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Zerocalcare: «Nei ragazzini il nazismo ha un fascino forse per reazione allo status quo»

«E se lo status quo è che vivi demmerda e non arrivi a fine mese, e un establishment che ha reso la Memoria il deposito della corona di fiori sotto a una targa e a scuola ti parcheggiano di fronte a un filmato che è sempre quello, forse c’è una reazione». A Officine Quarticciolo, Zerocalcare ha presentato Le cose semplici, che torna sul processo di Budapest. Nelle sue parole la cittadinanza e l’impegno che dovrebbe metterci chi costruisce immaginari
di Maurizio Ermisino 7
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«Qualsiasi cosa accadrà, avremo fatto ciò che era giusto». Sono parole tratte da Le cose semplici, la nuova graphic novel di Zerocalcare, presentata a Officine Quarticciolo, il festival lanciato da Bottega Quarticciolo e Momo edizioni al parco Modesto di Veglia. Tutti, sicuramente, conoscete le storie di Ilaria Salis e Maya T., arrestate a Budapest nel corso di una manifestazione di nazisti, che Zerocalcare ha raccontato nel suo libro Nel nido dei serpenti. A quella manifestazione c’era anche Gino, albanese di Pavia, anche lui incriminato. Una corte francese ha sancito che Gino può essere estradato in Germania. La sentenza definitiva verrà comunicata alla fine di settembre. Nel caso fosse confermata la decisione di consegnarlo, l’estradizione avverrebbe entro dieci giorni. Ad aggravare il tutto, c’è il fatto che Gino, in Italia da quando è bambino, a differenza dei genitori, non ha la cittadinanza italiana. Gli è stata negata per aver partecipato, molti anni fa, a un picchetto contro lo sfratto di alcune famiglie a Pavia. Le cose semplici è il sequel di Nel nido dei serpenti, continua quel discorso, ma tira in ballo anche altri temi, come la cittadinanza. Aver fatto ciò che era giusto vuol dire questo: dare luce a storie che rimangono al buio, stare sempre dalla parte degli ultimi. E, orgogliosamente e attivamente, antifascisti e antinazisti.

Germania: «Non saranno tutti nazisti però ce stanno un sacco de nazisti»

Dice di non avere una risposta, schernendosi, Zerocalcare. Invece è uno di quelli che sanno leggere in modo più raffinato i nostri tempi. Nel nido dei serpenti viaggiava nell’ex DDR abbandonata e povera, e quindi in balia delle tentazioni xenofobe di un’estrema destra mai davvero morta. Mesi dopo, abbiamo visto come questa estrema destra, che è un partito ed ha un nome, Alternative für Deutschland (AfD), abbia vinto le elezioni in Sassonia. Ma un’altra cartina di tornasole è il fatto che la Germania, formalmente molto severa sul tema de nazismo, ha anche molte contraddizioni. «Quando siamo andati in Germania tutto quello che abbiamo visto faccio difficoltà a leggerlo. Mi sembra che mi abbiano raccontato solo cazzate sulla Germania negli ultimi anni» ha spiegato Zerocalcare. «In Germania hanno carcerato un pischello di Roma perché, da ubriaco, aveva fatto il saluto romano all’Oktoberfest. La Germania per questo metteva in carcere: mi sembrava un Paese molto rigido su questa cosa. Ci siamo trovati invece in una realtà che aveva delle regole formali molto rigide, ma i cui all’interno c’era un malcontento che cresceva e che guardava direttamente al nazismo e lo faceva senza mascherarsi troppo». «Ci sono state cose che non ci immaginavamo proprio, forse perché siamo stati disattenti in questi anni», continua. «Ci sono state decine di omicidi ai danni di immigrati. Ma non gli ultimi arrivati: persone integrate con la cittadinanza, che avevano aperto attività. Il messaggio era questo: voi non sarete mai al sicuro in Germania, per quanto possiate lavorare, mandare i figli a scuola, avere la cittadinanza, non sarete mai benvenuti. Questo avveniva con la complicità di pezzi di apparati tedeschi. Nonostante da Scotland Yard dicessero che gli assassini erano neonazisti, sia i media che le forze dell’ordine indagavano sulle piste interne alla comunità dei migranti, li chiamavano “i delitti de Kebab”. Fino a che non è venuto fuori che era una banda di neonazisti e che avevano avuto copertura sia all’interno delle forze dell’ordine che degli industriali. Insomma, non saranno tutti nazisti però ce stanno un sacco de nazisti».

«I ragazzini non sono nazisti, ma quel tipo di immaginario, di emulazione in quello che vedono negli adulti, ha un suo fascino»

«A ‘sto paese prima se dicevi fascista era ‘na cosa brutta. Mo’ non gliene frega più niente a nessuno. Uno dice: vabbè è fascista però è bravo. Come a di’: e vabbè è celiaco, è un dito al c..o quando vai a magnà fori. Il nazismo invece è l’ultimo baluardo che ancora fatica a trova spazio nel mercato democratico». Diceva così Zerocalcare nella sua serie Questo mondo non mi renderà cattivo. Non solo aveva ragione, ma forse anche il nazismo non è più tabù. Giovanni De Mauro di Internazionale, presente alla serata, ha fatto notare come i nazisti siano passati dalla “patria” all’ “Europa”, con uno scivolamento del linguaggio e lo sdoganamento di parole che sembravano impossibili, da remigrazione a sostituzione etnica. Prima i partiti di destra si nascondevano, dicevano di aver chiuso con il fascismo e ora c’è una rincorsa ad essere di destra. I fascisti vanno al potere sfruttando strumenti democratici che sono a disposizione di tutti, le elezioni: ci vanno perché riescono a convincere tante persone a votarli. La riflessione di Zerocalcare non è affatto banale. «Si sono perse nell’immaginario alcune cose, alcune cose sono diventate dei meme» commenta. «Mi è capitato di entrare in un istituto minorile e di incontrare un botto di pischelli che stavano in fissa con Hitler. Ci scherzavano continuamente. Non è che questa cosa non si è mai fatta, quando ero ragazzino in quartiere facevano le svastiche senza sapere quello che voleva dire. Ma adesso c’è qualcosa che è arrivato a un livello superiore. I ragazzini non sono nazisti. Ma in qualche modo quel tipo di immaginario, di postura, di emulazione in quello che vedono negli adulti, ha un suo fascino. Forse anche per reazione di qualcosa che dall’altra parte è sembrato essere il mantenimento dello status quo. E se lo status quo è qualcosa in cui vivi demmerda e non arrivi a fine mese, ed è rappresentato anche da un establishment che poi ha reso la Memoria qualcosa di sepolcrale, per cui c’è il deposito della corona di fiori sotto a una targa e a scuola ti parcheggiano di fronte a un filmato che è sempre quello, forse c’è una reazione. In questo allora forse c’è qualcosa di ribellistico. Parlando con loro sembrava essere questo, dentro di loro non c’era la sostanza».

«Chi fa questo mestiere l’afflato lo deve mettere in opere che costruiscano un immaginario diverso»

Secondo Zerocalcare tutto questo è anche in capo a chi fa un mestiere come il suo, a chi si occupa con l’immaginario, scrittori, registi attori. Ed è sempre restio a firmare appelli, anche se a volte lo fa. «L’appello magari dice qualcosa di buon senso, ma in calce è firmato da molte persone che nella percezione delle persone normali sono lontane, non vivono le problematiche di tutti i giorni. Allora a qualcuno viene da dire: “pigliateli a casa te. È facile firmare questa cosa se poi stanno a casa nostra e non nei quartieri tuoi”. Questa cosa viene detta anche a me e abito a Rebibbia, non a Monti» spiega.  «Chi fa questo mestiere l’afflato lo deve mettere nelle opere, deve fare dei film che costruiscono intorno a quello un immaginario diverso». La storia de Le cose semplici tocca anche i temi della cittadinanza. Valentina Calderone, garante dei detenuti di Roma Capitale, ospite al Quarticciolo, riflette sul fatto che la cittadinanza abbia un percorso ad ostacoli, che ci sono dei fascicoli di polizia a cui non si ha accesso e ci sono informazioni che sono discrezionali. E possono frenare questo percorso.  Il risultato di tutto questo è che Gino, come Zaid, l’altro protagonista della storia, rischiano di finire dentro un Cpr o di tornare nel loro Paese d’origine, l’Albania e la Siria, dove di fatto non hanno mai vissuto. «Questo processo è un prisma attraverso il quale si possono guardare tantissime cose. Incrocia il tema della cittadinanza. E il fatto che le persone coinvolte sono state inserite arbitrariamente dalle procure tedesche e ungheresi in un’associazione che non esiste: la hammer band, la banda del martello» spiega Zerocalcare. «Si tratta di un nome che hanno dato la stampa e gli inquirenti: in questo processo ci sono dentro persone diverse che a volte fanno parte dello stesso collettivo, a volte non si conoscono tra loro. Se sei accusato di lesioni per cui uno ha avuto 8 giorni di prognosi è difficile che tu finisca in galera, mentre se ti inventi un reato associativo, l’associazione aumenta le pene e ti consente di essere più severo. Così queste persone sono state messe nella lista dell’amministrazione Trump, l’antifa ban, che equipara l’antifascismo al terrorismo. Questa storia, a seconda dell’aspetto su cui ci si voglia concentrare, racconta una stortura diversa da quelle che stiamo attraversando in questo momento, e dal punto di vista di tanti Paesi. Questo processo è una cartina di tornasole di tante cose che stanno succedendo. Mi sento matto a parlare di questa cosa all’infinito. Così in mezzo ci metto altre cose deprimenti in modo diverso, come la serie Netflix. Ma penso sia qualcosa su cui dobbiamo tenere i riflettori accesi».

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