MERCOLEDÌ DELLE CENERI, FORT APACHE: «RACCONTIAMO UNA COMUNITÀ IN MASCHERA»

La regista, Valentina Esposito, ci racconta Mercoledì delle Ceneri, al Teatro Vascello a Roma dal 31 marzo al 4 aprile. La violenza di genere, il patriarcato, gli abusi sulle donne secondo la compagnia Fort Apache, realtà teatrale stabile costituita da attori ex detenuti e detenuti in misura alternativa, oggi professionisti di cinema e palcoscenico. «Volevamo raccontare l’ipocrisia della società, il suo non vedere, non sentirsi responsabile del singolo abuso, laddove prima dell’abuso c’è una cultura»

di Maurizio Ermisino

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Sappiamo da sempre quanto siano potenti il teatro e il cinema per veicolare dei messaggi e dare forza a dei concetti. In questi anni abbiamo anche imparato come possano essere un veicolo fortissimo di riabilitazione e reinserimento per chi vive e ha vissuto l’esperienza del carcere. Per questo motivo, ma non solo, è importante lo spettacolo Mercoledì delle Ceneri, della drammaturga e regista Valentina Esposito, che da martedì 31 marzo a sabato 4 aprile (da martedì a venerdì ore 21, sabato ore 19) va in scena al Teatro Vascello di Roma. Valentina Esposito è la fondatrice della Compagnia Fort Apache Cinema Teatro, l’unica realtà teatrale stabile in Italia e in Europa costituita da attori ex detenuti e detenuti in misura alternativa, che oggi sono professionisti di cinema e palcoscenico. «La Compagnia Fort Apache Cinema Teatro nasce nel 2014 dopo un intenso lavoro svolto nel penitenziario di Rebibbia, dove avevo la responsabilità del reparto G8, lunghe pene e reclusione» ci spiega. «Per anni ho lavorato nella rete delle associazioni che operano nelle carceri e ho impostato il lavoro tenendo presenti due aspetti. Da una parte, secondo i dettami costituzionali della pena, cioè il reinserimento sociale e professionale, ho cercato di fornire a queste persone i rudimenti tecnici che avrebbero permesso loro di avere prospettive professionali dopo la liberazione. Dall’altra ho sempre voluto far sì che lo strumento teatrale diventasse uno strumento di elaborazione interiore, di indagine del passato, del vissuto, capace di costruire nuove consapevolezze. Il teatro che ho sempre fatto dentro parte da questioni urgenti e, attraverso improvvisazione e contributi biografici, le trasforma narrativamente in una drammaturgia in cui in qualche modo restano invisibili. Non amo e non ho mai amato quelle forme di teatro che espongono le persone in modo scoperto. Nella drammaturgia finale, anche se c’è una ricomposizione poetica di quelle questioni, quel teatro resta agganciato alla vita. Lo spettatore sente che il soggetto è coinvolto. È teatro politico».

Fort Apache: lo sguardo dello spettatore deve essere sulla proposta artistica, non sulla provenienza degli attori

Questa esperienza è andata avanti fuori dal carcere, dove ha preso vita la compagnia Fort Apache. «Nel 2014 alcuni attori con cui avevo lavorato dentro stavano uscendo e la domanda urgente è stata “e adesso?”» ci racconta Valentina Esposito. «Fuori c’è il deserto, non c’è nulla. Molte persone sono riuscite a orientarsi come singoli individui, ma una compagnia permanente di accoglienza per coloro che volevano continuare a professionalizzarsi, produrre spettacoli, avere un orientamento al lavoro, non c’era». Ma questo è ovviamente un discorso molto più ampio, su come «tutte le attività importanti che si svolgono dentro il carcere non trovino continuità fuori», su come «non si crei mai un collegamento con le realtà di destinazione. E questo spesso è motivo di recidiva», riflette la regista. «Oggi Fort Apache Cinema Teatro è una compagnia professionale e da quest’anno i nostri progetti sono coprodotti dal Teatro Vascello. È un grande risultato perché significa uscire dal ghetto del teatro in carcere: non perché lì non ci siano bei prodotti, ma perché se dobbiamo fare inserimento vero dobbiamo uscire dallo stereotipo». Certo, stare in un vero teatro significa avere una casa, fa la differenza. «E fa la differenza lo sguardo dello spettatore, che deve essere ormai sulla proposta artistica, non sul contesto di provenienza degli attori. Altrimenti si continua a vedere sul palco il passato: non quello che sanno fare gli attori, ma quello che sono stati. È chiaro che il vissuto di ogni artista è sorgente creativa, sostegno all’interpretazione, è quello spessore che continua a innervare il teatro. Ho aperto la compagnia anche agli attori professionisti perché vuol dire creare relazioni fuori. Ma con i professionisti applico lo stesso metodo: vita e teatro dialogano continuamente».

Una storia di violenza di genere, una storia di violenza popolare

Ma l’importanza di Mercoledì delle Ceneri è nei contenuti. Lo spettacolo, prodotto dalla Compagnia, in coproduzione con La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello e con il Patrocinio della Fondazione Una Nessuna Centomila (con il sostegno di Ministero della cultura, Regione Lazio, Fondi OPM della Chiesa Valdese, in collaborazione con Artisti 7607, CAE – Città dell’Altra Economia di Roma), affronta il tema della violenza di genere e della cultura patriarcale e omertosa che la legittima, degli abusi sulle donne, dei corpi feriti fino alla negazione dell’identità. Carnevale, provincia e riti popolari fanno da cornice alla feroce interpretazione delle attrici e degli attori ex detenuti della Compagnia. Mercoledì delle Ceneri è una storia di violenza popolare. «Sono partita da riti carnevaleschi che ancora si svolgono soprattutto nell’Italia centrale, quella del sud e in Sardegna» spiega l’autrice. «Le comunità locali costruiscono enormi fantocci di cartapesta a forma di donna che vengono portati in processione, e in alcune comunità solo dagli uomini, vengono vendute all’asta alle confraternite, per poi potersi infilare nella pupazza e farla ballare. Dulcis in fundo, la pupazza viene buttata alle fiamme, come le streghe del Medioevo. Ho trovato queste ritualità teatralmente simboliche, capaci di portare sul palcoscenico immediatamente il ruolo della donna nella società, la gabbia nella quale è imprigionata. La pupazza è il centro di un ciclone di eventi in una cornice carnevalesca di una violenta festa del  martedì grasso, giornata in cui tutto è permesso per essere ipocritamente perdonato il giorno dopo, il mercoledì delle ceneri. Volevamo raccontare l’ipocrisia della società, il suo non vedere, non sentire, non sentirsi responsabile del singolo abuso, laddove prima dell’abuso c’è una cultura».

Da questa storia non esce nessuno se non ne usciamo insieme

Una cultura in cui una donna è raffigurata così detta la linea, dà un’idea che giustifica tutto il resto. «È stato un salto forte per i miei attori» commenta l’autrice. «I sex offenders vengono reclusi in reparti precauzionali, separati dagli altri. I miei attori non hanno questo tipo di passato. Ma hanno dovuto, come ogni attore uomo, confrontarsi con l’aspetto culturale, patriarcale, maschilista della nostra cultura». «Michela Murgia diceva che da questa storia falsa non esce nessuno se non ci decidiamo a uscirne insieme» continua. «Non è un problema delle donne. La rivoluzione la dobbiamo fare tutti insieme. E per i miei attori interpretare uomini maltrattanti è stato un salto enorme».

Siamo una comunità in maschera

Mercoledì delle Ceneri racconta una feroce comunità “in maschera”, che è una metafora della nostra società. «Attorno a questo grande fantoccio simbolico abbiamo costruito un Carnevale molto macabro, luttuoso, in cui tutte le maschere tradizionali sono annerite» ci spiega Valentina Esposito. «Ci sono dei fantocci in lattice disegnati dalla nostra costumista Mari Caselli e costruiti dai Gemelli Magrì, maestri degli effetti speciali del cinema (le musiche sono di Luca Novelli dei Mokadelic). Questi fantocci inizialmente sono sul carro di Carnevale come se fossero parte della mascherata. Sono dei mostri, non maschere di allegria e di festa, sono quasi dei feti non riusciti. Che poi gli attori introiettano: in una scena in cui la comunità fa finta di non vedere l’abuso che si sta compiendo, introietta fantocci che escono dal ventre deli attori, scendono dal carretto e diventano parte di noi. Il mostro è dentro di noi e può uscire nel momento in cui assumiamo questo tipo di posture».

Foto Ilaria Giorgi

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compagnia fort apacheMercoledì delle Ceneri Compagnia Fort Apache Cinema Teatro

Teatro Vascello di Roma 31 MARZO – 4 APRILE 2026 (5 repliche)
Teatro del Loto di Ferrazzano 12-13 APRILE 2026 (2 repliche)
Nuovo Teatro delle Commedie di Livorno 19 APRILE 2026 (1 replica)
Teatro del Grillo di Soverato 25 OTTOBRE 2026 (doppia replica)
Teatro Artemisio di Velletri 15-16 NOVEMBRE 2026 (2 repliche)
Teatro dell’Arca di Genova 27 NOVEMBRE 2026 (doppia replica)
Teatro Manini di Narni 22-23 OPPURE 29-30 NOVEMBRE 2026 (2 repliche)

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