
RICCARDO PALMIERI: LE EMOZIONI E LE CONTRADDIZIONI DEL SOSTEGNO A SCUOLA
Dopo più di 20 anni di carriera giornalistica il cambio di rotta: l’insegnamento di sostegno. Riccardo Palmieri insegna a Roma e ci racconta la sua esperienza di docente di sostegno, tra emozioni, soddisfazioni e contraddizioni
05 Marzo 2026
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Riccardo Palmieri ha 60 anni e vive a Roma. È al suo diciottesimo anno nel sostegno a scuola, dopo 22 anni nel giornalismo e nell’editoria. «Quest’anno il mio insegnamento diventa maggiorenne», ci scherza su. È il responsabile di sostegno e inclusione dell’istituto di istruzione superiore Evangelista Torricelli di Roma, che ha tre sedi, una centrale e due succursali. «Sono entrato nella scuola quando ero già quarantenne. Dopo tante supplenze e contratti annuali, da cinque anni sono insegnante di sostegno di ruolo, ho la cattedra a tempo indeterminato».

Palmieri, la sua vita professionale ad un certo punto ha cambiato direzione. Come è successo?
«La vocazione era lunga, evidentemente covava la passione. Sono molto contento del mio lavoro perché rappresenta un’altra parte della mia natura che si sta esprimendo. Sono abbastanza eclettico, mi annoio se sto su una cosa sola, mentre nel lavoro a scuola non ci si annoia mai. I rapporti con i ragazzi sono meravigliosi, hai a che fare con l’umanità più vera, più diretta. E hai a che fare con la verità perché con loro non ci sono sovrastrutture, non ci sono mezzi termini. Questo con tutti i ragazzi perché il docente di sostegno è innanzitutto un docente come tutti gli altri e ha a che fare con tutta la classe, quindi con tutte le relazioni che nascono e che si creano all’interno dell’istituto, tra le classi e nelle classi: il gruppo classe è un concetto ampio. Faccio 18 ore settimanali, al momento seguo due ragazzi, uno frequenta il terzo anno e l’altro il quarto, hanno 17 e 18 anni».
Come ha preso il sopravvento la vocazione per l’insegnamento?
«Ho lavorato 22 anni nel giornalismo. Ho due vocazioni, una della scrittura, dell’organizzazione editoriale, della carta stampata, delle trasmissioni radiofoniche e televisive. L’altra dell’insegnamento, ho conseguito la specializzazione polivalente per il sostegno negli anni in cui diventavo giornalista pubblicista. Ho portato avanti in parallelo queste due vocazioni. Poi per 20 anni ha preso il sopravvento il giornalismo e, lentamente, c’è stato uno spostamento sull’insegnamento. Ma qualcosa del giornalismo lo porto sempre nel mio lavoro da insegnante».
In concreto, in che modo sostiene un ragazzo nello studio?
«Il docente di sostegno fa un accompagnamento verso tutte le materie, deve sostenere la persona con qualsiasi tipo di patologia, nelle sue potenzialità, nelle sue difficoltà e nelle sue esigenze. Va fatto tutto nell’ottica dell’esigenza di un ragazzo e su tutte le discipline: bisogna conoscere, entrare nel merito degli argomenti di tutte le materie per poterle poi lavorare, semplificare, adattare alle capacità, alle abilità e alle potenzialità cognitive e psicofisiche dei ragazzi».
E finito l’orario scolastico?
«È come il giornalismo, non si smette mai, non si stacca neanche di notte. I docenti di sostegno hanno a che fare con tutte le istituzioni, anche con i progetti, i finanziamenti, la regione, il comune, con le famiglie di questi ragazzi, quando ci sono, con le case famiglie quando non ci sono, con le Asl, i centri territoriali di assistenza. Quando non c’è una famiglia del ragazzo, abbiamo un ruolo ancora più importante, dobbiamo relazionarci con i neuropsichiatri infantili, i tutori legali, gli operatori sociosanitari della casa famiglia, i volontari, i nostri ex studenti che collaborano con le case famiglia volontariamente o attraverso il servizio civile. È un bel rapporto con tutte queste figure, non stacchi quasi mai perché ti cercano come se fossi un medico, in certi casi. Però è molto bello perché c’è un rapporto con un’umanità di tutti i tipi, dal punto di vista anche antropologico sono molto coinvolto, è interessante. Si crea una grande rete di solidarietà ed è molto bello farne parte. Con alcune case famiglia abbiamo instaurato degli ottimi rapporti negli anni, infatti ci mandano i loro ragazzi e diamo loro un buon percorso scolastico. Poi alcuni ex allievi continuo a seguirli di pomeriggio, a casa, in particolare due fratelli con cui lavoro da tanti anni, sono abbastanza grandi e hanno una grave patologia, la distrofia muscolare di Duchenne. Il minore ha 26 anni, ora si sta laureando, dopo il liceo Scientifico ha proseguito iscrivendosi a Scienze naturali alla Sapienza e lo sto supportando nella scrittura della tesi. È una cosa bellissima, un’emozione condivisa. Questi ragazzi hanno un’ottima capacità intellettiva. Anche se con difficoltà, parliamo con la comunicazione verbale e utilizziamo vari strumenti e molti dispositivi. L’intelligenza artificiale è sicuramente un ottimo strumento, è molto utile per semplificare i contenuti, per elaborare riassunti, anche a livello iconografico, fotografico, per schematizzare mappe che possono essere utili nella comprensione della realtà».
Qual è la situazione degli insegnanti di sostegno a scuola secondo la sua esperienza?
«Da un lato c’è un’esigenza legata alla formazione del docente, anche in materia curriculare, sul sostegno perché di casi ce ne sono tanti, i bisogni sono diversi, molte famiglie hanno bisogno di supporto. Quindi c’è chi si specializza più di una volta. Allo stesso tempo c’è affollamento. Secondo me, andrebbe ripensata la strategia di assegnazione delle cattedre a livello ministeriale, al di là della continuità didattica. Un assegnazione che dovrebbe essere a livello regionale perché chi arriva da fuori spesso non garantisce la presenza. Ci sono fenomeni di assenze abbastanza pesanti sul sostegno: se tu hai un ragazzo che ha molto bisogno e ti assenti, crei difficoltà all’interno dell’istituto. Da quel punto di vista noi collaboriamo molto proficuamente con il Lazio che finanzia anche l’Oepac, l’Operatore Educativo per l’Autonomia e la Comunicazione, cioè l’assistenza specialistica, l’assistente alla comunicazione che si integra come figura di facilitazione, di mediazione con il docente di sostegno. Abbiamo un ottimo rapporto con le cooperative che hanno il finanziamento ed erogano il servizio di assistenza che si fonde con il nostro lavoro, che è più di didattica».
Il rapporto è con i ragazzi che segue, ma diventa rapporto con tutta la classe.
«Esattamente, si lavora con il “gruppo classe”, cioè con tutti, anche con i colleghi. Vengono sempre prima la formazione, la crescita personale e l’educazione, poi la didattica. Questo è molto importante perché prima devi stabilire un buon rapporto umano, di relazione, di empatia senza forzare le situazioni. Bisogna conoscere la persona, anche a livello psicologico lentamente entri in contatto con tante unicità, devi lavorare su quello. Poi una volta che percepisci in ogni classe qual è il clima, da come è composta, allora poi puoi pensare anche a lavorare sulle materie e sugli argomenti».
Questa professione è un po’ un’altalena tra emozioni e adrenalina?
«Nei casi più complessi o con ragazzi un po’ più difficili l’adrenalina sale, è una buona componente perché devi tenere tutto sotto controllo, contenere anche dal punto di vista fisico le esuberanze di alcune forme patologiche. Faccio un esempio, di fronte ad un ragazzo con autismo che sta in uno spettro etero aggressivo, autolesionista, bisogna lavorare anche molto fisicamente e trovare strategie, inventarsi soluzioni di come agire negli spazi per evitare i conflitti. Altro esempio, nei casi di disturbo oppositivo provocatorio, c’è un altro aspetto da contenere più verbalmente che fisicamente. La passione per questo lavoro è che ogni giorno è veramente molto diverso dall’altro e spesso ci vuole anche capacità di improvvisazione, di inventiva, sia nella didattica che nella gestione delle relazioni. Penso che abbia scelto questo lavoro proprio perché dà emozione, dà soddisfazione, anche gratificazione quando riesci a stabilire delle connessioni con le persone, con i colleghi e con i ragazzi innanzitutto».






