Alaa Faraj

A Multi 2026 la storia di Alaa Faraj, il calciatore libico accusato di essere uno scafista

Condannato per la strage di Ferragosto del 2015, Alaa Faraj ha trascorso undici anni in carcere proclamandosi innocente. Prima la grazia parziale di Mattarella, poi l’accoglimento della richiesta di revisione e la scarcerazione. La sua storia, raccontata nel libro “Perché ero ragazzo”, ha colpito l’opinione pubblica, trasformandosi in una battaglia collettiva per la giustizia
di Antonella Patete 5 MINUTI
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Cosa succede dopo il lieto fine è una domanda che ci siamo posti mille volte quando, giunti alle ultime pagine di un libro o alle scene conclusive di un film, abbiamo tirato un sospiro di sollievo per quella coppia che finalmente riesce a unirsi, per quella famiglia che si ritrova, per quel nuovo inizio che mette fine a una serie di spiacevoli vicissitudini. Sappiamo che quell’equilibrio così faticosamente conquistato non è permanente, che prima o poi si presenteranno altri inciampi e la serenità lascerà il posto a nuove ombre. Raramente immaginiamo il contrario e cioè che un finale drammatico possa trasformarsi in un lieto fine o, quanto meno, in un momento di speranza. Eppure è proprio quello che succede nella storia di Alaa Faraj, raccontata nel libro Perché ero ragazzo (Sellerio 2025), scritta dallo stesso Faraj con l’aiuto di Alessandra Sciurba. Il libro inizia in Libia e termina nel carcere dell’Ucciardone di Palermo, dove il protagonista ha scontato i primi undici anni dei trenta a cui è stato condannato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e concorso in omicidio plurimo volontario.

Dalla grazia del Presidente della Repubblica alla revisione del processo

Un epilogo tragico che fortunatamente si ribalta nei mesi successivi all’uscita del volume, quando Faraj ottiene prima la grazia parziale dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella e, successivamente, il 18 maggio, l’accoglimento dell’istanza di revisione del processo da parte della Corte d’Appello di Messina e la sospensione dell’esecuzione della pena, che gli consente di lasciare il carcere dell’Ucciardone il giorno dopo. «Ora che sono libero posso finalmente tornare a vivere la mia vita, rimasta sospesa per undici anni. Nessuno può farcela da solo, ma io ho avuto la fortuna di incontrare le persone giuste, che mettono l’umanità e la gentilezza al primo posto», ha detto Faraj, intervenendo sul palco romano di Multi Roma Viaggio alla scoperta delle culture e delle cotture che ci uniscono, accompagnato dalla stessa Sciurba.

Una traversata finita in tragedia

Nato nel 1995 a Bengasi, in Libia, Faraj ha 20 anni quando, nel 2015, decide di raggiungere l’Europa a bordo di un barcone, lasciandosi alle spalle un Paese devastato dalla guerra civile. Promessa del calcio libico, studente d’ingegneria, sceglie di affidarsi ai trafficanti dopo aver tentato invano di ottenere un visto. Messo alle strette, insieme a due amici, non senza molte esitazioni e contro il volere della famiglia, sceglie di tentare la fortuna salendo su una delle tante barche che partono nottetempo da Zuwara. È convinto di avere una possibilità su dieci di arrivare vivo sull’altra sponda del Mediterraneo, ma canali legali per raggiungere l’Europa non ce ne sono e Alaa non vuole rinunciare ai suoi sogni. Ed effettivamente la traversata finisce in tragedia perché su quella barca, dove si viaggia ammassati come sardine, muoiono 49 persone soffocate dentro la stiva in quella che i giornali chiameranno strage di Ferragosto.

Nove stentatissime testimonianze

«La condanna definitiva a 30 anni per Alaa e i suoi compagni è stata pronunciata sulla base di appena nove stentatissime testimonianze raccolte tra gli oltre 300 superstiti, che viaggiavano sul barcone», ha spiegato Alessandra Sciurba, che è docente di Filosofia del diritto all’Università di Palermo e ha conosciuto il giovane durante un laboratorio artistico all’interno del carcere dell’Ucciardone. «Queste testimonianze, mai state presentate in un dibattimento processuale nei vari gradi di giudizio, sono state tutte raccolte durante l’incidente probatorio. Inoltre, ai testimoni, che si erano contraddetti più volte, alla fine è stato chiesto solo di riconoscere le firme apposte sotto i verbali sottoscritti al momento dello sbarco, quando si trovavano ancora in stato di shock».

La colpa di essere nati in Libia

Alaa Faraj è stato condannato insieme ad altri connazionali che si erano messi in mare insieme a lui. Unici libici a bordo di una barca piena di persone provenienti dall’Africa subsahariana, su di loro potrebbe aver pesato anche il pregiudizio della nazionalità, spesso associata in maniera automatica ai trafficanti e ai loro complici. Inoltre, le prime testimonianze raccolte dalla Procura a ridosso dello sbarco sono avvenute senza l’ausilio di mediatori e provenivano da persone ancora sotto shock per la morte dei propri compagni di viaggio. E forse non è un caso che in un primo tempo la stessa Corte di Appello di Messina, pur non ammettendo la revisione del processo, a fronte della condanna a 30 anni degli imputati, consigliava di chiedere la grazia al Presidente della Repubblica, «il solo istituto», si legge «che in questi casi può consentire di ridurre lo scarto che indubbiamente esiste tra il diritto e la pena legalmente applicata alla dimensione morale della effettiva colpevolezza».

In Italia 3200 migranti accusati ingiustamente come scafisti

«Invece di colpire i veri trafficanti, che restano al sicuro sulle coste libiche, la legge sul favoreggiamento dell’immigrazione clandestina si accanisce contro chi attraversa il mare per mettersi in salvo e contro le Ong che cercano di salvare le vite», ha detto Sciurba durante l’incontro. «Questo meccanismo ha creato un buco nero che negli ultimi dieci anni, in Italia, ha portato in carcere oltre 3.200 persone detenute ingiustamente con l’accusa di essere scafisti». Al contrario, la chiusura dei canali di ingresso legali rappresenta, per la giurista, «un regalo» alle reti criminali e alimenta il traffico di esseri umani. «E nel frattempo per gestire i flussi migratori l’Italia stringe accordi con i Paesi di transito, come quello avviato con la Libia nel 2017. In questo modo lo Stato finisce per legittimare dittature e collaborare con autorità locali che agiscono in continuità con i veri trafficanti di armi, droga ed esseri umani. Mentre il sistema preferisce spendere ingenti risorse pubbliche per militarizzare le frontiere e finanziare regimi autoritari, l’apertura di canali di ingresso legali costerebbe una frazione di queste somme e sarebbe una soluzione molto più sicura ed economicamente vantaggiosa per tutti».

Libero, ma in attesa di processo

Oggi Alaa ha riconquistato la libertà, ma la sua battaglia è ancora in corso. In attesa che un nuovo processo valuti il suo caso, non si sente ancora in grado di pensare al futuro. Ha rinunciato al sogno di fare il calciatore e si è iscritto a Scienze politiche. Continua ad avere un’incrollabile fiducia nella giustizia italiana e attende con ansia il momento in cui verrà pienamente riconosciuta la sua innocenza. Ma grazie alla sua autobiografia, oggi alla sesta ristampa, la sua vicenda ha raggiunto l’opinione pubblica, uscendo dalla cerchia degli attivisti e degli addetti ai lavori. Attraverso una serie di lettere scritte alla sua mentore in un italiano appreso in carcere, dapprima incerto e poi via più sicuro e potente, Faraj offre ai lettori pagina dopo pagina una versione del suo caso chiara, convincente, eticamente irreprensibile. «Un miracolo umano e letterario», ha definito il volume Alessandra Sciurba che ha trascritto parola per parola quelle lettere scritte a penna, limitandosi ad aggiungere i punti e le virgole, senza cambiare neppure una frase. «Alaa voleva una sola cosa: essere creduto», ha precisato la docente. «E chiunque ha letto questo libro ha trovato vere le sue parole». Poi, grazie alla forte attenzione dei media e di un fitto tour di presentazioni in tutta Italia, il libro è riuscito a creare una grande comunità di persone «che hanno trovato nella storia di Alaa una ragione per lottare insieme nel modo più disarmato, gentile e radicale possibile. È questo il grande messaggio dell’opera: se non si viene lasciati soli, è possibile non arrendersi e cambiare anche le quelle cose che sembra impossibile cambiare».

Alaa FarajAlaa Faraj
Perchè ero ragazzo
Sellerio, 2026
344 pagine, 17,00 euro

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