AFRICA: FUND RAISING SENZA PIETISMO

Redani lancia la campagna "Anche le immagini uccidono" per comunicare un'Africa diversa, sulla via dello sviluppo.

di Flavio Mezzanotte

L’associazione Rete della Diaspora Africana Nera in Italia (Redani) dice basta alla mercificazione di bambini indigenti, denutriti e malvestiti che campeggiano, sguardo nel vuoto, negli spot pubblicitari promossi da associazioni e Ong per il fund raising contro la povertà e la mortalità infantile in Africa. “Dona 9 euro al mese”, ci sentiamo spesso chiedere dalla voce narrante in questi spot, mentre scorrono immagini atroci di bambini esposti a quella che da più parti viene bollata come “pornografia del dolore”.

Già in Aprile 2015 la rivista “Africa”, partner di comunicazione direttamente collegato a Redani, aveva denunciato questo scandalo visuale, che campeggia ogni anno sugli schermi delle TV italiane in prossimità delle festività natalizie o pasquali, periodo che le associazioni credono sia più propizio per fare breccia nel cuore e nei portafogli di chi guarda gli spot. Vista la perdurante situazione, questa volta Redani ha deciso di agire a un livello superiore, promuovendo una campagna dal nome “Anche le immagini uccidono“, della durata di sei mesi, presentata il 20 Novembre 2015 nella sala stampa della Camera dei Deputati. Tra i partecipanti, spicca l’impegno in prima linea dell’agenzia di comunicazione Signis Services, la presenza di parlamentari del calibro dell’onorevole Khalid Chaouki e Silvia Costa, e infine dell’ambasciatore mauritano Mme Mariem Aouffa e M. Didace Hygin Sabin del consolato della Repubblica del Congo.  A corredo della campagna è stato girato anche uno spot firmato dal regista etiope Dagmawi Yimer che riportiamo qui in basso.

Carta di Treviso e Ong

La voglia di dire basta all’ennesimo spot pietista promossa da Redani parte da lontano, poiché già in primavera in molti si chiesero che fine avessero fatto tutte le risoluzioni adottate dalla “Carta di Treviso” del lontano 1993, il documento di autoregolamentazione firmato dall’Ordine dei Giornalisti a protezione della dignità e dello sviluppo dei bambini e degli adolescenti in relazione alla loro esposizione sui media. «Che fine ha fatto tale Carta?», chiesero i giornalisti Pier Maria Mazzola e Marco Trovato nel loro duro editoriale “Fame di Spot” pubblicato su “Africa”. Su quell’articolo denunciavano infatti che il codice deontologico a tutela dei minori è valido per i giornalisti, mentre non lo è per le Ong che giustificano queste immagini strazianti come la giusta soluzione per smuovere l’opinione pubblica nel mettere mano al portafogli. Come Mazzola e Trovato incalzano: «il fine giustifica i mezzi?» Lo abbiamo chiesto a Luigia Cagnetta, responsabile della campagna di Redani, e a Massimo Coen Cagli, direttore scientifico della Scuola di Roma fund-raising.it, entrambi intervenuti alla conferenza stampa indetta alla Camera.

Qual è la sua opinione su questa campagna e quali saranno gli obiettivi futuri?

Cagnetta «Siamo contenti che la campagna abbia destato un interesse nell’opinione pubblica e nelle ambasciate dei Paesi africani. Volevamo dire basta a queste immagini di sofferenza negli spot senza prendercela con una Ong in particolare. Appena raggiungeremo le 50.000 firme con la nostra petizione lanciata su Change.org, l’On. Silvia Costa ha promesso il suo impegno per dare voce al nostro progetto anche in Parlamento. Nel frattempo realizzeremo eventi, flash mob e ci saranno convegni per i quali spero che i nostri relatori e partner diano una mano».

Coen Cagli «Credo che questa campagna sia importante prima di tutto per un motivo etico, perché vuole tutelare i diritti dei minori. Il secondo motivo è di tipo culturale: con questa campagna abbiamo la possibilità di raccontare un’Africa diversa e non la solita immagine del Paese affamato e distrutto. In ultimo, una motivazione politica: finalmente abbiamo un nuovo stakeholder nel panorama della discussione, ovvero un interlocutore qualificato che da troppo mancava».

Le Ong giustificano questo uso d’immagini a tinte forti perché ottengono più risultati. Al contrario, non crede che si corra un rischio di desensibilizzare l’opinione pubblica?

Cagnetta «Non vogliamo entrare nel merito dell’operato di una Ong piuttosto che di un’altra, noi puntiamo il dito sul fatto che il fund raising debba rispettare la fisicità del dolore di questi bambini senza ulteriori giustificazioni».

Coen Cagli «Bisogna stare attenti a distinguere il donatore di pancia, occasionale, da quelli che lo fanno con una coscienza del problema: per uno del primo gruppo che guadagniamo con queste campagne ne perdiamo un altro di quelli coscienti. Il rischio della desensibilizzazione è sicuramente reale e il pericolo di assuefazione a questo tipo di comunicazione è certo. Dopo aver dato risalto all’emergenza, una campagna di comunicazione deve avere uno stile più maturo».

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Roma, 20 Novembre. Alcuni dei partecipanti alla presentazione della campagna alla Camera dei Deputati

Come si raccorda questo “fine che giustifica i mezzi” con le carte deontologiche a tutela dei minori?

Cagnetta «Noi vogliamo accendere la questione del rispetto dei bambini nelle immagini, come vorremmo che ci sia una normativa condivisa da tutti e rispettata».

Coen Cagli «Le regole esistenti sono vuote, non esiste un vero sistema sanzionatorio per chi viola i regolamenti. Va detto che, secondo i nostri dati statistici, le immagini pesano circa un settimo sul successo totale che avrebbe una campagna di fund raising, quindi non si può pensare che non si faccia del bene utilizzando queste immagini scioccanti. Ci vorrebbe tuttavia una linea comune che riporti l’immagine dell’Africa al centro del contesto che merita, magari creando un tavolo di discussione tra Ong, fund raiser e i principali stakeholder in materia».

Alle immagini normalmente usate che alternativa proporrebbe? Avrebbe lo stesso effetto?

Cagnetta «Un’Africa diversa, in cerca di autodeterminazione, c’è già. È un processo che lì avviene tutti i giorni ma che nei nostri media non si vede. Di conseguenza la società civile italiana non conosce la verità perché il linguaggio comunicativo proposto è sempre ricco di stereotipi coloniali, dove africano è segno di malnutrito, dove l’immigrato fa paura».

Coen Cagli «Non c’è un problema solo dell’immagine in sé, ma va inserita in un contesto in cui una campagna promossa da una Ong oggigiorno debba rappresentare un’Africa diversa, un Paese che ha imboccato la strada dello sviluppo e non è più sola alla deriva. Presentare l’Africa con il modello attualmente in uso negli spot è un paradosso politico e culturale figlio di un pensiero coloniale».

Nonostante non abbiamo avuto l’occasione di intervistarlo, vogliamo riportare le parole del direttore della Signis Services Fabrizio Colombo, che in qualche modo ha esaurito le nostre domande in una dichiarazione rilasciata a caldo dopo la conferenza stampa. «Questa campagna è importante e rientra a pieno nel Dna comunicativo di noi Signis Services, perché crediamo che si debbano creare iniziative di fund raising degne, che mostrino un futuro migliore. Appoggiamo questa campagna credendo che l’uso di queste immagini debba rispettare i popoli e le culture, raccogliendo fondi senza pietismo. C’è bisogno che si raccontino storie reali, che creino dialogo con i popoli interessati e che diano loro speranza. È ora di finirla di usare la pietà per far aprire i portafogli degli Italiani, magari insegnando loro il senso di quelle culture a noi lontane. C’è bisogno di una coscienza comune nella scelta delle immagini da parte delle Ong, magari coinvolgendo la Redani stessa, i soggetti interessati e i donatori.»

AFRICA: FUND RAISING SENZA PIETISMO

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