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CI PROVO? CI PROVO! FARE VOLONTARIATO È BELLO PERCHÈ È NORMALE

CI PROVO? CI PROVO! FARE VOLONTARIATO È BELLO PERCHÈ È NORMALE

La naturalezza di diventare volontari nella testimonianza di Rafeda, cittadina d'Italia e del mondo, che a Tor Pignattara aiuta i bambini a fare i compiti.

Sei già pronta per la partenza? «Abbastanza… non è che me la senta tanto… Io comunque vado, poi se proprio non mi trovo, torno: anche se ho degli amici lì, io sono romana». Rafeda Rokshana Amin, 18 anni, ultimo anno dell’Istituto Alberghiero, la voglia di iniziare l’università, italiana di seconda generazione, è in partenza, con la famiglia, per l’Inghilterra. Non è proprio entusiasta: sa che l’Inghilterra è un Paese che può dare più prospettive dell’Italia, ma è faticoso pensare di affrontare una nuova casa, nuovi amici, un nuovo inserimento in un sistema scolastico diverso… Per fortuna che almeno la lingua la conosce già.

Sentiranno la sua mancanza i volontari e i bambini che frequentano il Centro Semina, a Tor Pignattara, dell’associazione Nessun Luogo è Lontano, dove Rafeda fa volontariato. La sua è una storia semplice – o almeno è semplice come la racconta lei -, di quelle che però ti fanno capire come i valori e la voglia di aiutare gli altri possono essere contagiosi.

Perché non provarci?

«Da piccola andavo a fare i compiti al Centro Semina: c’erano alcuni volontari giovani che ci aiutavano. Li guardavo e pensavo: deve essere bello finire, prima o poi, di vivere questa fase da studente e passare tra quelli che ci aiutano». In fondo, crescere è anche questo: passare dall’altra parte. «Già allora c’era un problema, che c’è anche oggi: la difficoltà per i volontari di interagire con i genitori, che non parlavano italiano. Ho pensato che io avrei potuto aiutare anche loro, i genitori, a risolvere un po’ di problemi. E allora, perché non provarci?».

associazione nessun luogo è lontano
Rafeda, volontaria a Nessun Luogo È Lontano

E infatti ci ha provato. Il primo giorno è stato un po’ così. Rafeda ricorda che i bambini pensavano che lei fosse lì per fare i compiti, come loro, e non la consideravano. Ma appena gli è stato spiegato che era una volontaria e che li avrebbe aiutati,  l’hanno subito accettata, anzi hanno cominciata a cercarla: perché era giovane, perché era solare, perché sapeva come prenderli, o forse perché era vestita come le loro mamme e questo li rassicurava… «Mi sono sentita apprezzata», commenta, «mi sembrava strano che un ragazzino volesse fare i compiti con me».

D’altra parte per lei l’esperienza non era del tutto nuova. «Io a casa già aiutavo un bambini in difficoltà. Ma al centro Semina c’era la dimensione del gruppo, che mi piaceva. Se il bambino è uno solo, dopo un po’ anche lui perde interesse, invece quando sono in gruppo c’è anche un’atmosfera di gioco, di festa, che magari a volte non è facilissima da gestire, ma che rende tutto più facile».

Una storia di restituzione

Anche gli altri volontari, per quanto più avanti di età, l’hanno accettata subito. «Io sono una che chiacchiera pure troppo», spiega, «e non ho problemi a rompere il ghiaccio. Qualche cosa in comune del resto ce l’avevamo: il desiderio di essere di aiuto, di riuscire a far capire una cosa nuova… A volte noi stessi avevamo difficoltà a capire e spiegare certi compiti. Mi è capitato un giorno in cui un bambino, che neanche parlava italiano, doveva fare un esercizio di grammatica, che però neanche io capivo. Ho provato a chiedere a qualche altro volontario, che però era spiazzato quanto me. Allora mi sono consolata…». L’idea è semplice: io ci provo ad aiutare, poi se non ci riesco, ce la caveremo. Ma se siamo insieme ce la caviamo meglio.

La testimonianza di Rafeda è una piccola storia di restituzione: cerchi aiuto per i compiti, ma mentre ti aiutano a fare un esercizio capisci che ognuno di noi ha delle responsabilità nei confronti degli altri. E che restituire quando hai avuto è bello. Anche se non per tutti è così: impegnarsi gratuitamente non è molto attraente, soprattutto a 18 anni, quando semmai vorresti fare qualche lavoretto, per pagarti l’università. «Ma mi piace l’idea di poter aiutare, anche con poco», conclude Rafeda.

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