PERIFERIE E INFORMAZIONE: BISOGNA USCIRE DAGLI STEREOTIPI

La periferia non è solo degrado e violenza. Raccontarne la ricchezza e le grandi complessità è la sfida e il dovere di un’informazione responsabile

di Giorgio Marota

Comunicare la periferia non solo quando è luogo di violenza e degrado. È questa la grande sfida – e per certi versi la provocazione – per il giornalismo di oggi, in un tempo in cui i contesti sociali sono sempre più ibridi e difficili da comprendere. La periferia è uno dei temi più approfonditi nei bilanci di questi giorni a 5 anni dall’elezione di Papa Francesco, un Pontefice che ha rimesso al centro delle narrazioni ciò che geograficamente, da sempre, è ai margini: il primo viaggio a Lampedusa, luogo in cui accoglienza e convivenza vivono su un difficile equilibrio; la prima porta Santa aperta per il Giubileo della Misericordia a Bangui, nella Repubblica Centrafricana. Se da una parte i media italiani hanno saputo raccontare, forse meglio di tutti gli altri, la visione di un Papa che tende la sua mano verso le periferie, dall’altra hanno fatto più difficoltà a descrivere con altrettanta cura le periferie nella cronaca quotidiana del Paese.

 

LA RICERCA. In una ricerca stilometrica della Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università Pontificia Salesiana di Roma (condotta dal sottoscritto con il docente di Etica e Deontologia dei Media Renato Butera), è emerso quanto l’uso degli stereotipi sia ampio nella periferia raccontata attraverso la televisione. Nei 30 servizi categorizzati come “servizi sulle periferie” andati in onda da novembre 2017 al 1 marzo 2018 nei tg (Rai 1, Rai 2, Rai 3, Rete 4, Canale 5, Italia 1 e La7) e nei programmi di approfondimento (Agorà, Carta Bianca, Dalla Vostra Parte, Matrix, Quinta Colonna Tagadà) sono state rilevate 1063 parole significative, inserite in una tag cloud per rendere evidenti visivamente quali lemmi sono stati ripetuti più volte. In cima alla classifica c’è “quartiere” (43 volte), seguito da “bambino” (34), “paura” (30), “periferia” (25), “Napoli” (20), “droga” (20), “spacciare” (20), “ragazzini” (19) e “immigrati” (18).

 

comunicare la periferiaLa percezione di sentimenti negativi legati allo straniero, la criminalità nei quartieri poveri e il consumo di droghe sono le tematiche più associate alle periferie delle città. Significativa anche la presenza numerosa di vocaboli quali “sicurezza” (16), “piazza” (15), “spacciatore” (15), “rapina” (15), “degrado” (14), “scuola” (13) e “baby gang” (13).

 

A questo tipo di ricerca quantitativa è stata affiancata anche una qualitativa, con l’analisi per ogni servizio del tono del giornalista, del linguaggio, dell’immagine, del sonoro e dello spazio che viene dato ai testimoni. I programmi di approfondimento danno il vestito più adatto alle periferie, a cui dedicano più minuti (in media 3, più il dibattito in studio) rispetto ai 90 secondi standard dei tg. C’è una tendenza all’omologazione delle varie linee editoriali delle testate anche se, analizzandole nelle loro caratteristiche generali, si aprono interessanti spunti di riflessione. Mediaset dà più spazio alle periferie (17 servizi sul campione dei 30), con una tendenza generale all’inchiesta giornalistica ma anche alla spettacolarizzazione nel tono e nel linguaggio del cronista (valutativo anziché descrittivo), nella musica (che in diversi servizi è allarmante e ansiogena) e nelle immagini (presenza di molte riprese “sporche” e con poca luce, quasi a voler creare suspance). Le reti Rai ne parlano meno e, quando lo fanno, leggono il fenomeno molto spesso con una lente d’ingrandimento politica. Rai 1, Rai 2 e Rai 3, con le dovute differenze di stile, sono più predisposte al racconto equilibrato che all’indagine. La7 utilizza un linguaggio più elitario e meno popolare, con immagini nella maggior parte dei casi quasi documentaristiche; la musica è un “tappetino” che accompagna il racconto senza incidere particolarmente sul suo significato.

 

FAR EMERGERE LE BUONE PRASSI. Le periferie si raccontano principalmente in due modalità differenti: portando a conoscenza del telespettatore sia questioni critiche che positive oppure sottolineando soltanto alcuni aspetti rendendoli affascinati e attrattivi, cavalcando l’onda del disagio e rimanendo alla superficie dei problemi.

 

comunicare la periferia
In questa immagine e in copertina interventi di street art alla periferia di Roma

Se è vero che l’informazione, per definizione, “forma” la coscienza del pubblico e gli offre le chiavi per leggere il mondo in cui vive, allora è evidente come a tale responsabilità corrisponda la necessità di offrire al lettore/spettatore, quanto più possibile, visioni totali e non parziali. Scavare, andare oltre il problema, approfondirlo e far emergere anche le buone prassi di una comunità e di un territorio non è solo auspicabile, ma diventa fondamentale per comprendere fino in fondo i fenomeni di una società liquida.

 

Il rischio che si corre, altrimenti, è quello di far diventare le baby gang il simbolo di Scampia nell’immaginario collettivo, oppure di associare sempre e comunque droga e criminalità a quartieri come Tor Bella Monaca a Roma e Rogoredo a Milano. Le periferie delle grandi città, invece, sono spesso luoghi in cui si creano e prendono vita tanti fenomeni culturali, come ad esempio quello della street art. Nella Capitale questa forma di arte contemporanea è diventato il simbolo di riscatto e riqualificazione di luoghi considerati da molti poveri, grigi e anonimi. Il Comune di Roma attraverso l’Assessorato alla Cultura e al Turismo ha promosso già nel 2015 la realizzazione di una mappa (che si trova in un app e nei Punti Turistici Informativi) in cui sono presenti tutti i municipi dove è possibile trovare le opere urbane. L’obiettivo è fornire, non solo ai turisti ma anche agli stessi cittadini, un nuovo modo di vivere la città e permettere, in un certo senso, anche il contatto delle persone con le periferie. «Compito dell’operatore dei media dovrebbe essere anche quello di invitare le persone a esplorare il bello delle città, non solo le problematiche» sostiene Stefania Postiglione, fotografa ed esperta di semiotica dell’arte. «Facendo cambiare, allo stesso tempo, la modalità in cui questi luoghi vengono visti e considerati. La street art è un esempio di come si possono abbattere gli stereotipi che da anni sono stati costruiti attorno al concetto di periferia».

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