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GIUSTIZIA MINORILE: SERVE PIÙ TERRITORIO E PIÙ CULTURA, PER I RAGAZZI CHE SBAGLIANO

GIUSTIZIA MINORILE: SERVE PIÙ TERRITORIO E PIÙ CULTURA, PER I RAGAZZI CHE SBAGLIANO

Con il nuovo ordinamento si sono fatti passi avanti, ma ci sono ancora molti punti critici da risolvere, tra cui lavoro, formazione e politiche sociali

Con il decreto n° 121 del 2 ottobre 2018 è entrato in vigore il nuovo ordinamento che disciplina l’esecuzione delle pene nei confronti di condannati minorenni. Un regolamento atteso dal 2016, quando il Consiglio d’Europa, con una direttiva, sollecitò il nostro Paese a garantire un giusto processo per i minori, con una particolare garanzia dei loro diritti.

Secondo l’ultimo rapporto sulla giustizia minorile Ragazzi Dentro, pubblicato nel 2017 dall’associazione Antigone, in Italia sono attivi 16 Istituti Penali Minorili (IPM) che in tutto accolgono circa 500 ragazzi. Non solo minori di 18 anni ma anche “giovani adulti” fino ai 25 anni (rappresentano il 58% delle presenze totali). Ciò accade perché molti di loro sono costretti ad attendere la fine del processo e una volta stabilita la condanna, se il reato è stato commesso da minorenne, questo dovrà essere scontato all’interno di un IPM.

 

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Fonte: Associazione Antigone

LE MISURE DI COMUNITÀ. Uno dei capisaldi della riforma della giustizia minorile è il considerare il carcere l’extrema ratio tra le diverse misure detentive, da applicare soltanto quando «c’è il rischio che il minore possa sottrarsi allo sconto della pena o possa commettere nell’immediato altri reati». In questa direzione, il decreto sistematizza le cosiddette “misure penali di comunità”, come l’affidamento di prova al servizio sociale (o alla detenzione domiciliare), la detenzione domiciliare e la semilibertà. Fortunatamente questo tipo di luoghi alternativi, che limitano la libertà del minore, ma hanno un impatto meno aggressivo rispetto alla cella, coinvolgono più del triplo dei ragazzi ospitati negli istituti penali, un importante patrimonio di comunità ministeriali e private che offrono ai ragazzi percorsi diversi da quelli di provenienza.

«Ci si aspettava decisamente di più, anche se alcuni passi in avanti sono stati fatti», afferma Susanna Marietti, coordinatrice dell’Osservatorio minori di Antigone. «La delega parlamentare è stata disattesa in punti fondamentali, quale quello che prevedeva l’eliminazione di ogni automatismo nel negare l’accesso ai benefici penitenziari. È bene comunque che adesso, a oltre quarant’anni dal vecchio ordinamento, si abbiano norme specifiche per le carceri minorili. Non è pensabile di gestire dei ragazzi con le stesse modalità di gestione degli adulti».

 

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Fonte: Associazione Antigone

LA GIUSTIZIA RIPARATIVA. A inserirsi nel dibattito è stata anche l’Autorità Garante dell’Infanzia, Filomena Albano, che recentemente ha interpellato Governo e Parlamento con una serie di raccomandazioni in materia di mediazione penale e giustizia riparativa per reati commessi dai minori. «Il sistema penale classico», afferma la Garante, «guarda al passato perché ricostruisce il reato e produce prove che il giudice utilizza per emettere la sentenza. In tal modo cristallizza fatti e ruoli. Cristallizza persone. Il percorso di giustizia riparativa guarda al futuro, restituisce alle persone coinvolte il senso della propria dignità e unicità, rimettendo in moto la loro storia».

La riformadella giustizia minorile predilige, quindi, percorsi di giustizia riparativa che favoriscano la responsabilizzazione del minore che ha commesso il reato proponendogli percorsi di istruzione e di formazione professionale (anche da svolgersi all’esterno della struttura). Azioni urgenti anche per evitare eventi critici causati dalla condizione detentiva: solo nel 2017, presso l’istituto minorile di Casal del Marmo a Roma su 56 detenuti presenti si sono verificati due tentativi di suicidio, 38 di autolesionismo, 25 di azione violenta e 2 di evasione. «I ragazzi che incrociano il circuito penale provengono già, nella stragrande maggioranza dei casi, da situazione di precedente emarginazione sociale», prosegue Marietti, «il periodo di detenzione non fa che accentuare la frattura con il mondo esterno, rendendo poi ancor più faticosa la ricomposizione. Il carcere, inoltre, è un’esperienza in sé assai pesante, ancor più per una personalità in evoluzione».

 

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Fonte: Associazione Antigone

I MINORI NON ACCOMPAGNATI. Un altro dei punti critici è la numerosa presenza di minori stranieri non accompagnati (MSNA) all’interno degli IPM, il 44% del totale. Sia per le condizioni di vita, sia per i contesti di provenienza, ma soprattutto per via delle relazioni con la famiglia e la comunità territoriale di riferimento, appare chiaro come il percorso giudiziario risulta molto più complesso per questa tipologia di minori.

Sempre il rapporto di Antigone mette in luce come nel solo IPM di Catania, l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina è stata contestata a 7 ragazzi nel 2012, a 9 nel 2013, a 15 nel 2014, a 9 nel 2015, a 12 nel 2016. Chi sta a contatto con loro, in primis gli stessi direttori degli istituti, però, si pone la domanda se siano realmente minori scafisti o siano due volte vittime: ciò che accade spesso è che questi minori siano vittime dei veri scafisti che impongono loro di tenere il timone sull’imbarcazione o di distribuire l’acqua ai compagni di viaggio. Arrivati in Italia basta la testimonianza di qualcuno dei compagni per far scattare l’accusa di essere trafficanti di uomini. Non avendo risorse economiche per affidarsi ad un difensore di fiducia, viene assegnato loro uno d’ufficio, ma in carenza di mediatori culturali o assistenti sociali competenti, con difficoltà il minore straniero partecipa e comprende le diverse fasi processuali.

 

I PUNTI DA RISOLVERE. La riforma della giustizia minorile, attesa in Italia da oltre quarant’anni, ha recepito molte delle proposte lanciate dalle associazioni del settore tra cui anche l’adozione di un “criterio di gradualità” per la scelta della misura da adottare.

Ma ci sono ancora molti punti critici da risolvere. Li elenca Marietti: «Un grande raccordo con il territorio, capace di creare reali e non paternalistiche opportunità lavorative e formative. Un potenziamento estremo dell’istruzione e dell’offerta culturale, convinti che la cultura è il primo e più potente strumento di emancipazione dalla vita criminale. Politiche sociali capaci di offrire ai ragazzi privi di ogni relazione, primi tra tutti gli stranieri, le stesse opportunità degli altri nell’accedere alle alternative alla detenzione».

 

Se avete correzioni o suggerimenti da proporci, scrivete a comunicazione@cesv.org

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Ermanno Giuca
Ermanno Giuca

27 anni, laureato in scienze della comunicazione sociale. Ho collaborato come redattore e video-maker con diverse realtà non-profit tra cui la FIDAS (Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue) e "Salesiani per il sociale" in cui attualmente curo la comunicazione web

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