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il gioco non si arresta

PROGETTAZIONE PARTECIPATA: IL GIOCO NON SI ARRESTA

PROGETTAZIONE PARTECIPATA: IL GIOCO NON SI ARRESTA

Il libro di Laura Moretti e Viviana Petrucci racconta la progettazione partecipata. «Perché un bambino altrimenti chiede sempre un parco giochi perché crede che sia tutto quello che gli spetta»

L’Articolo 3  della Costituzione dice che «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge» e che «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli (..) che impediscono (…) l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione economica, politica e sociale del paese». C’è una categoria che, anche se non rientra nei lavoratori, è esclusa da ogni progetto decisionale, ed è quella dei bambini. Loro non votano, non possono dire la loro. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, ed è fatto di città che sono tutto tranne che a misura di bambino. C’è un processo che permette ai bambini, per una volta, di essere protagonisti: è la “progettazione partecipata”, una pratica nata verso la fine degli anni Ottanta, che prende vita nelle scuole, in laboratori in cui i ragazzi lavorano con architetti, educatori e insegnanti per cominciare a creare il mondo che vorrebbero. Di alcune esperienze parla ora un libro, “Il gioco non si arresta – Pratiche di progettazione partecipata per il diritto alla città di bambini e ragazzi” (Gangemi Editore) di Laura Moretti e Viviana Petrucci, un’educatrice interculturale e un architetto, che da anni lavorano in questo campo.

La progettazione partecipata è educazione, senso civico e di appartenenza

“Il gioco non si arresta” raccoglie alcune esperienze di progettazione partecipata. La prima risale al 2007, nel rione Monti (il progetto si chiama Smonti e riMonti). È nato come un vero e proprio «Forum dei bambini e delle bambine del rione Monti». I bambini hanno «smontato» idealmente il rione Monti, appiccicando una serie di fogli con la scritta «smontato», e il perché quell’oggetto – segnali stradali, motorini – andava tolto dalla strada. In quel posto mancava il verde, lo spazio per giocare.

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“Smonti e riMonti”, esperienza di progettazione partecipata al rione Monti. Immagine tratta dal libro

Poi si è passati alla seconda fase, «Il quartiere che vorrei», in cui i bambini hanno ridisegnato il rione. Con mappe, poi con cartoni, colori e pennelli, creando una mostra con le loro idee. Il tutto è stato racchiuso in una lettera con alcune richieste all’allora assessore all’urbanistica della giunta Veltroni. I politici hanno promesso di rimettere a posto Via Frangipane secondo le loro richieste. Poi tutto è finito nel nulla.
Sono passati nove anni e uno di quei bambini, Raoul Nuccetelli, oggi è diventato uno studente di ingegneria. Lo abbiamo incontrato alla presentazione del libro. «Nel mio quartiere in dieci anni è cambiato poco e niente, anzi la situazione è peggiorata», ci ha raccontato. «Si può dare la colpa al quartiere, che è vicino a molti monumenti e fa gola a molte persone. E i bambini vengono dimenticati». L’iniziativa del 2007 voleva dare degli strumenti ai bambini, il kit per provare a mettere a posto il quartiere. «Ma il progetto non è fallito», ci tiene a dire Raoul. «Conta l’idea che i bambini possano dire la loro. Avevamo individuato in Via Frangipane, sotto la nostra scuola, piena di motorini e di escrementi di cane, un luogo da far diventare nostro. E avevamo proposto il progetto all’assessore. La mancanza del passo successivo non implica il fallimento del progetto. Perché in quei bambini si è instaurato un senso civico, un’educazione, il fatto di sentire la città propria».

Il gioco non si arresta: un manuale, un romanzo di avventura, un programma di governo

Un altro caso è quello del “Salotto dei sogni”, uno spazio relax nato più recentemente (era il 2012) a Centocelle, in un’area verde dell’Istituto omnicomprensivo di via dei Sesami, nell’ambito del laboratorio di progettazione partecipata “La linea verde”, per Cittadinanza Solidale, un progetto di mediazione sociale nato per l’allora Municipio VII (ora V) di Roma. I ragazzi delle scuole medie hanno scelto una parte del cortile della scuola, e, durante un processo durato tutto l’anno scolastico, hanno iniziato a immaginarlo e progettarlo secondo i loro bisogni e i loro desideri.

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Il divano in legno colorato fatto dai ragazzi dell’Istituto omnicomprensivo di via dei Sesami, durante il laboratorio di progettazione partecipata “La linea verde”. Immagine tratta da “Il gioco non si arresta”

È stato un percorso dove è stato importante capire il loro rapporto con quello spazio, ascoltare i propri sensi per capire i propri bisogni. Parallelamente a questo percorso, i ragazzi hanno studiato i grandi dell’architettura, da Bruno Munari a Riccardo Dalisi, da Enzo Mari a Hundertwasser e Gaudì. Hanno scelto i materiali, tutti di riciclo, e hanno deciso che forma dare loro: una bellissima seduta, una grande divano in legno dai mille colori, e poi un tavolo rotondo in legno, e un cestino per i rifiuti realizzato con dei vecchi copertoni. Dopo aver seguito da vicino i lavori qualche anno fa, dal libro abbiamo appreso che il “Salotto dei sogni” è ancora lì. E che soprattutto ha trasformato un cortile in uno spazio aperto e frequentabile, anche in orario extrascolastico, un luogo che permette alla scuola di aprirsi al mondo esterno, e al mondo di entrare nella scuola. Per un’esperienza, come quella di Monti, che lascia un po’ l’amaro in bocca, ecco l’altro lato della medaglia, il lieto fine.
Parliamo di lieto fine perché, come ha detto Walter Tocci, Senatore della Repubblica in occasione delle presentazione di “Il gioco non si arresta”, «possiamo vederlo come un manuale, ma anche come un romanzo di avventura, o come un programma di governo”. «È un manuale perché prevede una metodologia, ben precisa, ma che si può applicare in mondi diversi» ha spiegato il Senatore. «È un romanzo d’avventura, inizia con una citazione de “I ragazzi della via Pal”, e arriva a un finale, nel caso del rione Monti, quando il progetto dei bambini non viene fatto dall’amministrazione comunale. Se lo leggessimo come programma di governo, dovremmo riflettere sul fatto che negli ultimi anni nei programmi c’è sempre stato un capitolo sui diritti dei bambini. Non dovrebbe essere un capitolo, ma il cuore del programma. I politici hanno preso a citare lo slogan: una città a misura di bambini è una città a misura di tutti i cittadini. Ma se accettiamo queste cose,  e vogliamo delle città a misura di bambini, dobbiamo rivedere tutti i programmi di governo».

Autocostruzione. Oltre il parco dei bambini-criceto

La città è questo il luogo dove oggi ci muoviamo, lo spazio da ripensare, da riaffidare ai bambini. «Città e territori possono essere spazi educanti o diseducanti», commenta Laura Moretti, una delle autrici di “Il gioco non si arresta”. «Si pensa che se una città è così, così rimane, che la città sia fatta per le macchine. La città, in qualsiasi territorio siamo stati, è diseducante, e profondamente escludente. E i bambini, essendo esclusi dai processi decisionali, sono un simbolo di altre categorie di esclusi, come i migranti. La scuola in questo ha un grandissimo compito, quello di diventare la rete di una serie di relazioni territoriali.

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I ragazzi all’opera mentre realizzano un cestino per i rifiuti con vecchi copertoni. Immagine tratta dal libro

Questa è fondamentale per attivare tutti i processi di cui parliamo nel libro». «Alcuni si dimenticano che ogni gesto architettonico condiziona la nostra vita», aggiunge Viviana Petrucci, l’altra autrice. «Pensiamo alla segnaletica, i segnali sembrano lanciati a caso, appaiono dappertutto. Bastano piccoli gesti per cambiare le cose. Partiamo da un piccolo gesto. Poi al resto ci pensiamo noi».  «I bambini chiedono autonomia, avventura», spiega Annalisa Pecoriello, architetto. «Ma non possono andare a scuola da soli, né gli spazi per i bambini sono cambiati. Siamo ancora agli spazi gioco per bambini-criceto. Rispetto al lavoro sui diritti naturali dei bambini, il diritto a sporcarsi, a giocare con l’acqua, vi sembra che la cultura delle mamme abbia fatto un passo avanti?» Qualcosa, però è cambiato, sono nate della associazioni. Una di questi è CantieriComuni, associazione che accompagna processi partecipativi di educazione permanente, di progettazione partecipata di spazi pubblici, di auto-recupero e autocostruzione. Anche se fare autocostruzione è difficile, e serve aggirare tutta una serie di norme per portare delle cose in luoghi pubblici. «Con la progettazione partecipata si è fatto un grande lavoro per far emergere qualcosa di diverso», conclude Pecoriello. «Perché un bambino altrimenti chiede sempre un parco giochi perché crede che sia tutto quello che gli spetta».

 

il gioco non si arresta“Il gioco non si arresta”
Pratiche di progettazione partecipata per il diritto alla città di bambini e ragazzi
Laura Moretti, Viviana Petrucci
Gangemi Editore, 2015
Pp. 80, € 20.00

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Maurizio Ermisino
Maurizio Ermisino

Curioso fin da piccolo, è sempre stato attratto da tutto ciò che è immagine in movimento e suono elettrico. In due parole: cinema e rock. In un master ha incontrato le altre due passioni della sua vita: Chiara e il sociale. Oggi si occupa della comunicazione del progetto Well-Fare | Tra mediazione e comunità, costruire il welfare locale. http://www.well-farecomunita.it/

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