PIANO SOCIALE DEL LAZIO: ECCO LE PROPOSTE DEL VOLONTARIATO

La Conferenza regionale del Volontariato ha raccolto in un documento le idee delle associazioni e l'ha presentato all'assessore Visini

di Chiara Castri

La Conferenza Regionale del Volontariato del Lazio (Crevol) ha dato il proprio contributo all’elaborazione del Piano sociale regionale 2017-2019, che darà attuazione alla Legge regionale 11/2016 (Sistema integrato degli interventi e dei servizi sociali della Regione Lazio). Il contributo è il frutto di un lungo lavoro di consultazione, che tra fine marzo e maggio ha coinvolto le associazioni di tutti i distretti della Regione, oltre alle Asl di competenza e molti enti locali pubblici e privati. Le proposte sono state raccolte in un documento, che il 28 giugno scorso è stato consegnato a Rita Visini, assessora alle politiche sociali della Regione e al capo segreteria Antonio Vannisanti. Il documento è stato inoltre inviato a tutti i capigruppi del consiglio regionale e al presidente della commissione politiche sociali e salute, Rodolfo Lena, con richiesta di incontro.

Piano sociale del Lazio
Maria Lorena Micheli, presidente della Conferenza Regionale del Volontariato

«Sono soddisfatta del lavoro che abbiamo fatto», spiega la presidente della Crevol, Maria Lorena Micheli. «Con i portavoce territoriali della Conferenza abbiamo deciso di andare su tutto il territorio ad incontrare le associazioni: abbiamo fatto, se non ricordo male, 11 incontri, coprendo tutti i distretti sanitari della regione. E dove non c’erano i portavoce abbiamo colto l’occasione per farli eleggere. E ovunque abbiamo portato il Piano sociale, ma soprattutto ci siamo messi in ascolto. Naturalmente ci siamo concentrati su quello che veniva chiesto al volontariato o che comunque lo riguardava. Gli spunti arrivati dai territori sono poi stati organizzati e raccolti nel documento».

In genere si dice che le piccole associazioni fanno fatica ad entrare nei percorsi di partecipazione, anche perché non sono preparate.
«Io sono presidente di una piccola associazione, Famiglia futura di Ceccano, e so che la fatica c’è. Forse è anche per questo, che quando sono andata sui territori proprio le realtà piccole sono quelle che mi hanno avvicinato di più, perché si sono sentite rappresentate. Poso dire che hanno voluto capire e che sono state anche propositive: hanno richiamato, hanno mandato mail e allegati… Certo, il percorso non è facile: si chiede ad un’associazione di uscire dal proprio orticello, di co-progettare, di relazionarsi con gli enti… Ma c’è il substrato: queste realtà hanno molto da dire».

Su quali temi vi siete concentrati?
«Abbiamo lavorato su quattro focus all’interno del Piano sociale. Il primo riguarda le Case della salute (ce ne deve essere una per distretto, effettivamente funzionante) e i livelli essenziali di assistenza: abbiamo chiesto che i servizi siano reali, anche nelle zone periferiche e tenendo conto delle complicazioni orografiche (penso ad esempio a Rieti, che ha un territorio vasto, con tanti piccoli centri, sparsi su un territorio montano e per di più terremotato). È importante tenere conto dell’aspetto del territorio nel decidere la dislocazione dei servizi.

Piano sociale del lazio
Rita Visini, Assessora alle Politiche Sociali della Regione Lazio

Il secondo riguarda l’integrazione socio sanitaria, che da tempo aspettiamo e che rappresenta la base per una nuova stagione di servizi  ed una nuova qualità delle prestazioni.
Il terzo focus riguarda le risorse e i finanziamenti: sappiamo che i Comuni hanno pochissime risorse e chiediamo: quali fondi arriveranno effettivamente dalla Regione? Come implementerà le risorse?
Il quarto riguarda la co-programmazione, spesso più proclamata che realizzata: i tavoli tematici ci sono sempre stati, ma hanno sempre funzionato poco. Servono tavoli permanenti tematici che riguardino territori più ristretti (Comune o, nelle città, quartieri), che siamo luoghi di ascolto vero e di conseguenza di effettiva partecipazione. Ma serve anche che vangano attivati gli strumenti della partecipazione diretta dei cittadini:  sportelli informativi/punti di ascolto, interviste e questionari, tecniche di costruzione del consenso (Consensus Building), focus group, sondaggi deliberativi (deliberative polling). E bisogna fare in modo che l’Osservatorio Sociale Regionale si articoli sui territori e preveda la partecipazione delle associazioni di volontariato  e dei cittadini».

Il percorso che è stato fatto per arrivare alla stesura del documento è stato importante. Continuerà?
«Bisogna valorizzare questa esperienza di partecipazione, che ha dimostrato che la Conferenza regionale del Volontariato può davvero essere il tramite tra il territorio e quello che è ancora vissuto come lontano: la Regione, l’Assessorato, le istituzioni. Un luogo di ascolto e un tramite, per far emergere proposte dai territori  e poi riportare su di essi le risposte. Quando abbiamo fatto l’incontro a Rieti, ci hanno dato un documento – firmato anche dai sindaci  – sulla situazione che si è creata dopo la decisione di chiudere l’ospedale da una parte e il terremoto dall’altra. Ce l’hanno consegnato, anche con un pizzico di rabbia, pensando che sarebbe stato inutile. Ma noi l’abbiamo consegnato a Rita Visini, insieme al nostro. Credo che questo debba essere la Conferenza: un anello forte di congiunzione tra territorio e parte politica e istituzionale. Per questo abbiamo chiesto all’assessora di confermarne l’istituzione e anzi di rafforzarla, e mi è sembrato che lei fosse d’accordo».

Il testo del documento con le proposte della Crevol per il Piano sociale regionale, e con un sintesi delle proposte stesse si trova qui.

(La foto di copertina è di Emanuela Sciamanna, progetto Tanti per Tutti di Csvnet)

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