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violenza sulle donne

VIOLENZA SULLE DONNE: NON UN’EMERGENZA MA UN PROBLEMA CULTURALE

VIOLENZA SULLE DONNE: NON UN’EMERGENZA MA UN PROBLEMA CULTURALE

Francesca racconta i suoi vent’anni da operatrice in un centro antiviolenza. Per la Giornata contro la violenza sulle donne D.i.Re lancia #alidiautonomia

Sono più di 20mila le donne che ogni anno riescono a liberarsi dalla violenza grazie a una delle 80 organizzazioni che gestiscono un centinaio di centri antiviolenza e sportelli in 18 regioni e che aderiscono a D.i.Re, Donne in Rete contro la violenza. Si registra negli anni un trend crescente nel numero di donne che si rivolgono ai centri antiviolenza della rete D.i.Re: quasi 14mila nel 2017, 13.300 nel 2016, 12.350 nel 2015.

La violenza sulle donne è un problema con tante sfaccettature, che presuppongono un grande lavoro. Secondo gli ultimi dati dei centri antiviolenza D.i.Re, presentati al Senato nella Sala Caduti di Nassirya, nel 2017 sono state accolte 20.137 donne vittime di violenza, tra quelle che già avevano iniziato il percorso di uscita e quelle che, per la prima volta, hanno preso contatto con il centro (13.956 al loro primo accesso).
Nel 68% dei casi si tratta di donne di provenienza italiana, nel 26% sono donne provenienti da altri paesi. Più del 50% delle donne accolte ha un’età tra i 30 e i 49 anni, poco più di un terzo ha un lavoro stabile. La violenza sulle donne accolte nei centri antiviolenza viene esercitata da uomini italiani (65%) e, nel 23% dei casi, da uomini di altre nazionalità.

 

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Lella Palladino durante la conferenza stampa di presentazione della campagna di D.i.Re

Le donne, tuttavia, non sono solo numeri e dati che danno vita ad un report, ma persone.
È attraverso i loro scritti che si capisce appieno la lsofferenza loro e dei loro bambini, e la grande importanza dei centri antiviolenza. «Quando sono arrivata ero una donna piena di paura, di incertezze, senza forze, mi sentivo una poco di buono come mi diceva lui a casa. Con il vostro aiuto ho rafforzato il mio carattere e capito che la donna ha gli stessi diritti dell’uomo. Vi ringrazio per la persona che sono diventata, più sicura, più forte, più stabile».  Questa è la testimonianza scritta di una delle donne seguite dai centri antiviolenza, letta da Lella Palladino, presidente nazionale D.i.Re. «Le mie paure sono quelle del buio, dei fulmini e di papà» scrive il figlio di un uomo maltrattante, ospite di un centro antiviolenza. «La paura di papà l’ho superata andandomene di casa e venendo a vivere a Casal di Principe per un po’».
«C’è ancora chi si permette di dire che il femminicidio non esiste? C’è il rifiuto che la donna venga uccisa in quanto donna. E sono molto preoccupata riguardo agli stanziamenti, per i tagli contenuti nella legge di bilancio a molti fondi a supporto delle donne vittime di violenza e dei loro figli», afferma Laura Boldrini.

L’ex Presidente della Camera ha anche parlato del disegno di legge per la riforma dell’affido presentato dal senatore leghista Simone Pillon ed altri, contro il quale D.i.Re ha fatto partire una petizione su www.change.org, poi diventata una piattaforma programmatica della mobilitazione del 10 novembre scorso in decine di piazze. «Fermatevi, ve lo chiedono migliaia di donne e uomini consapevoli», ha gridato rivolgendosi alla maggioranza, invitando gli oppositori del ddl Pillon «a unirsi per una nuova rivoluzione femminista. Pensare che le donne non denuncino perché hanno paura di non essere credute è assurdo».

 

FRANCESCA, IN TRINCEA DA VENT’ANNI. Da più di vent’anni, nei centri antiviolenza e nelle case rifugio della rete D.i.Re le donne e i loro bambini e bambine sono ascoltati, accolti e sostenuti per uscire dalla violenza; il sostegno è basato su autodeterminazione, consapevolezza e recupero della propria autonomia.
«Sono stata per quasi vent’anni operatrice di accoglienza», dice in un’intervista a Reti Solidali Francesca Ranaldi, responsabile del centro antiviolenza La Nara di Prato, della casa rifugio e della casa di seconda accoglienza. «Sono diventata responsabile del centro nell’ultimo anno, in questi anni ho lavorato in trincea: ho fatto l’accompagnamento, l’ascolto, tutto il percorso di uscita delle donne che si rivolgono ai centri antiviolenza.
A Prato, dal 1997, abbiamo aperto sia il centro di ascolto sia la casa rifugio e da quest’anno abbiamo aperto una casa di seconda accoglienza, per dare un seguito all’ospitalità in casa rifugio». La seconda accoglienza è sempre sicura e protetta ma non più segreta, ha lo scopo di dare un seguito ad una collocazione abitativa un po’ meno stretta.

 

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Le operatrici de La Nara di Prato

«Noi operatrici siamo retribuite, è un mestiere, c’è bisogno di grandi competenze nel nostro campo. Siamo un gruppo di operatrici con una formazione personale differenziata e con una lunga e forte formazione comune rispetto alla tematica». È importante la presenza anche di volontarie: oltre la metà dei centri in tutta Italia funziona grazie ad un numero complessivo di attiviste non retribuito compreso tra 3 e 20 (51,3% dei casi).

«Da vent’anni a questa parte sono cambiati i numeri, siamo entrati dentro al territorio: quando una risposta c’è, il bisogno arriva. Siamo partite nel 1997 con numeri bassi, ora sosteniamo il percorso al centro antiviolenza La Nara di più di 300 donne l’anno e altrettanti loro figli. Si tratta di donne al primo accesso o di donne ancora in percorso da anni precedenti. Abbiamo seguito più di 3500 donne, dall’inizio della nostra attività ad oggi. Il percorso è “stop and go”, ci sono donne che portano avanti il proprio percorso “a tappe”. Sono percorsi lunghi che presuppongono un lavoro di costruzione di sé e di un’autonomia che spesso le donne non hanno: lavorativa, economica, abitativa. Questo, a causa della crisi, è peggiorato nel tempo», racconta Francesca.

Il primo gesto è autonomo, attraverso un numero di telefono, le operatrici lavorano in una rete cittadina, hanno contatti continui con tutta una serie di postazioni di tipo ricettivo: l’unità di pronto soccorso, le forze dell’ordine, il consultorio, le scuole, i servizi sociali.
«Dopo la prima telefonata, si passa ad un appuntamento, con incontri a cadenza variabile in base ai bisogni della donna. Inizia il percorso di accompagnamento: giuridico, sui servizi, rispetto ai bisogni dei figli. Ogni storia ha un bisogno a sé: accesso al pronto soccorso, ad un accompagnamento alla querela, sui servizi al lavoro. La parte di costruzione psicologica è il racconto, spesso le donne rompono il silenzio e raccontano per la prima volta la loro storia al centro antiviolenza. Da lì si parte, facendo parallelamente una valutazione del rischio che è fondamentale, da fare insieme alla donna e che permette di capire insieme il percorso da fare, che va dall’essere messa in protezione all’allontanamento, non è detto che la casa rifugio del territorio sia sufficiente, a volte è necessario essere spostate in altre città. A volte devono allontanarsi da casa e da tutto ciò che hanno nel loro luogo, quando il rischio è molto alto. Spesso per un periodo di tempo, per poi essere reinserite in un secondo momento».

Nella casa rifugio La Nara vengono ospitate circa 8 persone, dipende anche dal numero dei figli: «una donna non vale mai uno, ma uno, due, tre… Tra le donne che accogliamo al centro di ascolto, circa il 70% sono italiane e il 30% straniere. La percentuale si inverte completamente per quanto riguarda la casa rifugio, le donne italiane possono godere di reti di sostegno che le donne straniere spesso non hanno».

 

violenza sulle donne
Immagine DiRe

LA PRIMA DONNA ACCOLTA CE L’HA FATTA. Sono tante le storie che meriterebbero di essere raccontate, ma il punto di partenza di solito ha un posto particolare nel cuore. «La storia che mi è rimasta più impressa è quella della prima donna che abbiamo accolto, proveniente dal Marocco. La prima donna accolta aveva una figlia molto piccola, con un grande referto ospedaliero, è arrivata da noi con niente, solo con la bambina. Era compagna di un uomo italiano, le aveva intestato un’azienda che era fallita: la donna era non solo maltrattata ma piena di debiti. Negli anni, eroicamente, è riuscita a risanare tutti i suoi debiti. Quest’uomo le aveva completamente bloccato la vita, ad esempio lei aveva preso la patente ma non poteva comprare la macchina perché le sarebbe stata sequestrata. Aveva firmato le carte di quest’uomo, senza leggere, conosceva a malapena un po’ di italiano. Oggi ha una buona autonomia economica, ha un lavoro, una casa e una macchina, sua figlia è diventata grande e a sua volta ha una figlia. Lei è riuscita a liberarsi di questa persona e a ricostruirsi una vita. Ha avuto la fortuna di avere la volante della polizia dietro l’automobile del suo compagno, nel momento in cui la picchiava facendo sbandare la macchina. L’uomo è stato fermato, lei è stata portata da un’ambulanza in ospedale. Non esistevano ancora i “codici rosa”, di violenza di genere si parlava pochissimo, il linguaggio che oggi è un po’ più condiviso era veramente nella fase primordiale, si stavano costruendo le basi. Mi fa bene pensare a lei perché ce l’ha fatta pur iniziando non da zero, ma da sotto zero, pur essendo straniera, con una condizione economica più che disastrosa, con una figlia piccola. La volontà, la forza, il coraggio ce la fanno a vincere».

In venti anni qualcosa si è smosso, c’è un’attenzione diversa al tema della violenza sulle donne. «A Prato siamo avvantaggiati perché c’è un ospedale unico, abbiamo delle persone di riferimento, i referti medici, se le persone che lavorano negli ospedali si interessano ai codici rosa, sono scritti molto meglio. I primi tempi dovevamo tornare indietro e chiedere che venissero scritte delle cose nei referti che erano state omesse». Il referto medico spesso può dettare la direzione che prenderà la querela: la violenza fisica è l’evidenza che spesso viene cercata, il resto sono racconti, sfumature rispetto ad un reato. «Avere un buon referto medico fa la differenza, ora si lavora meglio, c’è un’informazione che viene fatta al momento del referto, è fatto l’invio al centro antiviolenza».

 

#ALIDIAUTONOMIA. Dal punto di vista della sensibilizzazione, nel mese di novembre la rete D.i.Re crea una serie di eventi sul territorio che portano ad un’attenzione, in occasione del 25 novembre, Giornata internazionale sulla violenza contro le donne. «È bene che ci sia una giornata dedicata, ma quest’attenzione va mantenuta, ovviamente. Non dimentichiamo che non si parla di emergenza ma di cultura. La violenza sulle donne è un problema strutturale, culturale legato a come siamo vissuti e a com’è la nostra cultura. Solo parlandone la possiamo cambiare, ma bisogna parlarne in un certo modo, di un problema forte, radicato nel mondo: non è un caso che in tutto il mondo le vittime di violenza si somiglino molto. Nei casi di cronaca spesso si sbagliano i termini, ancora troppe volte i giornalisti utilizzano il termine “raptus”, la violenza è un’altra cosa», continua la responsabile del centro La Nara di Prato.

 

 

Un altro aspetto su cui lavorare sono le risorse, che sono fondamentali: si lavora grazie alle risorse, tutti i mesi si affrontano grandi spese. Spesso le donne che si rivolgono ad un centro antiviolenza hanno bisogno di tutto. «Oltre alle risorse provenienti dalle istituzioni, esistono sportelli territoriali su tutti i comuni della provincia, molte persone si attivano con piccoli eventi (cene, mercatini), attraverso i quali mantengono vivi questi sportelli». La raggiungibilità dell’ascolto è fondamentale: la violenza è controllo, se una donna deve assentarsi da casa tutto il giorno per andare a chiedere aiuto probabilmente non lo può fare, l’accessibilità è importante. «Molti territori si autofinanziano e ci hanno veramente sostenuto nel tempo. È fondamentale anche diffondere l’informazione, far sapere che esistiamo è di grande importanza per l’accesso, per l’arrivo dell’utenza e perché, se si vuole provare a cambiare qualcosa, bisogna raccontarlo al maggior numero di persone possibili».

La data del 25 novembre è stata scelta dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite in ricordo di tre giovani donne, le sorelle Mirabal, uccise nel 1960 nella Repubblica Dominicana e soprannominate “Ias Mariposas”, le farfalle. Per questo la farfalla è stata scelta da D.i.Re per #alidiautonomia, campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi destinati al progetto “Germogli di autonomia”, che consentirà alle donne e ai loro figli in uscita dalla violenza , con difficoltà economiche, di terminare il percorso verso la totale autonomia nel medio-lungo periodo. Dal 19 al 26 novembre alla campagna è legato il numero solidale 45593. Testimonial d’eccezione è Ermal Meta: «Sostengo questa campagna perché la violenza fa schifo, ma quella contro le donne ancora di più».

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Ilaria Dioguardi

Laureata in Scienze della Comunicazione, sono una giornalista pubblicista freelance, vivo a Roma. Ho avuto ed ho molte esperienze professionali nel giornalismo, nell’editoria, nel non profit. Le mie passioni: il mio lavoro, la lettura, il nuoto.

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