logo reti solidali
Home » IL PIANO SOCIALE REGIONALE DEL LAZIO: UNA SFIDA PER I CITTADINI
Piano sociale regionale

IL PIANO SOCIALE REGIONALE DEL LAZIO: UNA SFIDA PER I CITTADINI

IL PIANO SOCIALE REGIONALE DEL LAZIO: UNA SFIDA PER I CITTADINI

Molte le novità interessanti, nel Piano sociale, e alcuni nodi aperti: quello delle risorse, per esempio. Essenziale la partecipazione dei cittadini

Il Consiglio regionale del Lazio ha approvato il 24 gennaio 2019 il Piano sociale regionale per gli anni 2019/2021, sul quale anche il volontariato aveva avanzato proposte. Si tratta di un programma di cose da fare, di come farle e di chi sono soggetti che lo devono e possono realizzarlo.

Il Piano prevede l’attivazione di servizi e prestazioni sociali  non sempre presenti nell’intero territorio regionale o non presenti affatto. L’essenza del Piano Sociale regionale è la definizione di un programma di lavoro che impegna molti soggetti sia pubblici che privati nella realizzazione di un sistema dei servizi che non c’è mai stato prima.

 

LE PAROLE CHIAVE. Il principio guida del Piano sociale regionale è la centralità della persona nella sua comunità e la sua partecipazione attiva. L’individuazione delle prestazioni ed i servizi da realizzare in tutta la Regione sono guidate da 5 parole chiave che sono:

  1. livelli essenziali delle prestazioni (al momento non esigibili, ma definiti come obiettivi di servizio);
  2. integrazione: delle politiche e degli attori (istituzionali e non);
  3. prossimità alla persona: la permanenza nel proprio contesto di vita, il sostegno all’abitare;
  4. processi partecipativi, di comunità responsabili e mutualistiche, nel coinvolgimento nella co-progettazione delle organizzazioni di terzo settore;
  5. conoscenza approfondita dei cambiamenti sociali.

 

Piano sociale regionale

LA REGIA. Il Piano sociale regionale è ispirato infine dalla art. 46 della legge regionale 11/2016, che detta i contenuti da esplicitare per la realizzazione di un moderno sistema integrato dei servizi e delle prestazioni, orientato alla costruzione di processi di programmazione realizzati sia da soggetti istituzionali (Regione, Asl, Comuni ed altri enti pubblici), che soggetti privati ( enti di terzo settore, enti privati, cittadini).

Il Piano impegna, prima di tutto, la Regione stessa a predisporre e realizzare una serie di misure e provvedimenti, che favoriscano e organizzino la costruzione dei processi di programmazione.  La lista dei provvedimenti da adottare ed adottati  da parte della Giunta Regionale, elencata alle pagine 8 e 9 del Piano (BURL 21/2/2019),  fa comprendere la necessità di una regia di alta professionalità, in grado di coordinare l’intero sistema regionale ed assistere tutti i Distretti nella fase di implementazione del Piano stesso. Un compito che la Direzione Regionale per l’inclusione sociale  potrà, poi,  svolgere anche con il supporto di altre Direzioni coinvolgibili.

 

LE DELIBERE DA APPLICARE. La Giunta regionale ha approvato, prima dell’approvazione del Piano sociale, alcune importanti Delibere che sono operative e devono solo essere realizzate. Si tratta della Delibera «Linee di indirizzo in materia di partecipazione attiva nella programmazione territoriale delle politiche sociali»  (Delibera Giunta regionale del 24 ottobre 2017 n° 688); della Delibera «Approvazione Linee guida in materia di co-progettazione tra Amministrazioni locali e soggetti del Terzo settore per la realizzazione di interventi innovativi e sperimentali nell’ambito dei servizi sociali»  (Delibera Giunta regionale del 13 giugno 2017 n° 326) e della Delibera Disposizioni per l’integrazione sociosanitaria (Deliberazione 2 marzo 2018, n. 149)

Queste Delibere attendono solo la loro piena attuazione in tutto il territorio regionale. Questo aspetto va enfatizzato poiché  si sente dire che le delibere non possono trovare attuazione per la insufficiente e definitiva pronuncia in merito alla applicabilità degli articoli 55 e 56 (rapporti tra Enti pubblici e Terzo settore) del Codice del Terzo settore, dopo un parere espresso da una commissione del Consiglio di Stato all’ANAC, sul rapporto tra le suddette norme ed il Codice degli appalti. Si tratta di una interpretazione restrittiva delle norme che antepongono il codice degli appalti al codice del terzo settore. Ovviamente siamo di fronte ad un parere che non può annullare una legge dello Stato. Solo il Parlamento può modificare una legge che fino a quel momento va applicata.

Segnalo, comunque, che la Delibera sulla co-progettazione  è antecedente alla pubblicazione del Codice del terzo settore e non lo coinvolge  e quelle sulla co-programmazione ed integrazione socio sanitaria non sono argomenti trattati dal Consiglio di Stato.

 

 Piano sociale regionaleGLI ASPETTI INNOVATIVI. Gli aspetti di innovazione e cambiamento più significativi per  i volontari, i cittadini  e tutti gli enti del terzo settore sono senza dubbio la precisa definizione dei livelli essenziali delle prestazioni da attivare nel triennio del Piano, le modalità di programmazione partecipata per ogni singolo Piano di Zona distrettuale e le risorse effettive messe a disposizione per l’implementazione del Piano stesso.

Prima di affrontare questi obiettivi è utile ricordare che sono state individuate delle azioni prioritarie che dovranno essere attivate in tutti i Piani di zona. Si tratta di temi delicati e preziosi che danno spessore alla programmazione locale. Un semplice elenco chiarirà l’importanza delle azioni da attivare: “Gli interventi per l’autonomia personale e la vita indipendente”, “Il potenziamento dei servizi per gli anziani”, “Sostenere la genitorialità e l’impegno a predisporre il Piano regionale per l’infanzia e l’adolescenza”, “Il Servizio civile”, “L’integrazione di Rom, Sinti e Caminanti”, “Le politiche per i rifugiati”, “Il contrasto e la prevenzione della violenza di genere”, “Il reinserimento dei detenuti”, “Terzo settore e impresa sociale”, “La sfida del Welfare generativo”.

 

I LIVELLI ESSENZIALI DI ASSISTENZA. Il Piano sociale regionale definisce per i  livelli essenziali di assistenza  sette tipologie di prestazioni e servizi e fissa alcuni importantissimi obiettivi. Innanzitutto la presenza in tutti i Distretti del Servizio Sociale professionale con almeno un assistente sociale in tutti i Comuni di piccole, medie e grandi dimensione e la presenza di un assistente sociale del Distretto ogni 5000 abitanti. Senza personale qualificato e di prossimità ai cittadini non si organizza e gestisce niente che possa essere efficace. Questo obiettivo appare molto ambizioso e non è chiaro, in relazione all’allocazione delle risorse, come sarà possibile realizzarlo in appena tre anni, vista la carenza “storica” di assistenti sociali nei Comuni del Lazio. Favorire  una strategia graduale di assunzioni da parte dei Comuni e/o dei Consorzi dei Distretti dovrà essere una priorità per la  Giunta Regionale del Lazio.

In secondo luogo la realizzazione, in tutti i Distretti, del sistema unico di accesso con Segretariato e Punto unico di accesso, con la  loro attivazione in tutti i Distretti socio sanitari e presso le Case della Salute. Qui l’impegno  della Regione dovrà essere doppio poiché non ci sono in tutti i Distretti i Punti unici di accesso e non ci sono neanche le Case della Salute.

Un nuovo approccio ai servizi che devono garantire la domiciliarità  di intravvede nel Piano Sociale ewgionale. Non più solo servizi presso l’abitazione della persona, ma la sua centralità in funzione dei propri sistemi relazionali, delle condizioni di salute generale, della riduzione dei rischi di esclusione ed isolamento, anche al fine di prevenire patologie connesse a questi rischi ed eccessivo ricorso a medicalizzazione e istituzionalizzazione; deprimenti per la persona, inopportune e costose per il sistema sanitario e sociale.

Va segnalata infine la grande attenzione data ai servizi semiresidenziali e residenziali. Qui il percorso da compiere è molto lungo, poiché nei Comuni della nostra Regione è verosimile pensare che ci  siano o non ci siano servizi per presenza o assenza di illuminate decisioni di amministratori locali o per richieste pressanti di uno specifico gruppo di cittadini, ma  non per impulso di un Piano sovciale regionale che ne permettesse e richiedesse l’attivazione. Questi servizi, come quelli di emergenza e pronto intervento, vanno messi a disposizione di una presa in carico totale del sistema dei servizi, che ne deve determinare l’intensità e le peculiarità in relazione ai bisogni reali dei cittadini, armonizzandoli con gli interventi sull’insieme delle  comunità o di Welfare generativo, come lo definisce il Piano sociale regionale.

Il sistema dei servizi relativi ai livelli essenziali di assistenza va reso stabile e strutturato e non soggetto al venir meno improvviso di risorse. La strada maestra per la stabilizzazione dei servizi è la costruzione di un sistema generalizzato di  autorizzazione ed accreditamento dei servizi sociali, in armonia con il sistema di accreditamento sanitario rispettandone diversità le peculiarità.

 

Piano sociale regionaleLA CO-PROGRAMMAZIONE. Per realizzare una programmazione delle attività, in ogni singolo distretto socio sanitario occorre innanzitutto passare ad una gestione veramente associata tra i Comuni senza deleghe eccessiva al Comune Capofila. I Comuni dovranno attivare, insieme alle ASL territorialmente competenti, gli Uffici di Piano, vero motore operativo della programmazione.

Il compito principale dell’Ufficio di Piano sarà, come recita il Piano regionale, di «mettere a disposizione le informazioni tra tutti i cittadini sui bisogni e le risposte presenti nel territorio, attivare tavoli tematici e generali, attivare momenti di verifica coinvolgendo tutti i Comuni dei Distretti, i Distretti sanitari, i singoli cittadini, il terzo settore, i sindacati in un’ottica che consideri i vari soggetti protagonisti dell’intero processo programmatorio».

Il Piano precisa la natura del coinvolgimento di cittadini e del terzo settore: «coinvolgimento sostanziale delle organizzazioni sindacali e delle reti associative di secondo livello del Terzo settore – volontariato, Aps, cooperazione sociale – delle Consulte sulla disabilità, della Consulta regionale per l’immigrazione, delle associazioni di utenti e familiari e a seguito di percorsi di redazione partecipata inclusiva, in appositi tavoli tematici, delle organizzazioni di primo livello e di associazioni di cittadini e utenti».

Siamo nel pieno della co-programmazione ed il Piano detta norme stringenti per individuare i soggetti del Rerzo settore che dovranno essere invitati e coinvolti nella programmazione. Il piano dispone testualmente: «I tavoli tematici sono convocati dall’Ufficio di Piano, che ne individuerà la platea dei partecipanti anche attingendo agli appositi albi e registri regionali degli organismi del terzo settore aventi sedi legali o operative nei rispettivi territori».

Una sottolineatura finale per segnalare la discontinuità tra le elaborazioni dei Piani di zona prima dell’approvazione della nuova legge e del relativo Piano ed ora. «Il Piano sociale di Zona si configura come lo strumento di programmazione di tutti gli interventi e i servizi del sistema integrato locale da realizzare nell’ambito del Distretto sociosanitario. È comprensivo dunque delle diverse programmazioni che in passato sono state elaborate in modo separato (ad es. Piano distrettuale per le non autosufficienze, interventi sociali per la popolazione soggetta a provvedimenti dell’autorità giudiziaria ed ex carcerati, progetti per la prevenzione delle dipendenze patologiche e per il reinserimento socio-lavorativo degli ex tossicodipendenti e altre misure che riguardano il settore socio-assistenziale)».

La programmazione complessiva è senza dubbio ancora più ampia poiché potrà includere, ad esempio,  servizi sull’abitare, sulla gestione dei servizi per la scuola, la mobilità e la qualità dell’ambiente.

 

Piano sociale regionaleLE RISORSE, NODO DECISIVO. La legge regionale 11/2016 prevede un sistema plurimo di finanziamento delle politiche sociali, che riconosce la prima titolarità della spesa ai Comuni suddivisi nei vari Distretti sociosanitari e la compartecipazione alla Regione nei suoi diversi livelli istituzionali. Insomma la responsabilità è tutta nelle mani dei Comuni che, infatti, hanno «l’obbligo di provvedere, comunque, alla copertura finanziaria delle prestazioni connesse ai livelli essenziali di assistenza sociale». Ma le cose sono da tempo così e questo stato delle risorse non ha consentito la creazione di un sistema omogeneo nella nostra Regione. Infatti nel Piano si segnala che la spesa sociale dei Comuni del Lazio è di  oltre 900 milioni nel 2012 ( l’Istat segnala che  nel 2016 la spesa sociale dei Comuni è aumentata del 2%) mentre si prevede che le risorse statali e regionali che verranno messe a disposizione nel 2019 saranno di  180 milioni e quelle europee di 12 milioni.

Si può comprendere che per affrontare gli obiettivi di servizi efficaci, efficienti e di prossimità in tutto il territorio regionale, previsti dal Piano sociale regionale,  occorrerà uno sforzo iniziale di risorse per l’implementazione ed un significativo aumento delle risorse stabili per garantire la messa  a sistema degli interventi programmati. Il timore è che non si potrà contare, per questo investimento, delle ridotte risorse che i singoli bilanci dei comuni potranno mettere a disposizione. Occorrerà un’attenzione aggiuntiva, da parte della Regione Lazio, per garantire la realizzazione del Piano sociale regionale, che rappresenta una vera grande occasione di svolta nella gestione dei servizi e degli interventi sociali.

 

L’IMPEGNO PER IL TERZO SETTORE. Il Piano sociale regionale è, in sintesi, un programma di lavoro per i prossimi anni, che impegna tutte le amministrazioni pubbliche a realizzarlo ed a programmarlo insieme alle realtà territoriali di tutto il Terzo settore e con i cittadini interessati. Un ambizioso programma controtendenza, che non assegna solo agli enti pubblici tutti i compiti, ma sollecita e garantisce la presenza dei cittadini e delle organizzazioni del Terzo settore.

Una vera sfida per tutti sia gli enti pubblici che sono abituati a programmare in solitudine che per i cittadini e gli enti del terzo settore che sono abituati alla sfiducia nelle istituzioni, alla protesta o, al  massimo,  alla consultazione, ma quasi mai alla decisione condivisa.

Se avete correzioni o suggerimenti da proporci, scrivete a comunicazione@cesv.org

Print Friendly, PDF & Email
Mario German De Luca
Mario German De Luca

Coordinatore operatori territoriali Cesv

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *