
Per chi è Roma? Quale modello di città vogliamo per il futuro?
l'articolo
L’urbanistica è definita come l’arte di pianificare lo sviluppo fisico delle comunità con l’obiettivo generale di assicurare condizioni di vita e di lavoro salubri e sicure, promuovendo il benessere. L’interesse pubblico, invece, è l’interesse proprio della collettività che lo Stato e le pubbliche amministrazioni hanno il compito istituzionale di perseguire e tutelare. E fin qui, siamo alle semplici nozioni da vocabolario. Come queste poi vengano calate nella realtà quotidiana di una città complessa come Roma, in cui sono sempre meno le persone che riescono a vivere bene, che possono davvero permettersi di abitarla, di muoversi agevolmente, di accedere ai suoi servizi e di sfruttarne le opportunità, è decisamente un’altra faccenda, ben più complessa da decifrare.
«Le scelte di chi governa sono sembrate spesso ambivalenti, contraddittorie, senza un reale confronto con la città e non adeguate all’entità delle sfide»
Come è stato ricordato durante l’incontro Per chi è Roma? Il futuro della città si decide insieme, organizzato allo spazio pubblico di Via Porta Maggiore da diversi attivisti, ricercatori, comitati e associazioni tra cui Nonna Roma e Carte in Regola, la pressione del turismo e della rendita hanno trasformato nel corso degli anni interi quartieri e aree urbane. I disagi di una città spesso ingiusta, che riproduce le disuguaglianze anziché contrastarle, sono sotto gli occhi di tutti e vanno dalla gentrificazione al lusso di possedere una casa, passando per la mai risolta questione ecologica e per l’ingiustizia climatica, fino ad arrivare all’aumento dei costi e alla diminuzione progressiva degli spazi di socialità. «Le scelte di chi governa su questi temi – il pensiero degli organizzatori – sono sembrate spesso ambivalenti, contraddittorie, senza un reale confronto con la città e non adeguate all’entità delle sfide». Da qui l’esigenza di confrontarsi e analizzare la situazione a 360 gradi, proponendo una sorta di alleanza della società civile. È nato tutto da un appello sottoscritto in estate da migliaia di persone al motto “il caldo non è uguale per tutti”. Perché anche l’anomalia di certe temperature può diventare un termometro per misurare le disparità. «Dipende da dove abiti, da quanto verde c’è nel tuo quartiere, dalla qualità della tua casa, dallo spazio pubblico che hai intorno. In altre parole, dipende da come è stata progettata la città».
Celata, Università La Sapienza: «Siamo diventati drogati di grandi eventi perché con questa leva si rendono necessari solo gli investimenti privati»
Roma in un certo senso ci dimostra come la crescita dell’influenza di privati e fondi immobiliari a discapito di un autentico interesse pubblico sia una delle cause più evidenti di tutto questo. La semplificazione delle norme e delle procedure dal lato e il cambio di destinazione d’uso degli spazi dall’altro hanno creato le condizioni ideali per gli investitori, quasi sempre stranieri. Con l’occasione – la scusa? – della rigenerazione urbana, il privato è attratto e incentivato a mettere mani su interi quadranti della città, seguendo la stella polare della valorizzazione immobiliare. Oggi a Roma sono in costruzione ben venticinque studentati privati, ai quali si aggiungono sempre più alberghi di lusso in centro e residenze di pregio persino in periferia, mentre i nodi dell’edilizia popolare finiscono per essere sempre più trascurati.
Gli investimenti privati sembrano essere sempre di più il fine ultimo delle politiche, non uno strumento. Anche quando producono – direttamente e non – danni per la collettività. La domanda “per chi è Roma?” quindi non è tecnica, bensì politica nel senso più nobile del termine. Lo è quindi da una prospettiva partecipativa: chi prende parte ai processi nei quali si decide il futuro della città? Quanto vengono realmente coinvolti gli abitanti dei quartieri spesso vittime di ripartizioni calate dall’alto? Sono domande aperte che i cittadini rivolgono ai decisori politici da anni ormai. È un problema anche di democrazia quando le amministrazioni – e non vale solo per Roma – fanno ricorso in modo sempre più invasivo ai cosiddetti poteri straordinari e commissariali. E intanto, mentre i cittadini vengono del tutto o quasi esautorati, la pressione abitativa diventa insostenibile. «I fondi immobiliari non aiutano lo sviluppo, estraggono ricchezza e la portano altrove», è il punto di vista di Filippo Celata, professore ordinario in geografia economica e politica presso la Facoltà di Economia dell’Università La Sapienza. «Così prolifera l’economia di servitù, quella del turismo e delle consegne, mentre la città vivrebbe soprattutto di commercio, servizi, pubblica amministrazione, cultura e terzo settore. Dobbiamo chiederci “quali economie producono davvero valore e non semplicemente ricchezza?” Siamo diventati drogati di grandi eventi perché con questa leva si rendono necessari solo gli investimenti privati».
Giancarlo Storto, Carteinregola: «È giusto che il privato intervenga, ma la PA non può perdere la regia della pianificazione urbana e il controllo dei processi, non può diventare lo sportello che risponde al bisogno del fondo di turno»
Dall’inchiesta di Filippo Poltronieri su Roma Today emergono ad esempio 14 grandi Società di Gestione del Risparmio (SGR) attive a Roma, di cui 12 di natura privata e 2 pubbliche come CDP Real Asset di Cassa Depositi e Prestiti e Invimit SGR, società partecipata al 100% dal Ministero dell’Economia. Le più grandi trasformazioni sono evidenti tutt’ora nelle zona Tridente-Prati-Barberini, dove è in atto la riconversione degli uffici del centro in boutique hotel, in quella Eur-Laurentina-Ostiense, la cosiddetta “city direzionale”, sede delle pubbliche amministrazioni e delle multinazionali, e poi a Tiburtina-Pietralata-San Lorenzo, area dedicata per lo più agli studenti universitari. Nonostante a Roma ci siano 18 mila famiglie in attesa di alloggio popolare, le case inutilizzate del patrimonio pubblico continuano a essere vendute ai privati per realizzare strutture ricettive di vario genere. «L’urbanistica è sempre più subalterna alle ragioni dell’economia», ha spiegato anche Giancarlo Storto, ingegnere e vicepresidente di Carteinregola, già direttore generale delle Aree urbane e dell’edilizia residenziale presso il Ministero dei Lavori pubblici. «Degli investimenti legati ai grandi eventi, ad esempio, alle città non torna quasi mai niente e le periferie vengono lasciate senza interventi significativi. È giusto che il privato intervenga, ma la PA non può perdere la regia della pianificazione urbana e il controllo dei processi, non può diventare lo sportello che risponde al bisogno del fondo di turno». Alla fine, si torna sempre sul tema della tutela dell’interesse pubblico: «Come si presidia? Facendo pianificazione. La nascita e lo sviluppo di quartieri che hanno portato all’espulsione di persone che stavano peggio è legata alla speculazione», ha aggiunto Storto, secondo il quale «hanno smesso di fare politiche per l’abitare».
