
Islamofobia, la Comunità islamica di Roma: «Non è un fenomeno marginale»
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Uno tra i risvolti più inquietanti dell’episodio che, negli scorsi giorni, ha visto un tredicenne accoltellare la propria professoressa d’italiano alla scuola media Giovanni Verga di Centocelle, era la maglietta con cui aveva cominciato a mostrarsi su alcuni canali Telegram suprematisti negli ultimi tempi. La scritta nera TMD, che agli occhi dei più passerebbe inosservata, ha invece un significato preciso: Total Muslim Death, morte totale ai musulmani, uno slogan diffuso negli ambienti accelerazionisti della rete, che aspirano a provocare un capovolgimento radicale dell’ordine sociale. Ma anche uno slogan che, al netto di una componente forse patologica e per certi versi insondabile di malessere adolescenziale, riflette i timori della Comunità Islamica di Roma (Cir), che il 19 e 20 settembre ha tenuto a Roma il suo primo summit nazionale, dedicato quest’anno all’islamofobia: una due giorni organizzata dal Cir, ente del Terzo settore che raccoglie 24 associazioni culturali e moschee della capitale, insieme a Promus, l’associazione che dal 2024 riunisce professioniste e professionisti musulmani, per analizzare insieme a giuristi, studiosi e rappresentanti delle istituzioni il fenomeno dell’islamofobia: una discriminazione che va oltre la semplice percezione, e incide concretamente sul lavoro, sulla scuola, sull’accesso alla casa e ai servizi, sull’esercizio della libertà religiosa.
Discriminata una persona musulmana su due
I musulmani in Italia sono meno di 3 milioni, cioè circa il 5 per cento della popolazione residente, ha spiegato il sociologo Fabrizio Coccia, durante l’incontro. Eppure, secondo una rilevazione Eurispes del 2026, 6 cittadini su 10 tendono a sovrastimare la loro presenza. E le cose vanno peggio sul fronte delle discriminazioni. Un’indagine del 2024 dell’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali, condotta su 9.600 musulmani in 13 Paesi europei tra cui l’Italia, registra che circa 1 intervistato su 2 dichiara di aver subito almeno una discriminazione negli ultimi 5 anni. Tra gli ambiti maggiormente interessati figurano la ricerca e il luogo di lavoro, il mercato immobiliare e l’accesso ai servizi. Tuttavia, la stragrande maggioranza delle discriminazioni rimangono sommerse: solo il 6% delle vittime denuncia, anche per sfiducia nelle istituzioni, timore di conseguenze e difficoltà nel dimostrare il movente discriminatorio.
Amhad Vall (presidente Cir): «Non è un fenomeno marginale»
«L’islamofobia come odio indiscriminato nei confronti delle persone che praticano la religione islamica è tutt’altro che un fenomeno marginale: è una realtà che purtroppo noi vediamo e viviamo ogni giorno», ha detto a Reti Solidali Amhad Vall Ould Dah, presidente e fondatore del Cir. «Un odio che si manifesta attraverso tanti piccoli e grandi episodi quotidiani, dagli attacchi verso le donne che camminano per strada con il velo agli incendi o alle teste di maiale lasciate davanti alle sedi delle associazioni o dei centri culturali dove ci riuniamo a pregare, perché in Italia le moschee ufficialmente riconosciute sono pochissime. Riconoscere un problema è il primo passo per poterlo affrontare, e affrontarlo significa guardare a questo fenomeno con lucidità, per capire come contrastarlo prima che, come ci insegna la storia, sia troppo tardi».
Il meccanismo dell’autocensura
Eppure rilevare gli episodi di islamofobia è tutt’altro che semplice. «Spesso scatta un meccanismo di autocensura che porta le persone a non denunciare questi fatti quando li vedono o li vivono», ha commentato Vall. Per facilitare il processo di denuncia, nelle prossime settimane il Cir aprirà due sportelli, in modalità fisica e online, dove le persone potranno denunciare in “sicurezza” gli episodi di discriminazione che hanno subito in prima persona o di cui sono state testimoni. Ad accogliere le denunce un team di professionisti, che ne valuteranno le implicazioni legali e penali. «Non tutti gli esperti che hanno dato la propria disponibilità sono musulmani», precisa il presidente: «quando un diritto viene leso è un problema di tutti».
Lo sportello contro gli atti discriminatori nei confronti delle persone di fede islamica
Dei due sportelli di prossima apertura uno si occuperà delle discriminazioni nei confronti delle persone, l’altro degli atti di disturbo nei confronti dei fedeli che pregano nei centri culturali. «Solo recentemente è successo che un giudice abbia chiesto a una mediatrice culturale che svolgeva il proprio ruolo in tribunale di togliere il velo per una presunta questione di riconoscimento», ha raccontato Vall. «Eppure la mediatrice non indossava il velo integrale, il niqab, ma un velo che copriva solo i capelli, lasciando il viso perfettamente visibile. Ciononostante il magistrato ha preteso che se lo togliesse». Del resto è delle ultime ore la notizia che la presidente del Consiglio Meloni ha annunciato un provvedimento per proibire l’uso, nelle scuole, del niqab e del burqa, di fatto praticamente di scarso o nullo uso all’interno degli istituti scolastici italiani.
E quello dedicato ai fedeli che pregano in moschea
Negli ultimi mesi le moschee romane sono state più volte bersaglio di Simone Carabella, noto influencer da oltre 162mila follower su Instagram e quasi altrettanti su Facebook. Nei suoi confronti, proprio negli scorsi giorni, il Cir ha presentato alla Questura di Roma un’istanza per la valutazione di un Daspo a causa di una sequenza di interventi, riprese e provocazioni nei luoghi della comunità. «La decisione non nasce da una polemica sui social né dalle sue opinioni sull’Islam, ma da fatti che abbiamo raccolto, documentato e sottoposto alle istituzioni», hanno scritto in un comunicato. Il fatto è che più volte Carabella si sarebbe presentato nei luoghi di culto islamici, da Montesacro all’Esquilino, da Colli Albani a Centocelle, per non parlare dei mercoledì per sole donne alla Piscina di Tor Tre Teste. «Simone Carabella ha il diritto di criticare l’Islam, il Cir e le moschee», si legge ancora nel comunicato. «Ma se ritiene che una moschea commetta un illecito, deve rivolgersi alle autorità competenti. Non è compito di un privato cittadino fare il poliziotto, l’ispettore o il controllore di un’intera comunità religiosa».
L’Osservatorio contro le discriminazioni nei luoghi di lavoro
Tra le iniziative in partenza nelle prossime settimane per contrastare l’Islamofobia, c’è anche l’Osservatorio nazionale realizzato da Promus. «Avvertiamo l’esigenza di contrastare l’islamofobia intesa non in senso generico, ma come discriminazione nei confronti dei lavoratori musulmani, che siano subordinati o autonomi», ha spiegato a Reti Solidali Marwa Baktash, avvocata di diritto societario nata e cresciuta in Brianza e membro del direttivo di Promus. «All’interno della Comunità ci sono persone qualificate che subiscono comportamenti discriminatori legati all’identità religiosa durante la fase di selezione o durante il percorso lavorativo». Da qui l’idea non solo di studiare il fenomeno da un punto di vista sociologico, ma anche di monitorarlo e di prevenirlo. Ed è proprio con questo obiettivo che Promus sta lavorando a una Guida sui diritti religiosi nei luoghi di lavoro, attualmente in dirittura di arrivo, e alla creazione di un Osservatorio nazionale, che verrà inaugurato entro la fine dell’anno. «Non esistono ancora dati ufficiali», ha sottolineato Baktash. «L’intenzione è quella di raccogliere testimonianze attraverso sondaggi e incontri con le associazioni per ricavare un report prima semestrale e poi annuale da diffondere all’interno della comunità e presso le istituzioni. Insieme alla Guida, l’Osservatorio può essere davvero uno strumento utile alla prevenzione di ogni atto discriminatorio».
Immagine di copertina Dana Al-Hawitey
