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NO, IL DIABETE NON È UNA CONDIZIONE, MA UNA MALATTIA

NO, IL DIABETE NON È UNA CONDIZIONE, MA UNA MALATTIA

Così la protagonista de “L’altra sete” di Alice Torriani. Un libro che, con intelligenza e ironia, ci parla di un male. E anche di un’intera generazione

copertina«Bucati il polpastrello nella borsetta, non se ne accorgerà nessuno. Bevi il succo di frutta come se niente fosse, non svenire. Resisti, sii forte. Inserisci l’ago nella pelle mentre sei seduto al ristorante e tutti parlano, lascia che sembri un atto banale, come grattarsi un fianco. Camuffa, menti, non si accorgeranno che sei uno di noi. Oppure, più semplicemente, lascia che ci scoprano». È un passo de “L’altra sete” (Fandango Libri 2014), il romanzo d’esordio di Alice Torriani, classe 1984, attrice diplomata all’Accademia d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano e con esperienza al fianco di Gabriele Lavia e Franca Valeri. La sua protagonista si chiama Alice, ed è diabetica come lei. Ma l’autrice non scrive un’autobiografia, quanto piuttosto un viaggio interiore all’interno di quella che i medici definiscono una “condizione”, forse per nascondere l’ennesimo problema come la nostra società è solita fare. E invece è una malattia. Qualcosa che rende diversi, che fa venire voglia di nascondersi, come dicono le parole qui sopra. Alice Torriani, che abbiamo raggiunto al telefono, ci è sembrata davvero una bella persona, limpida, fiera, consapevole. Una trentenne che qui ci racconta anche la sua generazione, frenetica e disillusa. Lei ne fa parte. Ma non ha perso assolutamente la voglia di lottare.

Da dove arriva la storia de “L’altra sete”?
«La storia è venuta a me, mi è comparsa, mi sono comparse delle parole nel sonno. E da lì ho iniziato a scrivere. Il mio libro iniziava con queste quattro frasi. Non avevo una struttura: sono partita a scrivere, a mettere per iscritto una voce che sentivo dentro di me. Io dico che sono stata scritta dal libro. Io sono diabetica, e la cosa che mi ha sempre colpito è che secondo alcune persone non c’è una causa genetica per cui si sviluppa la malattia, qualcuno se la ritrova senza sapere bene perché. Mi sono documentata, e ho appreso che in casi di guerra il diabete aumenta del cinquanta per cento nella popolazione. Pare che un trauma possa anticipare la venuta del diabete in caso di predisposizione. Mi ha sempre affascinato la possibilità che il tuo corpo risponda a qualcosa che la psiche non riesce a interpretare».

Che luogo, e che sensazione è, una clinica per una ragazza di 27 anni?
«La clinica del libro potrebbe essere anche un luogo immaginato. C’è un discorso di un dentro e di un fuori: nella prima parte lo spazio della clinica corrisponde anche all’interno di Alice. C’è Alice con le sue visioni, con i suoi pensieri. Anche la seconda parte del libro è l’interno, ma è molto più proiettato verso l’esterno: Alice esce dalla clinica, ed esce anche dal magma di se stessa in cui è rimasta incastrata. Nella clinica è tutto bianco: nel bianco non si distingue più niente, è tutto uguale e lei non riesce a trovare un appiglio, qualcosa che abbia dei contorni definiti».

“Il diabete non è una malattia. È una condizione” dicono i medici. Qual è il senso di questa affermazione?
«È un modo medico, un nome edulcorato per definire il diabete. È quello che la società dice, il nome socialmente accettabile, il nome istituzionale. Alice, che è la controparte, il personaggio della verità che passa attraverso il dolore, risponde: questa non è una condizione, questa si chiama malattia. La sta sperimentando sulla sua pelle, e può dare il vero nome alle cose. È il modo di fare finta che le cose non ci siano. Non c’è l’omosessualità, non c’è la malattia, non c’è la povertà, non c’è la crisi. Invece ci sono».

Malattia o condizione, è qualcosa che fa sentire diversi? Le parole sul camuffarsi sembra suggerire questo….
«Sì, ma a maggior ragione perché è una condizione silenziosa, non è una malattia che ti rende inabile visibilmente, ma ti rende inabile da altri punti di vista. Ti rende emotivamente meno abile. Perché comunque ti mette a confronto con situazioni di disagio che non sono facilmente affrontabili. Ormai si può affrontare tutto con questa malattia. Però… c’è sempre un però, sempre un po’ di fatica in più».

Il racconto diventa ritratto di una generazione. Che generazione è quella che ha raccontato?
«Nella sinossi del libro, che ha scritto la mia editor, si parla di “apatica frenesia”. Rileggendola mi chiedevo cosa volesse dire. Ho capito che è la definizione giusta: siamo una generazione frenetica, agitata, perché siamo come una pentola a pressione che non ha il pertugio di uscita, non lo troviamo nella società in cui viviamo. È come se noi trentenni investissimo una vita in qualcosa che non potrà mai accadere. È come avere molte armi ma non poter combattere nulla».

Che idea si è fatta rispetto al diabete? Come si rapporta la sanità con questo problema? E come lavora il mondo di associazioni che si è formato intorno al diabete?
«Le associazioni ci sono, sono molte, e sono molto attive. Io ho fatto diversi campi con i diabetici, sostenuti dalle associazioni. C’è una comunicazione molto forte, ci sono molte pagine su Facebook, il portale Diabete.net, dove ci si può confrontare. Nel nostro paese siamo in una situazione molto buona, anche se sento di alcuni casi, soprattutto nel Sud, dove l’informazione manca. Ma siamo un paese privilegiato, in America la mutua non passa i medicinali, qui possiamo sperimentare cose senza pagare un’infinità. A proposito dei social network, le pagine sono importantissime, ma a volte il rischio è che il diabete possa essere un alibi: può essere rischioso chiudersi all’interno di una comunità. Forse bisognerebbe cercare di aprirsi verso l’esterno, verso quel mondo in cui non ci sentiamo normali, e capire che invece lo siamo perfettamente».

L’ironia con cui scrive è una chiave per vivere un problema come questo?
«È l’unica via d’uscita. La condizione c’è. Aggiungere pessimismo e tristezza non fa che renderla più negativa. Se invece proviamo a porci con un occhio e un filtro d’ironia, o di leggerezza, ci rendiamo conto che ce l’abbiamo lo stesso, ma pesa un po’ meno».

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Maurizio Ermisino
Maurizio Ermisino

Curioso fin da piccolo, è sempre stato attratto da tutto ciò che è immagine in movimento e suono elettrico. In due parole: cinema e rock. In un master ha incontrato le altre due passioni della sua vita: Chiara e il sociale. Oggi si occupa della comunicazione del progetto Well-Fare | Tra mediazione e comunità, costruire il welfare locale. http://www.well-farecomunita.it/

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