
CURARE NON È UN CRIMINE: MEDU CHIEDE LA LIBERAZIONE DEI MEDICI DI GAZA DETENUTI DA ISRAELE
MEDU lancia un appello e una petizione su change.org per la liberazione immediata dei 14 medici palestinesi attualmente al centro del ricorso davanti alla Corte Suprema israeliana e di tutti gli operatori sanitari palestinesi di Gaza detenuti illegalmente o arbitrariamente da Israele
01 Luglio 2026
6 di lettura
ASCOLTA L'ARTICOLO
«Ci rivolgiamo all’opinione pubblica e, in particolare, alla comunità medica e sanitaria, agli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, alle società scientifiche, alle reti sanitarie, agli ospedali e a tutte le professioniste e i professionisti della salute, per chiedere una presa di posizione pubblica a sostegno dell’appello di Physicians for Human Rights Israel (PHRI) per la liberazione immediata di 14 medici palestinesi attualmente al centro del ricorso davanti alla Corte Suprema israeliana e di tutti gli operatori sanitari palestinesi di Gaza detenuti illegalmente o arbitrariamente da Israele». È l’appello che ha lanciato MEDU, Curare non è un crimine, una campagna con una petizione da firmare su Change.org. Non è una questione politica, ma universale: qui si parla di diritti umani, diritti fondamentali. Questi medici non sono figure lontane. Sono professionisti che condividono con tutti gli altri medici la responsabilità della cura. In condizioni estreme, hanno continuato ad assistere feriti, malati e persone prive di alternative assistenziali. La loro detenzione non colpisce soltanto la libertà individuale di ciascuno: sottrae competenze sanitarie essenziali a una popolazione civile già privata di un accesso adeguato alle cure.
14 medici detenuti senza accuse formali
«Questi 14 medici palestinesi sono trattenuti secondo questa legge approvata da Israele, la Unlawful Combatants Law, che consente la detenzione senza processo di persone qualificate come combattenti illegali» ci spiega Alberto Barbieri, Coordinatore generale di MEDU. «Questi 14 medici sono detenuti sotto questa legge che sostanzialmente viene usata per trattenere personale sanitario senza accuse formali, sulla base di prove segrete e senza adeguate garanzie processuali, sottraendo medici essenziali a un sistema sanitario già devastato come quello palestinese, soprattutto a Gaza». Questa cosa è particolarmente grave e inaudita. «Il personale sanitario gode di protezioni specifiche nel diritto internazionale umanitario» continua. «I medici possono perdere tale protezione solo se partecipano direttamente ad atti ostili o se usano la funzione sanitaria per coprire attività militari. Secondo PHRI e molte organizzazioni per i diritti umani questa detenzione è assolutamente iniqua: Israele non ha presentato nessuna prova pubblica o accuse formali verificabili. Queste persone vengono detenute a tempo indefinito senza che la difesa possa confutare le accuse perché non le conosce. È una sorta di detenzione amministrativa militare preventiva a tempo indeterminato. Contro questo tipo di legge, che dal punto di vista del diritto presenta criticità gravissime, PHRI ha chiesto la revoca al capo di Stato Maggiore israeliano e a fine aprile ha presentato una petizione presso l’Alta Corte di Giustizia israeliana». È il classico «la mia parola contro la tua». È il classico «posso dire quello che voglio perché comando io». «Non è solo “la loro parola contro la nostra”» commenta Barbieri. «Queste persone sono detenute senza accuse formali. Ci sono elementi che non sono accessibili alla difesa. Questo accade quando viene meno lo stato di diritto: ti prendo, ti chiudo, e non ti dico di cosa sei accusato. Il diritto internazionale prevede che nessuno possa essere detenuto e condannato senza un processo equo e le garanzie giudiziarie essenziali».
Senza cure mediche, alimentazione, e torturati
Come avevamo già scritto in occasione dell’intervista con i Sanitari per Gaza, è un disegno preciso: il genocidio si perpetra anche bloccando i medici e gli infermieri, impedendo di lavorare chi può salvare le vite. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), dal 7 ottobre 2023, più di 1.000 operatori sanitari sono stati uccisi e più di 600 detenuti dalle autorità israeliane, di cui circa 200 risultano ancora in custodia. PHRI denuncia che i medici detenuti sono stati privati di cure mediche e alimentazione adeguate e sottoposti ad abusi fisici. «Le condizioni di detenzione denunciate dai medici e da tantissimi altri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane sono gravi» ci spiega il coordinatore di MEDU. «Ci sono problemi di privazione di cibo, negligenza nell’assistenza medica, violenze di vario tipo, torture. Quello che raccontano i medici ai propri avvocati sono infezioni, problemi sanitari importanti che non vengono presi in carico. Secondo PHRI le condizioni hanno causato negli ultimi due anni la morte di almeno 103 detenuti, tra cui 5 operatori sanitari».
Curare non è un crimine: non è una questione politica, ma universale
Qui non si tratta di una presa di posizione politica, come dicevamo. «Abbiamo rilanciato questa campagna rivolata a tutta l’opinione pubblica italiana, alle istituzioni ma soprattutto alla comunità medica italiana» ci spiega Barbieri. «Abbiamo scritto a tutti i presidenti degli ordini dei medici e ai presidenti delle società medico scientifiche italiane. Noi vogliamo chiamare in causa la comunità medica e sanitaria su alcuni principi fondamentali. Prima di tutto che venga presa una posizione su: la protezione del personale sanitario in contesto di conflitto; il diritto di medici detenuti ad accuse formali, garanzie processuali e accesso alla difesa; il rifiuto della criminalizzazione dell’atto medico; la tutela dell’attività medica e la sopravvivenza stessa del sistema sanitario di base che a Gaza è già gravemente compromesso. Non chiediamo alla comunità medica italiana di prendere parte nel conflitto, ma di difendere un principio universale: che nessun medico può essere detenuto senza accuse formali, senza garanzie processuali, senza possibilità di difesa. E che proteggere chi cura credo sia una responsabilità comune della professione sanitaria».
Chi sono i 14 medici
Le autorità penitenziarie israeliane ovviamente respingono tutte le accuse. Ma ci sono delle evidenze e delle testimonianze raccolte da PHRI e da altre organizzazioni internazionali che sollevano gravi e circostanziate preoccupazioni sulle condizioni di detenzione e sulle violazioni dei diritti umani subite dal personale sanitario detenuto. Nel suo appello, PHRI elenca per nome i 14 medici palestinesi seguiti direttamente dall’organizzazione e ricostruisce i passi compiuti presso le autorità israeliane per ottenerne la scarcerazione in base al Diritto Internazionale Umanitario. Sono: Dr. Mosaab Siman; Dr. Omar Amar; Dr. Ahmad Musa; Dr. Nahad Abu Taima; Dr. Medhat Abu Tabng’a; Dr. Husam Abu Safiya; Dr. Murad Alkuka; Dr. Mahmud Hallak; Dr. Hamza Abu Sabha; Dr. Ahmad Shahada; Dr. Hassan Almukayed; Dr. Raed Mahdi; Dr. Akram Abu Odeh; and Dr. Muhammad Ubaid. Nei prossimi giorni sui canali di MEDU ci sarà un focus su ognuno di loro.
I casi di Hussam Abu Safiya e Mosaab Siman
Il caso più noto è quello del dottor Hussam Abu Safiya, pediatra e direttore dell’ospedale Kamal Adwan, arrestato nel 2024, il 26 dicembre. Amnesty International ne chiede il rilascio immediato e incondizionato. Ma c’è un altro caso che ci racconta Barbieri. «Il Dr. Mosaab Siman, 27 anni, medico di medicina generale, assistente universitario, è detenuto dal 4 marzo 2024, da 2 anni» racconta. «È stato fermato mentre prestava assistenza ai pazienti all’Ospedale Nasser a Khan Younis. Ha potuto incontrare gli operatori di PHRI e come tanti altri soffre di scabbia, è arrivato ad avere ascessi sulla pelle. La scabbia, se non è curata, si infetta e provoca lesioni ascessuali molto fastidiose. Le sue richieste di assistenza sono spesso state ignorate dal personale penitenziario. E la sua è una storia di altri medici. Molti di loro sono stati arrestati mentre curavano i pazienti, mentre svolgevano le loro funzioni di medici».






