situazione sanitaria in Palestina.  «A Gaza non è permesso nessun tipo di aiuto sanitario: ogni intervento è ostacolato in tutti i modi» ha raccontato Mays Medleg, Head of International Advocacy e International Spokeswoman di PHRI. «Il sistema sanitario è preso di mira, le strutture sanitarie sono distrutte e migliaia di operatori sanitari sono stati uccisi. Ci sono più di 20mila persone in attesa di evacuazione per cure mediche tra cui 4 mila bambini. E quando hai bisogno di evacuazione vuol dire che o vuoi evitare una morte agonizzante o che sarai costretto a vivere con una disabilità tutta la vita». In questa situazione sanitaria catastrofica la detenzione di 14 medici ha un impatto gravissimo. «Ogni pediatra come Abu Safiya è centrale» spiega. «E come lui lo sono tanti altri pediatri o ginecologi. La loro liberazione salverà tantissime vite. Un medico tre giorni dopo il rilascio era già al lavoro. Chi lavora alla Striscia di Gaza lavora a ritmi altissimi, non lascia mai la struttura. Prima del 7 ottobre 2023 c’era la possibilità, per chi aveva bisogno, di lasciare Gaza per essere curato in Cisgiordania, a Gerusalemme Est. Ora non è più possibile».

La distruzione del sistema sanitario avviene anche in Cisgiordania

Ma la distruzione del sistema sanitario sta avvenendo anche in Cisgiordania. A ricordarlo è Imran Anati, Researcher and Project Coordinator di PHRI, che ha raccolto 25 testimonianze della situazione per uno studio nel West Bank, che dimostrano come questo attacco diretto al sistema sanitario sia deliberato e sistematico: si parla di attacchi alle ambulanze e ai team dei paramedici, anche a membri della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa. Le storie che racconta Imran sono molto dure. «A due medici, arrivati nella zona di Nablus con macchine con una targa israeliana, l’esercito israeliano ha impedito l’accesso per raccogliere le testimonianze. Un paramedico e un’infermiera lavoravano a bordo di un’ambulanza: lei è stata arrestata per aver aiutato un paziente riverso al suolo e sanguinante. Tutti i paramedici vengono chiamati terroristi dagli israeliani: è stata chiamata così anche lei, terrorista. Non cerano accuse formali ed è stata rilasciata. Ma è una continua intimidazione. Le tattiche utilizzate a Gaza sono ora messe in pratica anche in Cisgiordania». Almeno 6 donne hanno partorito all’interno dei posti di blocco in Cisgiordania, ha sottolineato Imran Anati. «A Nablus c’è stata una chiusura del territorio dopo gli attacchi dei coloni israeliani: da questi posti di blocco nessuno poteva uscire per raggiungere gli ospedali e nessuno poteva entrare. Un’infermiera ci ha raccontato che ha dovuto aiutare una donna a partorire in un’ambulanza ferma ai posti di blocco, da cui non si poteva uscire, con l’ospedale che distava solo quindici minuti. Oggi, in Cisgiordania, per fare un percorso di tre minuti sono necessarie tre ore a causa delle restrizioni e dei controlli».

Una distruzione sistematica della possibilità di dare la vita

Amnesty International sta monitorando da anni la situazione in Palestina. I titoli dei rapporti, in questo senso sono eloquenti, Nel 2022 ha parlato apertamente di “apartheid”, perché in Israele la popolazione palestinese è sistematicamente trattata come un popolo di serie B: non ha accesso alla giustizia, alla sanità, non ha diritto alla proprietà privata. Nel 2024 ha parlato con decisione di “genocidio” per come è stata attuata la distruzione sistematica e fisica del popolo palestinese a Gaza: è stata rasa al suolo, non c’è più niente, vengono dati ordini di evacuazione senza alcun criterio se non con quello di uccidere le persone. Non c’è cibo, c’è una carestia indotta. «C’è una distruzione sistematica della possibilità di dare la vita a Gaza» denuncia Ilaria Masinara, Direttrice dell’Ufficio Campagna di Amnesty International. «Le donne incinte sono state di fatto impedite a partorire, a dare vita a nuove persone a Gaza». Nel rapporto del 2026 è evidente come si intenda cancellare ogni traccia palestinese: è in atto una pulizia etnica da parte di Israele verso le comunità beduine e pastorali. «Se andiamo in Cisgiordania, nell’Area C, villaggi in cui fino a qualche anno fa vivevano persone e i bambini andavano a scuola sono ora macerie», rivela Ilaria Masinara. « Parliamo di 110 villaggi rasi al suolo negli ultimi anni, di oltre 300 avamposti israeliani sorti nel frattempo e di oltre 5mila sfollati. Israele ci sta dicendo che non deve più rimanere popolazione palestinese in quel territorio». Nelle carceri israeliane intanto continua l’impunità e i detenuti vivono in un limbo. «Un dottore arrestato e rilasciato ha raccontato di essere stato messo una stanza con le luci accese 24 ore su 24 con la musica israeliana accesa ad alto volume in modo che non potesse dormire. In un recinto vengono lanciati i cani contro i detenuti. E anche secchiate di acqua bollente» denuncia Ilaria Masinara. «Chiediamo il rilascio immediato di tutte le persone detenute. E che vengano rispettate e ragioni del diritto internazionale».

 

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