ACCOGLIENZA DEI MINORI IN COMUNITÀ: COSA LA RENDE EFFICACE?

Le indagini di CNCA e SOS Villaggi dei Bambini convergono su un punto: l’accoglienza residenziale funziona se famiglie e minori si sentono sostenuti non solo dagli operatori, ma anche dalle istituzioni e dal territorio. Marelli (CNCA): «Accogliere non è un’azione privata, ma un impegno collettivo di alta professionalità e responsabilità politica». Tedesco (SOS Villaggi dei Bambini). «Decisive le relazioni di qualità, la partecipazione attiva e il lavoro con le famiglie»

di Antonella Patete

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Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio, dice un noto proverbio africano. Che sintetizza bene il senso delle due ricerche sul valore e la qualità dell’accoglienza nelle comunità per minori presentate lo scorso 12 maggio presso la Sala degli Atti Parlamentari della Biblioteca del Senato della Repubblica. L’obiettivo delle due ricerche – effettuate una dal Cnca-Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti e l’altra da SOS Villaggi dei Bambini Ets – è quello di rispondere a una domanda cruciale: cosa rende davvero efficace un percorso di accoglienza per i minori che vivono fuori dalla famiglia e quali condizioni permettono a bambini, bambine e adolescenti di sentirsi accolti, ascoltati e accompagnati verso una nuova stabilità? E almeno su un punto essenziale le due ricerche convergono: accogliere temporaneamente bambini e adolescenti all’interno di una comunità vuol dire attivare un percorso di protezione, cura e accompagnamento che coinvolge servizi, istituzioni e operatori. Perché la comunità non deve rappresentare una risposta isolata, ma solo uno degli elementi di un più ampio sistema di protezione dell’infanzia e dell’adolescenza, che punta a rafforzare i legami familiari, a tutelare il benessere dei minori e a creare le basi concrete per il loro futuro.

Necessario cambiare il racconto delle comunità

«Desidero innanzitutto rivolgere un sentito ringraziamento a SOS Villaggi dei Bambini e al Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti per aver promosso questo importante momento di confronto e, soprattutto, per il lavoro che svolgono ogni giorno a tutela dell’infanzia e dell’adolescenza», ha dichiarato la ministra per le Pari opportunità e la famiglia, Eugenia Roccella. «Iniziative come questa», ha proseguito, «sono preziose perché mettono in dialogo chi opera concretamente nei territori con chi ha la responsabilità di costruire politiche nazionali. Ed è proprio da questo confronto che possono nascere risposte più efficaci ai bisogni dei minori, in particolare i più vulnerabili». Sulla necessità di affrontare il tema delle comunità di accoglienza per minori con uno sguardo sistemico e non solo in risposta a eventi di cronaca, si è soffermata in apertura dei lavori, invece, la senatrice Simona Malpezzi, vicepresidente della Commissione parlamentare per l’Infanzia e l’adolescenza. «Dal racconto mediatico emerge sempre il dramma dei bambini che sono stati tolti alle famiglie per essere portati in comunità», ha sottolineato ricordando che bisognerebbe chiedersi per quali ragioni i bambini sono stati allontanati dalle famiglie e che tipo di luoghi sono le comunità di accoglienza nelle quali vengono ospitati: «Quello che non si dice mai è che nella maggior parte dei casi nei percorsi si cerca di coinvolgere anche le famiglie di provenienza. Quelle famiglie che a volte sono presenti all’interno delle stesse comunità, dove mamme e bambini possono trovare accoglienza. Perché col cambiamento della società è cambiato anche il modello di accoglienza e la sfida che si porta dietro. Quello che non è cambiato è solo il racconto che si fa delle comunità».

Livelli essenziali delle prestazioni per garantire la qualità dell’accoglienza

Entrambe le ricerche evidenziano come la comunità sia solo una delle possibili risposte che possono essere offerte a minorenni e famiglie in difficoltà e come essa operi per migliorare il benessere delle famiglie, non per contrapporsi a esse. Anzi, proprio per svolgere questa funzione al meglio sono nate le comunità che accolgono i genitori con i propri figli. Inoltre, per avere successo la comunità deve essere inserita all’interno di una rete in cui famiglie e minori non si sentano supportati solo dagli operatori, ma anche dalle istituzioni e dal territorio. Un luogo dove la qualità dell’intervento sia assicurata anche attraverso il “giusto prezzo” dei servizi: perché il lavoro pagato poco abbassa lo standard e incoraggia il turn over degli addetti. Per questo e per superare le differenze tra le diverse regioni, Cnca e SOS Villaggi dei bambini chiedono la definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni (LEP) del sistema di accoglienza residenziale.

SOS Villaggi dei Bambini: «Decisivo il coinvolgimento delle famiglie»

La ricerca di SOS Villaggi dei Bambini ha analizzato 499 percorsi di accoglienza conclusi tra il 2018 e il 2024, con un obiettivo preciso: capire non solo com’è andata, ma anche perché e quali fattori aumentano le probabilità di successo. Per misurare la qualità, sono stati adottati quattro indicatori: presenza dei progetti educativi individualizzati, coerenza delle dimissioni rispetto a quanto previsto dai progetti, raggiungimento di almeno metà degli obiettivi, coinvolgimento attivo dei ragazzi nell’uscita. Secondo l’organizzazione l’esito può considerarsi positivo solo quando tutti e quattro i parametri sono soddisfatti contemporaneamente. Inoltre, dai dati emergono alcuni fattori decisivi: nei servizi residenziali, lavorare sul coinvolgimento familiare e mantenere insieme fratelli e sorelle aumenta le probabilità di successo. Nei servizi genitore-bambino pesano, invece, l’età all’ingresso, la presenza di disagio certificato, la cittadinanza straniera e la natura delle problematiche familiari. La conclusione è che l’accoglienza di qualità non si riduce a offrire un posto sicuro, ma richiede percorsi educativi personalizzati, la partecipazione del minore e una rete solida di relazioni, servizi e istituzioni. «L’accoglienza non è semplicemente un luogo in cui stare, ma un percorso che può cambiare il futuro di un bambino o di una bambina», ha affermato Samantha Tedesco, responsabile dell’Accademia SOS di SOS Villaggi dei Bambini. «Relazioni di qualità, partecipazione attiva delle persone accolte e lavoro con le famiglie sono condizioni decisive per accompagnare i minorenni verso l’autonomia e la stabilità».

Cnca: «Accogliamo anche famiglie con bambini»

L’indagine del Cnca, invece, ha preso in considerazione 101 organizzazioni – cooperative sociali in 3 casi su 4 – con una forte continuità di gestione dal momento che il 45% dei dirigenti lavora nella stessa realtà da oltre 20 anni. Solo una parte delle 1.793 cosiddette unità di offerta è costituita da strutture per minorenni. In particolare, sono 497 le strutture residenziali a fronte di 487 interventi e servizi educativo-assistenziali: un equilibrio – sottolinea il Cnca – che dimostra la volontà politica di investire nella prevenzione dell’allontanamento e nella protezione dei legami familiari originali attraverso il sostegno domiciliare e scolastico, ricorrendo alla comunità solo nei casi di necessità e su indicazione dei servizi. Negli ultimi anni, poi, gli alloggi per l’autonomia rivolti alle persone che escono dalle comunità sono cresciuti del 50% e in leggera crescita risultano anche le comunità educativo-psicologiche, una risposta all’emergenza della salute mentale post-pandemica. Tra le 160 unità residenziali prevalgono le comunità socio-educative (44), ma si contano anche 33 alloggi di avvio autonomia per genitori con figli e 21 servizi di accoglienza per bambini e genitori, per un totale di 1.618 posti complessivi. Tra le persone accolte il disagio sociale (25%) e l’incuria (23%) rappresentano i problemi principali, con una crescita negli ultimi cinque anni della sofferenza psico-relazionale (+51%) e dei disturbi psichiatrici (+49%.) Il 75% degli operatori ha un contratto a tempo indeterminato, mentre il rapporto con il territorio è solido sul versante pubblico (86%) e associativo (90%), ma debole con le imprese: solo il 16% delle organizzazioni ha contatti costanti con il mondo del lavoro, un limite che frena i percorsi di autonomia per chi esce dalle comunità. «La comunità residenziale non opera in solitudine, ma è snodo del sistema integrato di protezione e tutela basato sul principio di corresponsabilità e integrazione tra pubblico e privato quale garanzia di qualità e sostegno all’esigibilità dei diritti», ha commentato Liviana Marelli, coordinatrice dell’Area Nuove generazioni e famiglie del Cnca. «Accogliere non è un’azione privata, ma un impegno collettivo di alta professionalità e responsabilità politica».

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