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DIVENTARE FAMIGLIE AFFIDATARIE: CHE BELLO, MA CHE DIFFICILE!

DIVENTARE FAMIGLIE AFFIDATARIE: CHE BELLO, MA CHE DIFFICILE!

Le associazioni delle famiglie affidatarie giocano un ruolo chiave. Ecco due esempi di come lavorano

Dopo avervi parlato del Regolamento per l’Affido della Regione Lazio, Reti Solidali continua il viaggio nel mondo degli affidi, per capire l’esperienza delle associazioni delle famiglie affidatarie. Parlare con le associazioni significa conoscere il loro grande lavoro di supporto alle famiglie, ma anche chi sono le famiglie che si lanciano in questa avventura così bella e difficile.

Arlaf Giusi Speciale di Viterbo è stata fondata nel 1989 ed è un’associazione di famiglie affidatarie, che hanno come scopo principale quello di sostenersi a vicenda: si riuniscono in riunioni di auto e mutuo aiuto, due volte al mese, senza la presenza di operatori dei servizi sociali. «Succede che a queste riunioni partecipino anche famiglie che non sanno nulla di affido e vogliono saperne di più, o che hanno dato la disponibilità all’affido e sono in attesa di essere contattate dai servizi sociali», spiega la presidente Francesca Matta. «L’affido infatti è contagioso: si conosce una famiglia che fa affido, e si dice: perché no?» Arlaf organizza anche dei corsi di formazione e informazione, che normalmente si articolano in quattro incontri. «Nel primo si parla degli aspetti psicologici del bambino e del ruolo dei genitori affidatari, nel secondo si discutono aspetti di carattere giuridico e amministrativo», illustra la presidente. «Nel terzo incontro si dà spazio alle esperienze delle famiglie. E il quarto è dedicato agli aspetti psicologici del rapporto tra la famiglia d’origine e la famiglia affidataria».

Il Movimento Famiglie Affidatarie e Solidalidel Borgo Ragazzi Don Bosco nasce a Roma nel 2001, pensando agli adolescenti. Quando al Borgo è nata la casa famiglia, si è iniziato ad accogliere tanti adolescenti, che avevano smesso di credere nel valore della famiglia. Allo stesso tempo sono iniziate ad arrivare famiglie che chiedevano di fare qualcosa per questi ragazzi e che si sono messe a disposizione. Fino a quando hanno espresso il desiderio di impegnarsi in maniera più significativa. «A quel punto è nato il Movimento Famiglie Affidatarie Solidali per sostenere gli adolescenti», racconta la coordinatrice Daniela Fratantonio. «Nel tempo ci siamo aperti a tutti i minori del territorio di Roma. Cerchiamo di formare le famiglie all’accoglienza anche e soprattutto di ragazzi adolescenti. L’adolescente spaventa, ma quando lo si incontra, nelle sue fragilità oltre che negli atteggiamenti di opposizione e provocazione, le famiglie fanno un bel percorso. Se un ragazzo viene accolto e amato per quello che è, riesce a cambiare». «Ci lavoriamo tanto», aggiunge Daniela, «lavoriamo anche con i minori stranieri non accompagnati e, dove non riusciamo a trovare una famiglia affidataria, proviamo ad affiancare a ogni ragazzo che vive in casa famiglia, e che a 18 anni dovrà uscire, una famiglia di riferimento che lo accompagni in quelle cose in cui ancora non è competente, e lo faccia con semplicità, invitandolo la domenica a pranzo, ascoltandolo, accompagnandolo in alcuni servizi. In modo che sappia che può contare su di loro».

 

famiglie affidatarieA OGNUNO IL SUO RUOLO. Per capire come lavorano le associazioni e come vive il percorso di affido una famiglia, che decide di intraprendere questa avventura è importante capire come collaborino i vari attori di questi progetti: i servizi sociali, le famiglie e l’associazionismo. «Noi riceviamo telefonate dai servizi sociali, anche dalle assistenti sociali al di fuori del nostro distretto, perché sanno dell’esistenza nostra associazione, per chiederci se ci sono famiglie disponibili all’affido», spiega la presidente di Arlaf. «Diciamo di sì se ci sono famiglie che secondo noi sono pronte; la famiglia va al servizio, si propone, e succede che l’assistente sociale, insieme ad altre persone dell’equipe che lavora sulla famiglia d’origine, continui la loro conoscenza, fino a che ritiene di dare inizio ad un progetto di affido. Noi diamo sostegno alle famiglie anche in questa fase. Il confronto è continuo: ci sono affidi che cominciano in un mese, altri in cui l’inserimento dura sei mesi». Ma il fatto che i servizi sociali chiamino le associazioni non è affatto scontato. «I servizi si dividono in due categorie: chi fa affido e chi non fa affido», aggiunge. «Ci sono assistenti sociali che non ci credono, e da quei servizi richieste di famiglie affidatarie non ne provengono. Ci sono invece servizi attivissimi».

Non bisogna scordare che l’affidamento famigliare oggi è molto più complesso rispetto al passato e necessita una collaborazione costante tra tutti gli attori coinvolti, ognuno dei quali ha un ruolo preciso. «Nella nostra esperienza, in alcuni casi si riesce a lavorare in questo modo, altre volte è molto più difficile: mancano risorse, manca un investimento sul piano delle politiche sociali», spiega la coordinatrice del Movimento Famiglie Affidatarie Solidali. «Dobbiamo considerare che l’affido è un sistema di interventi ad elevata complessità, che necessita di modelli organizzativi rigorosi e che è necessario un tempo per progettare un affido familiare e per poterlo monitorare, e non sempre si riesce a fare questo lavoro di rete. Con il nostro Municipio, dal 2005 è attivo un protocollo di intesa che definisce gli affidi. I vari attori che lo hanno firmato svolgono ognuno il suo ruolo specifico. Questo permette di incontrarsi una volta al mese, partecipare ai tavoli interistituzionali per facilitare le segnalazioni dei minori e l’abbinamento tra minore e famiglia, e di fare un lavoro di progettazione e monitoraggio del progetto».

 

famiglie affidatarieLE FAMIGLIE AFFIDATARIE. Ma chi sono queste famiglie affidatarie? Che caratteristiche hanno, e quali sono le loro motivazioni e le loro difficoltà? Lo scenario si sta evolvendo. «Negli ultimi dieci anni si è passati da una maggioranza di famiglie affidatarie con figli propri a famiglie senza figli, che magari hanno provato la via dell’adozione», spiega Francesca Matta. «È un dato che si registra sempre più spesso, e sempre più spesso accade che gli affidi si evolvano in adozioni speciali. La legge sulla continuità affettiva ha modificato la legge 184 e favorisce la possibilità ai bambini in affidamento, se diventassero adottabili, di venire adottati. Ma non sono solo famiglie che vogliono avere un figlio. C’è in loro una grossa spinta verso l’accoglienza, non solo riferita al bambino, ma anche alla storia e alla sua famiglia».

«In genere ci sono due tipologie di famiglie», aggiunge Daniela Fratantonio. «Le prime sono le famiglie che arrivano con un bisogno: in questo caso è molto difficile seguirle: quello che facciamo è aiutarle a fare chiarezza su questo bisogno, e quando emerge che è un forte bisogno di genitorialità, spesso le accompagniamo verso il percorso dell’adozione. Altre famiglie si avvicinano con un desiderio di accoglienza e solidarietà familiare, e noi lavoriamo in particolare con questo tipo di famiglie: insieme a loro tracciamo dei percorsi per prendere consapevolezza dei propri limiti e delle proprie risorse, e di definire la propria disponibilità all’affido. Non tutte le famiglie possono fare tutto e noi le aiutiamo a costruire un proprio senso del limite, a dire di no a situazioni troppo faticose».

Ma esiste una sorta di famiglia ideale a cui affidare i minori? «La legge dice preferibilmente famiglie con figli», risponde la presidente di ARLAF. «Ma in alcune occasioni i figli possono diventare una complicazione, soprattutto quando parliamo di affidi di preadolescenti o adolescenti, o bambini che hanno un vissuto difficile. Non mi sento di dire che la famiglia ideale è quella con figli. Ci sono affidi che funzionano benissimo fatti da single. Anche perché purtroppo le coppie sono sempre più fragili, e l’affido può mettere a dura prova anche la coppia». «Le famiglie ideali non esistono», ragiona la coordinatrice dell’associazione del Borgo Don Bosco. «Per noi la famiglia ideale è quella che ha un desiderio genuino di accoglienza, disponibile a fare spazio a un bambino o un ragazzo, che ha bisogno di essere accolto e amato come un figlio, famiglie normali, ma capaci di modificare i propri equilibri esistenti e a costruirne nuovi. Famiglie che sanno mettersi in rete e chiedere aiuto».

 

famiglie affidatarieQUALI SONO LE DIFFICOLTÀ? Ma quali sono le difficoltà principali che si riscontrano più spesso durante un percorso di affido? «Per la famiglia affidataria è curare le origini di questo bambino», risponde Francesca Matta. «Tenere ben presente che ha una mamma, un papà, altri fratelli; entrare nell’ottica di essere una famiglia di scorta rispetto alla famiglia naturale. Un affido sine die che non si conclude con un ritorno in famiglia non è un affido fallito, ma denota che il progetto che prevedeva il recupero della famiglia non è andato a buon fine».

«La cosa più delicata è l’abbinamento: riuscire a trovare la famiglia che meglio di ogni altra possa rispondere ai bisogni che il bambino porta». ragiona Daniela Fratantonio. «La seconda è il sostegno: la famiglia affidataria da sola non ce la può fare. La famiglia ha bisogno di essere supportata non solo dalle associazioni, ma da tutti gli attori. Spesso si pensa che collocando un bambino in una famiglia affidataria, la famiglia risolva miracolosamente tutti i suoi problemi. Sicuramente svolge un lavoro importantissimo, al minore offre un ambiente sereno, ma non può intervenire in altri ambiti dove è necessario un intervento specialistico. Spesso il minore ha bisogno di seguire un percorso di psicoterapia, logopedia, a volte i servizi sono inesistenti o i tempi di attesa troppo lunghi». Con i servizi sanitari, spesso, le famiglie si trovano proprio di fronte a problemi di carattere burocratico.

«Spesso il bambino ha la residenza in un comune e le famiglie affidatarie sono in un altro comune, e il servizio di competenza di quel comune ha difficoltà a garantire determinati servizi a un bambino che proviene da un’altra provincia», spiega la presidente di ARLAF.

Parlando di situazioni delicate come queste ci è venuto in mente un’altra difficoltà. Il rischio di affezionarsi al minore, e soffrire il ritorno alla famiglia d’origine. Ma affezionarsi è un rischio da correre? «O sei disposto ad affezionarti o non devi fare affido» ci risponde Francesca Matta. «Tu devi pensare che è tuo figlio, un figlio che ha genitori naturali, e tu sei un genitore in più, quello dell’emergenza, quello che lo accompagnerà nell’autonomia».

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Maurizio Ermisino
Maurizio Ermisino

Curioso fin da piccolo, è sempre stato attratto da tutto ciò che è immagine in movimento e suono elettrico. In due parole: cinema e rock. In un master ha incontrato le altre due passioni della sua vita: Chiara e il sociale. Oggi si occupa della comunicazione del progetto Well-Fare | Tra mediazione e comunità, costruire il welfare locale. http://www.well-farecomunita.it/

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