Il FUTURO? È CONDITO DI DEPONENZA

Secondo Mauro Magatti, per riscrivere un futuro che non sia schiavo della prepotenza, dobbiamo imparare a mettere dei limiti al nostro desiderio di potenza

di Paola Springhetti

Siamo afflitti da troppa prepotenza, non sappiamo fare i conti con la nostra impotenza, abbiamo bisogno di deponenza. Potrebbe essere questa la sintesi estrema di un piccolo, ma stuzzicante libro del sociologo Mauro Magatti, intitolato appunto “Prepotenza, Impotenza, Deponenza”.
Secondo Magatti, la nostra è un’epoca caratterizza da un diffuso senso di potenza, intesa, quest’ultima, come il “potere di potere”. Un insieme di fattori, che vanno dalla globalizzazione, al progresso tecnico, alla crescita economica, alle libertà conquistate nel ‘900 ci hanno aperto la possibilità di fare molte cose prima impossibili. Lasciandoci un crescente senso di potenza – a noi come  come singole persone che ne godiamo nella quotidianità, e a noi come società, con tutte le sue strutture e istituzioni.

La volontà di potenza

magatti
Mauro Magatti, sociologo, insegna all’Università cattolica di Milano

Di per sé la potenza non negativa. In fondo, « l’emergere della volontà di potenza è il prodotto più importante della storia della libertà» e, citando Nietsche, Magatti ricorda che essa è «volontà di vita».
Ma questo senso di potenza tende ad espandersi, dandosi sempre nuovi traguardi. Magatti fa un esempio: fino a qualche decennio fa  era impensabile andare con un treno da Roma a Milano in tre ore, ma adesso che ci riusciamo, speriamo di poterlo fare in due ore e mezza.
Secondo Magatti, quella tra gli anni ’70 e il 2008 è stata la stagione nella quale l’idea di potenza, ha assunto una forma nuova, che che lui definisce “tecno-nichilista”…»: la potenza ha fatto crescere la volontà di potenza e la volontà di potenza ha “chiamato” più potenza.
Una crescita esasperata  del senso di potenza, però, porta a degenerazioni altrettanto esasperate. Il cerchio potenza-volontà di potenza ha portato, nel novecento, ai regimi totalitari e militari. Negli anni più recenti, ha portato ad una crisi economica che è stata pagata dai ceti medi e poveri.  Il cerchio potenza-volontà di potenza ha portato alla perdita del senso del limite, e del senso in generale. Tant’è vero che, ormai, «la legittimazione di ciò che si può fare e che non si può fare è di tipo tecnico… Culturalmente non riusciamo più a porre una domanda non tecnica su ciò che si può o non si può fare. È la domanda che fa l’adolescente di oggi al padre: “Perché no? Perché non posso?”». Insomma, ciò tecnicamente si può fare, si fa.

La prepotenza

Salvo poi scoprirsi schiavi della prepotenza altrui, quella dei figli o quella della finanza che sia: in fondo la dinamica è la stessa. Perché il problema è proprio questo: non è vero che davanti a noi c’è un’espansione senza limiti; non è vero che c’è una libertà senza limiti; non è vero che abbiamo un potere senza limiti. Crederlo, ci ha consegnato alla prepotenza, cioé a «un modo di trattare la potenza che prescinde da ogni altra cosa». Il prepotente, infatti, «è colui che vive la sua potenza, la sua capacità di fare, di agire, il suo rapporto col mondo, con “leggerezza”, semplicemente cancellando ogni riferimento all’altro da sé».
Nello stesso tempo, questo circolo chiuso potenza-volontà di potenza ci ha spinto a cancellare l’impotenza, cioé quella  fragilità che è parte costitutiva della nostra umanità. Ci ha disumanizzato.

La deponenza

Come tornare padroni di noi stessi? Non possiamo certo rinunciare in toto dalla potenza, che vuol dire  sviluppo, crescita, espansione. «Piuttosto» scrive Magatti, «suggerisco di esplorare a fondo l’idea di deponenza».  Cioé di una potenza che accetta l’esistenza di altre eprsone, di altre strutture, di altri punti di vista.  Che, quindi, accetta dei limiti alla propria libertà. La deponenza «non nega la potenza, soggettiva e sistemica. Ma la mitiga inserendola in una rete di relazioni». Quindi «non significa rinuncia alla libertà, all’azione, al desiderio di vita, ma è un semplice atto di riconoscimento: constata che tutte le volte che agiamo, che ci assumiamo responsabilità, tutte le volte che svolgiamo un’azione, che desideriamo qualcosa, che esercitiamo la nostra libertà, siamo debitori di qualcosa che c’era prima di noi, che ci precede, che ci sta attorno, che sta oltre a noi».
La libertà ha dei limiti. Noi abbiamo dei limiti. Il mondo ce li ha. Un po’ di deponenza ci aiuterebbe a vivere meglio.

magatti copMauro Magatti
“Prepotenza, Imponenza, Deponenza”
Marcianum Press 2015,
pp. 64, € 7.00

Il FUTURO? È CONDITO DI DEPONENZA

Il FUTURO? È CONDITO DI DEPONENZA